mercoledì, aprile 26
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La Turchia, l’Europa e i fantasmi di Rotterdam

Lo specchio di come i rapporti da sempre difficili fra Ankara e Ue rischiano di evolvere
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Le recenti tensioni fra Olanda e Turchia, culminate con l’espulsione del Ministro turco per la Famiglia, Fatma Betül, sono solo l’ultimo episodio di una catena di eventi che ha messo in luce in maniera eclatante il livello di estraniazione che ormai esiste fra Ankara e l’Europa. Nelle settimane precedenti, analoghi momenti di tensione si erano registrati fra Ankara e Berlino, anche in questa occasione per la decisione delle autorità tedesche di impedire a esponenti del governo turco (nello specifico Ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu, cui è stato successivamente negato l’accesso anche in Olanda) di incontrare gruppi delle locali comunità turche nel quadro della campagna per il referendum del 16 aprile, chiamato a rimodellare il sistema istituzionale del Paese assicurando il passaggio dall’attuale repubblica parlamentare a una presidenziale. Lo strascico delle polemiche e delle ritorsioni non si è ancora concluso e ha già messo in seria discussione le relazioni diplomatiche fra L’Aia e Ankara. Al di là delle sue ricadute immediate, tuttavia, la crisi di questi giorni dice molto soprattutto della maniera in cui, sul lungo periodo, i rapporti da sempre difficili fra Turchia ed Europa rischiano di evolvere.

Il fallito colpo di Stato del luglio 2016 ha accentuato l’atteggiamento di diffidenza che, in molti Paesi europei, circonda l’attuale dirigenza turca. Il giro di vite con cui, dopo il fallito golpe, il Presidente Erdogan ha rafforzato la propria posizione non ha migliorato le cose. Le radici dei problemi attuali affondano, tuttavia, in un periodo precedente. Lo scoppio della crisi siriana, nel marzo 2011, ha portato a un cambiamento profondo nella postura internazionale di Ankara, che si può sintetizzare nell’abbandono definitivo della politica ‘zero problems with neighbors’ perseguita dall’AKP sin dal suo arrivo al potere. Questo cambiamento, a sua volta, s’innesta sulla scelta degli esecutivi guidati dall’AKP di abbandonare gradualmente la via dell’integrazione nelle istituzioni europee (peraltro assai riluttanti di fronte all’eventualità dell’ammissione di Ankara) e di concentrarsi con maggior forza sulla ricerca di una nuova centralità regionale. La centralità geografica e geopolitica della Penisola anatolica rispetto alla aree circostanti avrebbe dovuto essere il punto di forza di questa politica, punto di forza che, tuttavia, poteva risultare tale solo in presenza di uno scacchiere regionale almeno relativamente stabile.

Al momento, questa condizione appare lungi dall’essere stata raggiunta. Al contrario, la Turchia stessa ha agito, per un certo periodo, da fattore d’instabilità regionale. Tale fase è stata superata con la composizione dei contrasti con Israele prima, con la Russia poi e con l’assunzione di un ruolo maggiormente cooperativo rispetto al dossier siriano. Ciò, però, non è servito a favorire il riavvicinamento a un’Europa le cui posizioni divergono da quelle di Ankara per molti (e importanti) aspetti. I timori per quello che è visto come l’emergere di una autocrazia appena dissimulata in forme democratiche, per il presunto accentuarsi del carattere ‘islamico’ del governo dell’AKP; per le ambizioni egemoniche del ‘sultano’ Erdogan… sono tutti elementi che concorrono nell’alimentare una rivalità che ha la sua radice ultima nella convinzione di una radicale alterità fra il mondo turco e quello europeo. Se la convergenza di taluni interessi (ad esempio, il controllo dei flussi migratori in entrata verso l’Europa) può favorire (come accaduto) il raggiungimento di un momentaneo accordo, ciò costituisce, in ultima analisi, il prodotto di considerazioni contingenti, costantemente soggetto alla valutazione delle parti.

In questa prospettiva non stupisce che la Turchia utilizzi l’arma dei controllo dei flussi come strumento di coercizione nei confronti della controparte europea. Al momento, la capacità di fungere da filtro rispetto a tale fenomeno costituisce il principale assetto che Ankara ha disposizione nel rapportarsi con i suoi interlocutori occidentali. Non stupisce, quindi, che anche rispetto all’attuale crisi le autorità turche abbiano ventilato l’ipotesi di cessare di svolgere il loro ruolo di ‘frontiera avanzata’ dell’Unione per quanto concerne il controllo dei movimenti migratori. Si tratta, in prospettiva europea, di una debolezza strutturale che – sotto vari punti di vista – accentua la sensazione di impotenza di fronte a una politica turca sempre più aggressiva e spregiudicata. Sotto molti aspetti, le recenti scelte di Berlino e de L’Aia sembrano riflettere proprio questa sensazione di impotenza. Una sensazione che, d’altra parte, è il prodotto delle politiche sin qui portate avanti sul piano europeo, che hanno aumentato il potere contrattuale di Ankara a scapito di quello della controparte. Una situazione, questa, che difficilmente le iniziative ‘spot’ di alcuni governi potranno cambiare, almeno nel breve periodo.

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