lunedì, ottobre 23

Italia: l’UE vuole vederci chiaro sugli accordi italiani con la Libia L' intervista a Natalino Ronzitti, professore di Diritto internazionale presso l'università Luiss, consigliere scientifico dello IAI e membro dell’Institut de droit international.

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Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, ha scritto una lettera al Ministro degli Interni dell’Italia, Marco Minniti, nella quale chiede all’Italia “informazioni riguardo alle operazioni marittime italiane nelle acque territoriali della Libia tese a gestire il flusso dei migranti”. Il Consiglio d’Europa, cioè, richiama il nostro Paese riguardo gli accordi con i libici per la gestione delle partenze dei migranti verso le nostre coste.

Esprimendo “apprezzamento per gli sforzi dell’Italia per salvare vite e ricevere migranti”, sottolinea che “anche quando uno stato ha difficoltà ad affrontare il flusso dei migranti, ha ancora il dovere di proteggere e tutelare i loro diritti umani”. E il Commissario chiosa: “La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo è chiara di questo dovere e credo che sia importante per le operazioni dell’Italia nelle acque territoriali libiche”.
“Alla luce dei recenti rapporti sulla situazione dei diritti umani in Libia, consegnare gli individui alle autorità libiche ed altri gruppi in Libia li esporrebbe al reale rischio di torture o di trattamenti inumani e degradanti o punizioni”, si legge in una lettera data 28 settembre e inviata al Ministro dell’Interno, Marco Minniti.

“Per questa ragione” prosegue la lettera, “chiedo al Governo italiano di chiarire il tipo di operazioni di sostegno che si aspettano di fornire alle autorità libiche nelle acque territoriali libiche e quali tutele l’Italia abbia adottato per garantire che le persone intercettate o messe in salvo dalle navi italiane nelle acque territoriali libiche non rischino una situazione contraria all’articolo 3 della Convenzione Europea sui diritti umani“.
Nella lettera il commissario per i diritti umani affronta anche la questione delle Ong, richiedendo “informazioni riguardo alle misure per garantire che le operazioni di ricerca e recupero nel Mediterraneo, comprese quelle condotte da attori non governativi, possano continuare ad essere condotte in modo effettivo e sicuro“.

Ecco, partiamo intanto dal definire chiaramente l’oggetto della discussione. Qui in discussione c’è la politica italiana in Libia, quella che porta la firma del Ministro degli Interni Marco Minniti, l’ideologo della nuova politica del Governo Gentiloni in Libia.

La giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo richiamata dal Commissario Muiznieks, è nello specifico l’articolo 3. Questo articolo recita: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti». Il Commissario, insomma, chiarisce che la preoccupazione è per il rischio tortura, o, in subordine, si temono trattamenti ‘inumani’.

Dunque, veniamo alle domande poste dal Commissario:  quale tipo di operazioni si stanno conducendo nelle acque territoriali libiche? Quali tutele l’Italia ha adottato per garantire che le persone intercettate o messe in salvo dalle navi italiane nelle acque territoriali libiche non rischino una situazione contraria all’articolo 3 della Convenzione Europea sui diritti umani? Quali le  misure adottate per garantire che le operazioni di ricerca e recupero nel Mediterraneo, comprese quelle condotte da attori non governativi (Ong), possano continuare ad essere condotte in modo effettivo e sicuro?


La lettera con i tre interrogativi è datata, e inviata, 28 settembre, ma solo ieri l’ufficio del Commissario l’ha resa nota. Poco dopo la sua diffusione due interventi di risposta dal Governo. «L’Italia non sottovaluta affatto il tema del rispetto dei diritti umani in Libia ed, anzi, lo considera cruciale», ha affermato Minniti,  e, «mai navi italiane o che collaborano con la Guardia Costiera italiana hanno riportato in Libia migranti tratti in salvo», scrive il Ministro nella lettera di risposta inviata al Commissario Muiznieks.

Nella sua missiva, il responsabile del Viminale ricorda che le attività delle autorità italiane sono finalizzate «a null’altro se non alla formazione, all’equipaggiamento e al supporto logistico della Guardia costiera libica in stretta collaborazione con gli organismi dell’Unione europa» e che proprio quello dei diritti umani in Libia per i migranti bloccati nel Paese nord africano viene considerato un tema «cruciale al punto da farne una componente essenziale della complessiva strategia sviluppata dal Governo».

«L’obiettivo dell’azione italiana», spiega ancora Minniti nella sua lettera, «è infatti duplice: prevenire traversate che pongano a rischio le vite (fermo restando l’impegno nelle operazioni di Search and rescue, quando tale rischio si verifichi) e garantire il rispetto degli standard internazionali di accoglienza in Libia, anche e soprattutto mediante il rafforzamento della presenza e delle attività di Unhcr e Oim».

Noi le tre domande del Commissario Nils Muiznieks le abbiamo poste Natalino Ronzitti professore di Diritto internazionale presso l’università Luiss, consigliere scientifico dello IAI e membro dell’Institut de droit international.

Che tipo di operazioni di sostegno l’Italia sta dando alla guardia costiera libica?

Il sostegno che viene dato alla Guardia costiera libica consiste in primo luogo nel suo addestramento, credo inoltre nella cessione di alcune motovedette. Questo venne già accordato nel 2008 e, di per sé, questa non rappresenta una violazione del Diritto Internazionale.

Quali garanzie sta dando il Governo italiano in termini di tutela dei Diritti Umanitari? Il suo operato rientra in quanto prevede il Diritto Internazionale?

L’Italia pretenda dalla Libia il rispetto dei Diritti Umani ovviamente secondo un’ottica di carattere generale. L’Unione Europea, nei confronti della Libia, ha portato avanti un’iniziative affinché il Paese ratifichi la Convenzione ONU sui rifugiati, in quanto non ne faceva parte. Si può, quindi, asserire che in questo contesto si è realizzata un’azione che tutt’oggi è portata avanti.

La lettera inviata lo scorso 28 settembre dal commissario dei Diritti Umani del Consiglio d’Europa richiede informazioni sull’operato del Governo italiano riguardo la Libia. Credo che sia stato esposto chiaramente che l’Italia non sta ritrasferendola in Libia i migranti salvati. A tal proposito c’è stata una sentenza da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, richiamata in questa veste dal Commissario dei diritti umani, ovvero la sentenza Hirsi del 23 febbraio 2012, secondo la quale la Grande Camera della Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per la violazione dell’art.3, art.4 Protocollo n.4 e art.13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La sentenza fa riferimento all’episodio verificatosi il 6 maggio del 2009, quando circa 200 persone su barche dirette sulle coste italiane furono intercettate da motovedette italiane nelle acque internazionali (precisamente nella zona SAR – Search and Rescue – ) di responsabilità maltese. Gli individui intercettati vennero trasferiti a bordo delle navi italiani e riportati successivamente nel Paese di partenza, ovvero la Libia, in conformità agli accordi bilaterali Italia-Libia. In questa circostanza si parlò addirittura di espulsione collettiva e ci tengo a a ripetere la mia critica riguardo suddetta sentenza Hersi, dal momento che, secondo me, non è possibile parlare di espulsione collettiva.

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