lunedì, gennaio 22

L’Africa arriva al G7, e la fanno sbarcare con il piede sbagliato

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A Taormina, per la seconda giornata del G7, domani 27 maggio, sbarcheranno i leader di cinque Paesi africani per la sessione allargata del vertice, il cosiddetto ‘outreach’. Al summit ci saranno i leader di Tunisia (il Presidente Beji Caid Essebsi), Nigeria (il Presidente Muhammad Buhari), Niger (il Presidente Mahamadou Issoufou), Kenya (il Presidente Uhuru Kenyatta) ed Etiopia (il premier Hailemariam Desalegn), insieme ai rappresentanti di Unione Africana (Ua), African development bank (AfDB) ed ai capi di Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), Nazioni unite (Onu), Fondo monetario internazionale (Fmi), Banca mondiale (Bm).
Era stato invitato anche il re del Marocco, Mohammed VI, ma essendo il sovrano ‘leader dei fedeli’ ha declinato l’invito per la coincidenza con il Ramadan.
La presenza dei leader di questi Paesi è tutt’altro che casuale, dal momento che «il rapporto con l’Africa è uno dei punti principali» della presidenza italiana del G7, sottolinea alle agenzie lo sherpa del Governo, l’Ambasciatore Raffaele Trombetta, perché racchiude «vari temi, dalla gestione dei flussi migratori all’innovazione tecnologica all’empowerment delle donne».
Nel suo rapporto con i Paesi africani l’Italia immagina una «partnership basata su una responsabilità condivisa», spiega all’agenzia ‘Adnkronos‘ l’Ambasciatore Trombetta, che presuppone «interventi non solo per gestire la fase dell’emergenza ma anche per affrontare le cause profonde» delle crisi migratorie. «Se si riuscissero a promuovere investimenti in infrastrutture di qualità in questi che sono Paesi di origine e transito dei flussi migratori si potrebbe fare quel salto che li porterebbe fuori dalla situazione in cui si trovano».
Collegato a questo tema quello delle grandi crisi umanitarie che coinvolgono alcuni Paesi della regione, dal Sud Sudan al Niger alla Somalia, di cui i leader del G7 parleranno nel corso del vertice e che troverà spazio nel comunicato finale. «L’aggancio con l’Africa  lo troviamo in tutte le nostre priorità», ha affermato l’Ambasciatore.

Ai 7 leader non sono mancati i moniti delle Ong impegnate nel continente africano, che temano fiumi di parole e zero fatti, da parte di ex grandi che per altro si limitano a intercettare epensarel’Africa esclusivamente in rapporto alla gestione dell’emigrazione, e non quale partner pari grado, un continente   dal quale passa già e passerà il futuro dell’economia del pianeta, a partire da quella dell’Occidente (e l’Unione Europea lo sa bene).
L’agenda sociale del G7 rischia di rimanere immobile e il vertice rischia di appiattirsi sulle posizioni del Presidente Usa Donald Trump. E’ la preoccupazione delle Ong che temono la mancanza di progressi nella due giorni di Taormina, sia nella lotta alla fame del mondo e alle disuguaglianze, che nelle strategie sulle migrazioni e sui cambiamenti climatici.
I grandi della terra, avverte Agire, la rete di Ong per l’emergenza, «dovrebbero prendere decisioni su sicurezza alimentare e salute globale del pianeta», ma «dai documenti finora discussi sembra non daranno una svolta alle politiche globali, allineandosi alla presidenza Trump e lasciando così nel dimenticatoio le emergenze umanitarie più gravi».
Agire si chiede se invece di «azioni concrete di aiuto nelle aree dove una carestia dalle proporzioni catastrofiche sta colpendo 30 milioni di persone» ci saranno i centri di accoglienza un Africa subsariana concordati dal Viminale con Libia, Niger e Ciad ad arginare i fenomeni migratori, fingendo di non conoscere la realtà in Libia e Sudan.
Oxfam ha inscenato un flash mob ai Giardini Naxos per sollecitare i leader del G7 a far fronte al dramma della fame nel mondo. L’Ong chiede ai Grandi di rispondere all’appello urgente dell’Onu per lo stanziamento di 6,3 miliardi di dollari per garantire gli aiuti necessari a salvare la vita di 4,9 milioni di persone in Sud Sudan, 17 milioni in Yemen, quasi 3 milioni in Somalia, almeno 4,7 milioni nel nord-est della Nigeria.
«Azioni più ambiziose per contrastare i cambiamenti climatici» è la richiesta dell’organizzazione ambientalista Greenpeace, i cui attivisti sono entrati in azione a Taormina aprendo uno striscione di oltre 110 metri quadrati con il messaggio ‘Climate Justice now’. Greenpeace chiede ai capi di Governo di premere sull’acceleratore per frenare un surriscaldamento cliamatico, le cui conseguenze già oggi impattano su milioni di persone.
ActionAid chiede ai sette Grandi di lavorare insieme per ridurre la fame, accogliere i migranti e mettere le donne al centro delle politiche per lo sviluppo. «Il 43mo vertice G7, a presidenza italiana rischia  rimanere ostaggio della paura, condizionato da uno scenario internazionale sempre più incerto e dalle minacce di terrorismo».
Ignorare l’Africa sarebbe un terribile errore, è l’appello di The campaign, che rileva come, a fronte della vicinanza geografica di Taormina, «sembra che l’Africa non sia mai stata così lontana dagli intenti dei Grandi». Il G7 ‘deve’ onorare gli impegni presi con i Paesi più poveri come stabilito dall’Agenda 2030 e rispondere alle carestie.

Additata come fonte di problemi e paure, a causa della crescente migrazione, l’Africa è la sfida delle sfide mondiali, quella a cui anche i sette potenti della Terra -e non solo loro- dovrebbero dare risposta. É il futuro ad imporcelo: l’Africa oggi è il secondo continente più popolato al mondo, con una popolazione di oltre un miliardo di persone. La rapida espansione la porterà nel 2060 a circa 2.8 miliardi di persone. Ha sottolineato ieri Amref in occasione della Giornata mondiale dell’Africa e guardando al G7. I Paesi del G7, secondo i dati Osce relativi al 2015, rappresentano il 10,3% della popolazione mondiale. Il Pil dei sette Paesi rappresenta il 32,2% del Prodotto interno lordo mondiale, le esportazioni il 34,1% di quelle mondiali e le importazioni il 36,7%.  L’Unione Africana, presente al G7, sta lavorando al Continental Free Trade Area – CFTA, l’integrazione economica continentale dalle proporzioni mai viste sul pianeta: 54 Paesi, 1 miliardo di persone e un PIL di 3 trilioni di dollari, per un continente che racchiude il 42% delle risorse naturali. Una realtà che il G7 sembra ignorare, e sulla quale si stanno appuntanto le attenzioni dei nuovi grandi, dalla Cina alla Russia ai BRICS.

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