sabato, dicembre 16

La vita in… Sick Rose Maurizio Campisi ci racconta l’Italia degli anni ‘80, quando il rock ancora partecipava la storia da protagonista

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Musicista, giornalista, scrittore, un italiano all’estero più sudamericano che italiano, come lui stesso ci dice. Per Maurizio Campisi l’Italia è “un Paese nel quale mi è difficile ormai riconoscermi”, dopo venticinque anni che vive all’estero. Il Paese “è andato in una direzione ed io in un’altra. Ritorno ogni tre-quattro anni, quindi con una frequenza rada, ma ogni volta la sensazione di una Nazione al bordo del collasso aumenta”. Da scrittore, ora, ha deciso di ripercorrere il musicista che c’è in lui, e, attraverso ‘Everybody Wants To Know’, ci racconta la sua vista, come recita il sottotitolo con i Sick Rose, una band che lo vede tra i fondatori, e che dall’hinterland torinese riesce a conquistare l’Italia e l’Europa e a farsi amare in tutto il mondo. Un romanzo per guardare all’Italia – ma non solo – degli anni ‘80, quando la musica sapeva costruire la storia o quanto meno parteciparla da protagonista.

Da dove nasce l’idea di scrivere un libro che ha come filo conduttore la musica rock?

Ho voluto raccontare un’epoca, quelli degli anni Ottanta, e per farlo, mi è sembrato naturale affidarmi alla mia storia personale e quella del gruppo in cui suonavo. Eravamo cinque ragazzi come tanti, uniti dalla passione per la musica, con la testa piena di ideali, che trascorrevano il loro tempo tra gli studi e la cantina dove si provava. L’invio di una cassettina con le nostre canzoni a un critico musicale cambiò la nostra vita. Nel giro di un anno ci ritrovammo proiettati nel giro del rock underground europeo: dischi, concerti, interviste. Ricevevamo lettere da tutto il mondo, i nostri fan si moltiplicavano. Ad Amburgo, era il 1986, eravamo in cartellone con Sweet, U2 e Bill Bruford. Ci sembrava di vivere un sogno. L’intontimento durò altri tre anni, durante i quali giocammo a fare le rockstar, seguendo le orme di quegli idoli di cui da ragazzini leggevamo sui giornali. Fino a risvegliarci, un giorno, nella nostra realtà di sempre. Attorno a noi, l’Italia stava cambiando e anche noi, come la Prima repubblica, ci stavamo spegnendo come gruppo, come proposta musicale. Nel libro, mi riferisco ad un avvenimento particolare che coincise con l’inizio della nostra fine: la caduta del muro di Berlino. Era un fatto dall’incredibile importanza storica, che sembrava dovesse serbare cambiamenti epocali. Infatti, seppellì il mondo come fino ad allora lo avevamo conosciuto, il dualismo capitalismo-comunismo, la guerra fredda. A partire da quel momento le cose iniziarono a cambiare anche per noi. Il pubblico cominciò a raffreddarsi e la maniera di fruire la musica iniziò un processo degenerativo. La musica diventava un accessorio da consumare, un orpello in più per le nuove generazioni che trovavano rinnovati interessi, altri obiettivi.

All’interno del libro vi sono riferimenti autobiografici che sono inseriti in un contesto storico ben preciso. Ecco, puoi raccontarci la Torino degli anni ’80 e la situazione generale italiana che si viveva in quel periodo?

