mercoledì, settembre 19

La Thailandia del 2018 tra divisioni e voglia di cambiamento La Giunta militare ha finalmente decretato le prossime elezioni a Novembre ma ci sono molti dubbi sulla Democrazia che verrà

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La Thailandia del 2018 si affaccia sull’orlo del cambiamento. O della perenne stasi. La Giunta militare ha più volte procastinato la data del voto democratico che sancirebbe il ritorno dei militari nelle caserme e della Thailandia ad una ‘normale’ vita politica, dove le forze democratiche elette passano a governare la macchina della Nazione. Così, Novembre potrebbe finalmente essere la porta di ingresso al Ritorno al Futuro.

Il condizionale è d’obbligo, poiché alcuni fattori rappresentano proprio la palla al piede della fragile Democrazia thailandese, innanzitutto la divisione dello scenario politico nazionale tra l’ala politica ‘popolare’ e vicina alle istanze delle classi rurali del Paese, alle sue aspirazioni ed alle aspirazioni di quella parte del Paese che chiede il cambiamento e l’ingresso definitivo nel normale andamento della vita di uno Stato e quelli che invece preferiscono lo status quo, i privilegi delle classi alte, del mondo della intellighenzia e del mondo accademico, di quella parte dove i lealisti e l’Esercito vanno a braccetto con l’appoggio della Magistratura. I primi sono rappresentati dai movimenti delle cosiddette ‘Magliette Rosse‘ il colore del sangue versato, della genìa Thai che non vuole scendere a compromessi con le proprie radici storiche e culturali, i secondi – non a caso – hanno scelto il colore più elitario del Regno del Siam, le ‘Magliette Gialle‘. Fino a quando le due componenti non riusciranno a stabilire un dialogo, il rispetto del normale andamento di una Democrazia eletta nelle urne, non vi sarà pace. E i militari continueranno ad occupare la scena, con tono paternalistico e con l’appoggio dei lealisti e della Magistratura.

Ora appare una certa stanchezza verso questo quadro malato e cronicizzato della vita nazionale thailandese. Si è stanchi di divisione, morte e sangue. C’è voglia di cambiar pagina, nonostante i militari, soprattutto in quest’ultimo scorcio dettato dall’ex Generale Prayuth Chan-ocha si siano già ‘aggiustati’ tutto a proprio favore, Carta Costituzionale e scranni in Parlamento compresi.

Un esempio per tutti oggi è il leader della rock band Bodyslam, Toon, il quale sta solcando 2.192 chilometri con un sua corsa solitaria, tipo Forrest Gump, utile per una raccolta fondi a favore degli ospedali. «Un simbolo di unità, il tipo di persona del quale questa Nazione ha bisogno», si dice nei media e nei discorsi che oggi ‘girano’ in Thailandia.

A Chiang Mai, il cuore pulsante dell’Economia ma soprattutto del Commercio a livello nazionale, si è stanchi della stasi dettata dalla dittatura militare, si sogna di tornare ai fasti economici della Thailandia che primeggiava non solo nell’arco di Paesi Sud Est asiatici ma persino a livello mondiale, primo Paese esportatore al Mondo di riso, secondo per esportazione di polli, uova e prodotti avicoli derivati, terzo al Mondo nell’esportazione di orchidee. Si ha voglia di sognare, di riprendere il discorso e –in barba alla crisi globale- tornare a primeggiare e crescere. Ma Chiang Mai è anche la roccaforte politica di chi ha realmente incarnato quel ‘Sogno Thailandese’, cioè l’ex Premier Thaksin Shinawatra.

Non a caso. Lo spirito pragmatico del mondo del Commercio è disposto al compromesso utile per tutte le parti, immagina strade, ponti e vie di comunicazione al contrario di chi contrappone muri ideologici. Chiang Mai è la perfetta esemplificazione di quella parte produttiva della Nazione che vuole liberarsi dal giogo soporifero dei militari ma – allo stesso tempo – rifiuta il clima di divisione ideologica aprioristica e piena di pregiudizi scagliati l’un verso l’altro. E la Thailandia che ha preceduto l’ultimo colpo di stato del 2014 era proprio così: lacerata, divisa, caratterizzata da un linguaggio apertamente ostile verso il proprio oppositore politico.

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