sabato, luglio 21

La Sicilia che vota e, distrattamente, scompare In Sicilia si rema quasi tutti dalla stessa parte, quella sbagliata, c’è uno Stato pagatore e politici locali che comprano voti distribuendo ciò che arriva da quello; chi rompe questo patto viene spento

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Se i politici di tutte le regioni italiane trattassero le loro come quelli della Sicilia trattano la propria, l’Italia sarebbe ridotta a un cumulo di rovine e non avrebbe la minima speranza di sopravvivenza.

Vero che, ad esempio, in Lombardia si è attraversato un ventennio orrendo, dominato da un personaggio difficile persino da definire, come Roberto Formigoni. Altrettanto vero che per un tempo ancora più lungo è stata sotto il tacco di una centrale di potere pervasiva e famelica, mascherata vigliaccamente dietro un pretesto religioso, tale era ed è Comunione e Liberazione, che molto cristianamente si è preoccupata di piazzare i suoi adepti ovunque vi fosse una scrivania, un primariato, una dirigenza o anche qualunque cosa somigliasse a un posto di lavoro. Eppure la Lombardia è sopravvissuta, sia perché è ricca sia perché ospita una popolazione che non manca di anticorpi, che ti lascia agire fino a quando non esageri, fino a quando quello che ti metti in tasca non intacca la qualità generale dei servizi. In Lombardia esiste un controllo sociale sulla politica, certo meno risoluto e sfacciato di quella, ma comunque in grado di tenere in equilibrio, sia pure con fatica, le spinte tra malaffare e bene comune.

In Sicilia non esiste nulla di tutto questo, salvo eccezioni per lo più individuali, non esiste quell’equilibrio che, sebbene intollerabile, non impedisce a diverse regioni del Nord di funzionare. In Sicilia si rema quasi tutti dalla stessa parte, quella sbagliata, c’è uno Stato pagatore e politici locali che comprano voti distribuendo ciò che arriva da quello. Per tale ragione Rosario Crocetta, sul finire del mandato si è potuto permettere di aumentare gli stipendi ai forestali, che pure in Sicilia sono più numerosi delle foglie degli alberi. Alla fine qualcuno paga. Mai i politici.

Per lo stesso motivo quando qualcuno alza la voce o si comporta in modo da rompere questo patto silenzioso, viene in qualche modo spento. Ci sono diversi modi per tacitarlo, anche quelli preventivi. Una decina di anni fa, su un settimanale siciliano, avevo definito due politici, dominatori dell’Isola nell’ultimo quarto di secolo, ‘compagni di merende’, riferendomi ad una manifestazione piuttosto ridicola che invocava la costruzione del ponte sullo Stretto.
Per la cronaca, uno dei due è finito in prigione per concorso esterno in associazione mafiosa, mentre l’altro è stato assolto in appello per lo stesso reato, ma condannato a «due anni, pena sospesa, per corruzione elettorale aggravata dal metodo mafioso, ma senza i caratteri dell’intimidazione e della violenza».
Per quella frase innocente o quasi, sebbene piuttosto aderente alla realtà, sono stato querelato e, quello che è peggio, rinviato a giudizio per diffamazione, sobbarcandomi un processo durato sette anni. Alla fine, a ridosso della sentenza, la querela è stata ritirata da chi l’aveva sporta.

Incredibile, direte voi, certo incredibile altrove ma non in Sicilia, dove funziona a meraviglia la categoria dell’impossibile plausibile, utilizzata nei cartoni disneyani, quella che permette a un personaggio di galleggiare allegramente nell’aria, fino a quando guarda giù e viene preso da panico. Giusto per dare una misura di quella vicenda, dopo avere ricevuto la querela avevo inviato l’articolo indiziato ad una grande firma del ‘Corriere della Sera‘, che aveva quell’atto un’intimidazione ai miei danni. Ma la cosa più surreale sono stati i commenti di molte persone locali con cui mi ero confrontato. In estrema sintesi concetti erano di questo tenore, “Tu abiti a Milano, queste sono cose locali” oppure “Se ti fossi fato gli affari tuoi non sarebbe successo nulla”. Capito! Sfido chiunque a smentirmi, visto che non sono nato a Stoccolma e conosco persino il modo in cui respira un siciliano medio, sia perché mi occupo di persone, sia perché in quella terra ci sono nato e vissuto fino all’adolescenza, senza perdere mai interesse per il suo destino.
Lo stesso settimanale di cui parlo è stato sottoposto a continue angherie, svenato da querele pretestuose, costate centinaia di migliaia di euro di risarcimenti.

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