La Torino di quegli anni era, dal punto di vista musicale, un calderone di eccezionale eterogeneità. La città era additata dal resto dell’Italia come il luogo dove le cose succedevano. Ogni stile era degnamente rappresentato: c’erano i Negazione, gli Africa Unite, gli Statuto, l’embrione di quelli che sarebbero diventati i Subsonica. C’eravamo noi, i Sick Rose e un altro gran numero di gruppi. Proliferavano i concerti, le sale prove, tutto ciò che aveva relazione con la musica, in contrapposizione a una città che stava vivendo una crisi di identità. La Torino industriale andava mano a mano scomparendo e non si intravedeva ancora come avrebbe superato quel momento. Noi avevamo vissuto gli anni di piombo e avevamo dovuto affrontare la reazione dello Stato che tendeva a castigare un’intera generazione. Di conseguenza, sentivamo addosso la necessità di esprimere il nostro dissenso e la nostra rabbia, che non fosse solo a livello politico, ma anche artistico. La musica, quindi, divenne un veicolo eccezionale che ci permetteva di esprimere il disaccordo con quanto stava accadendo. Lo facevamo in una città ferita, profondamente segnata dal terrorismo, che aveva perfino di paura di uscire la sera. In un certo senso, rappresentammo la reazione che risvegliò una città assopita. Ci rendevamo conto di quanto fosse differente la nostra realtà locale proprio viaggiando. I concerti ci portavano in ogni lato della penisola, ma solo rientrando a Torino trovavamo un clima di rabbia e sconforto, inesistente altrove.

Perché il rock, in quegli anni, era considerato sinonimo di ribellione e di identità?

Era la nostra maniera di dire quanto eravamo arrabbiati, di quanto poco ci piacesse il mondo che stavamo ereditando. Avevamo l’ingenua convinzione che avremmo potuto cambiare le cose. Partecipare a una manifestazione gridando slogan contro lo status quo o suonare dal vivo esprimendo in musica il nostro rifiuto alle convenzioni era la stessa cosa. Ci riconoscevamo quindi non solo in una sfera politica, ma anche nei gusti musicali che rivelavano già da subito chi eri e quello che pensavi. Purtroppo, quanto sia servito tutto quel fervore, ce l’abbiamo davanti agli occhi. La nostra generazione ha distrutto lo stato sociale, ha minato in maniera definitiva il legame che si stava costruendo tra gli Italiani dopo una guerra orribile, creando divisioni, disgregazione, odio generalizzato. La cosa peggiore è che oggi si sta peggio di allora, ma i nostri giovani sono tanto ammansiti che di ribellione non se ne vede nemmeno l’ombra.

Possiamo applicare lo stesso concetto alla musica rock di oggi?

Non credo proprio. La musica è diventata un veicolo puramente commerciale. Ha perso ogni connotazione ideologica, artistica o passionale per trasformarsi in un oggetto di consumo. Naturalmente parlo a livello generale, perché esistono le dovute eccezioni. È innegabile, però, che la relazione è cambiata. I giovani di oggi rifuggono l’educazione: imparare a suonare uno strumento porta via tempo, è difficile, richiede applicazione e quindi non rientra nel loro schema dove a imperare è la tecnologia che ci serve tutto su un piatto dorato. Inoltre, la stessa musica che i ragazzi ascoltano oggi non è quasi più prodotta da esseri umani, ma da macchine. I quarantanni che ci sono tra me e un adolescente di oggi sono un solco profondo segnato da enormi differenze. Quando io prendevo in mano la chitarra, i miei riferimenti immediati erano i musicisti più vecchi di me. Ero soggiogato dalla curiosità e rimontavo la mia ricerca di apprendere una tecnica valida sullo strumento fino ai chitarristi blues di cinquanta anni prima. Quando mettevo sul piatto dello stereo un disco, ascoltavo e basta. Era un gusto, un piacere. Oggi non trovo questo interesse. La musica è diventata una colonna sonora qualità merce da supermercato ‘tre al prezzo di due’. Mentre Spotify vomita playlist insignificanti, di musica probabilmente prodotta con un algoritmo, i ragazzi stanno giocando a playstation, telefonando, facendo i compiti e compiendo altre mille azioni. La musica è una scusa per non sentirsi soli, per mascherare la vacuità della loro vita. Inoltre, tornando nello specifico alla domanda: a cosa possiamo applicare il termine ‘musica rock’ oggi? Il rock, ormai, è al livello di generi storici come il jazz e il blues, si suona per un pubblico limitato di estimatori, giusto per riaffermare una verità storica, ossia quella di un genere che ha marcato un momento importante nella cultura popolare del secolo passato. Non vi è più continuità tra le nuove generazioni e chi ha ‘inventato’ il genere. Il legame è stato interrotto, volontariamente, dai chi è giovane adesso. Non vi è più proposta, al massimo c’è imitazione.

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