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Troikka e Bce

La svolta è possibile

L'Italia può contribuire a strutturare un' intesa con il governo ellenico su un cambiamento della politica europea

Renzi tsipras
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Partiamo col prendere atto della teoria del duo Paul KrugmanJoseph Stiglitz: l’austerità non è uno strumento utile alla crescita. Un dato facilmente desumibile dagli effetti che questo tipo di politica ha avuto nei paesi che l’hanno adottata. E consideriamo ora come la reazione alla cura imposta dalla Troika da parte di uno degli Stati più colpiti dalla crisi, la Grecia, abbia determinato un’attenuazione nel rigore imposto dalla Bce, riuscendo così ad ottenere la proroga del piano di salvataggio per ulteriori quattro mesi. Un primo significativo risultato che non può non indurre ad una riflessione. Se lo Stato ellenico sull’orlo del default è riuscito ad espugnare un’inattesa estensione degli aiuti, benché tutte le premesse poste al braccio di ferro tra la nomenclatura europea e il premier greco, Alexis Tsipras, portassero a conclusioni diverse, non si può non riflettere su un possibile scenario che avrebbe potuto (o potrà in futuro) configurarsi: quello in cui anche l’Italia e la Francia, le altre due potenze europee sottoposte al ruolo di ‘sorvegliate speciali‘, apportino il proprio endorsement al fronte dell’anti-austerità. E’ dunque utile ragionare sugli indicatori che darebbero per vincente il fronte appena indicato sulla politica del rigore.

Un’alleanza tra tutti gli Stati sottoposti al meccanismo di controllo da parte dalla Banca Centrale Europea, contro la rigidità imposta ai conti e alle politiche economiche, può allentare la morsa dell’austerità? Ad una lettura attenta degli ultimi eventi sembrerebbe di sì. La Grecia ha presenziato al tavolo delle trattative con l’ipoteca di un’economia al collasso e uno stato sociale ridotto ai minimi termini. Non meno lungo quanto articolato è stato il muro contro muro portato avanti dai vertici europei e in particolare dalla Germania, attraverso il Ministro per le Finanze, Wolfgang Schaeuble, contro ogni concessione al Governo ellenico. Ma sia la Germania che i vertici europei in ultimo hanno ceduto e benché in Grecia si parli di una sconfitta delle aspettative ventilate dal premier in campagna elettorale, il dato concreto e da cui bisogna partire è che con l’estensione del piano di salvataggio la Grecia ha fatalmente evitato il default. Le trattative si sono svolte in un lungo susseguirsi di incontri affidate al premier ellenico e al suo ministro delle finanze, il marxista Yanis Varoufakis. Un interlocutore latente ma incisivo è stato lo spettro della fuoriuscita della Grecia dall’euro. Una possibilità mai esplicitamente prospettata dal fronte ellenico e mai ufficialmente delineata dai ‘falchi’ tedeschi. Il motivo è presto detto: la fuoriuscita della Grecia dall’euro avrebbe avuto conseguenze deleterie per entrambe le parti in gioco. E dunque non proprio inaspettatamente, di vertice in vertice le ombre su un possibile accordo si sono diradate e l’intesa è riuscita. Quel che la Grecia è riuscita ad ottenere è cosa nota: in primo luogo per il 2015 non sarà obbligata ad ottenere un avanzo primario del 3% come nei precedenti accordi, ma dovrà solo garantire un avanzo genericamente definito “adeguato”. Il secondo risultato è la durata seppur breve dell’accordo, definito apertamente “ponte” verso un nuovo contratto.

Ma il risultato forse più significato nell’ottica degli equilibri europei, è l’aver scalfito la compattezza dell’eurogruppo. Persino tra i banchi del Parlamento tedesco i socialdemocratici si sono espressi a favore delle garanzie fornite dallo stato ellenico a fronte di una manifesta diffidenza della delegazione di deputati impegnati nelle trattative a Bruxelles. Una crepa nella politica dell’austerità che da sola la Grecia è riuscita a creare, sottraendosi in extremis alla deriva del default. Ed è proprio su questo aspetto che occorre innestare una riflessione. E’ evidente che in Europa la sovranità del singoli Stati è ormai da tempo superata. Un singolo Governo in un’azione solitaria può ben poco al cospetto del tribunale della Banca centrale europea. Ma se l’unione fa la forza è evidente che un’intesa tra Italia e Grecia, la politica del rigore, potrebbe creare le condizioni per un intervento di modifica nei parametri imposta dalla Troika. L’esistenza di indicatori economici calati dall’alto non va considerata alla stregua di un dogma. E per averne riprova basta spostare lo sguardo più ad occidente, verso gli Stati Uniti d’America dove nel momento apicale della crisi, Barack Obama ha lasciato che il rapporto deficit pil raggiungesse la soglia del 12% (il quadruplo del limite imposto dall’Europa) investendo sulla crescita, non sui tagli, intervenendo sul mercato, non ponendo un freno all’economia. La Federal Reserve ha immesso liquidità nel circuito economico comprando bond fino a 4500 miliardi di dollari. Risorse che hanno portato sollievo all’economia reale, quella dei consumi, delle famiglie e delle imprese, senza restare nei fortini delle banche. Il Governo americano ha inoltre optato per la svalutazione della moneta per incentivare le esportazioni, ed ora che l’emergenza è finita (disoccupazione in calo dall’8 al 5,8 %, pil in crescita del 3,1%) il dollaro ha ripreso progressivamente quota. A fronte di una politica di interventi, il vanto del presidente statunitense è stato l’aver dato agli americani nuovi impieghi: la vera chiave di volta del risveglio di un’economia in torpore. Con gli occhi rivolti sulle dinamiche del versante occidentale, si valutino ora i processi europei.

L’Italia che sicuramente non ha beneficiato dell’austerità ma ha pagato con effetti sociali devastanti l’adozione della politica dei tagli, può contribuire a strutturare un’ intesa con il governo ellenico su un cambiamento della politica europea aldilà delle ricadute politiche che quest’alleanza potrebbe generare. In particolare, un ripensamento da parte del Pse rispetto alla “strana” alleanza con il Ppe. Il semestre europeo di presidenza italiana appena lasciato alle spalle, non ha ottenuto nessuno dei risultati prospettati dal premier Matteo Renzi. Il rigore non è stato allentato e la vera svolta economica non si è avuta (a gennaio il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12,6%, di cui quella giovanile quasi al 44%). Dati che si spiegano con l’inefficacia della politica del rigore adottata in questi anni. Una reale e concreta crescita economica e di sviluppo non può generarsi all’interno del singolo Stato, ma sullo scacchiere europeo. Ed è al cospetto delle istituzioni sovranazionali che bisognerebbe prospettare un’intesa costruttiva tra gli Stati in recessione. Gli Stati da soli non possono fare altro che subire o contrattare al ribasso le condizioni imposte dall’Europa. Ma se a porre le premesse per la fine dell’austerità sono due o più nazioni europee allora sì che il cambiamento diventa possibile. Gli eventi delle ultime ore, il no dell’eurogruppo e della commissione europea al piano del Governo greco, non scalfiscono il dato di fondo: le istituzioni europee non sono riuscite ad imporre una versione integrale del rigore alle riforme del Governo ellenico e le trattative già annunciate per oggi dimostrano che i tradizionali toni da aut aut contro Atene sono definitivamente sopiti.

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