sabato, dicembre 16

La sfida di Pyongyang e i dubbi della Cina Le parole di Trump sono un segnale da non trascurare per capire in che senso si stanno muovendo i delicati equilibri della regione dell’Asia-Pacifico

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L’inaspettatamente morbida risposta di Donald Trump al test missilistico nordcoreano degli scorsi giorni ha chiamato esplicitamente in causa la Cina, invitata a prendere una posizione decisa nei confronti di Pyongyang e delle sue ambizioni. Indipendentemente da quello che Pechino deciderà concretamente di fare, le parole del Presidente sono un segnale da non trascurare per capire in che senso si stanno muovendo i delicati equilibri della regione dell’Asia-Pacifico.

Il tema della posizione comune da tenere nei confronti di Kim Jong-un era già affiorato durante i colloqui di Trump con Xi Jinping durante la visita in Asia del primo agli inizi di novembre ed era stato visto dagli osservatori come un segno dell’avvicinamento in atto fra Washington e la RPC dopo le prime indicazioni emerse nel vertice di Mar-a-Lago. Oggi, l’invito rivolto da ‘The Donald’ a Pechino ad interrompere le (importanti) relazioni politiche e commerciali che intrattiene con il suo tradizionale alleato non solo riafferma questa tendenza ma pare indirizzare la relazione fra i due rivali storici nel senso di una collaborazione ‘strutturale’, che porterebbe, fra l’altro, allo sdoganamento delle ambizioni cinesi di egemonia regionale.

Negli ultimi anni, i rapporti fra Pechino e Pyongyang si sono gradualmente raffreddati. La Cina costituisce ancora il maggiore – di fatto il solo vero – partner economico della Corea del Nord. Tuttavia, dopo l’introduzione da parte dell’ONU dell’ultimo round di sanzioni, lo scorso settembre, l’interscambio fra i due Paesi ha subito una significativa contrazione, tanto che (secondo fonti ufficiali cinesi) nel mese di ottobre le tradizionali importazioni dalla Corea del Nord di carbone, ferro, piombo, alluminio, zinco e rame sono state pari a zero. Le scorse settimane, poi, sono state marcate da un aumento della tensione anche nel settore militare, con le Forze Armate cinesi (l’Esercito popolare di liberazione) impegnato in varie esercitazioni lungo la frontiera dello Yalu e del Tumen. Dal 2013, Pechino ha condannato in più occasioni i test nordcoreani (cosa che non ha mancato di fare anche in questi giorni), a conferma dell’abbandono della tradizionale linea di sostegno ‘integrale’ dell’alleato. Mai del tutto semplici, le relazioni fra Cina e Corea del Nord sembrano, quindi, avere acquisito – da qualche tempo in qua – nuove e in parte inattese dimensioni di complessità.

Ciò non significa, ovviamente, il ribaltamento delle vecchie logiche. La Cina continua a esportare in Corea del Nord carburanti, grano, farina, olio di palma e soia, riso, cotone, gomma e acciaio lavorato e a importare fertilizzanti, legname e acciaio grezzo. Dietro al legame economico – che per Pyongyang è vitale e che Pechino, sinora, non ha mia dato segno di volere recidere veramente – esiste una relazione politica che non è di semplice ‘sudditanza’. Storicamente, Cina e Corea hanno sempre avuto rapporti complessi. Negli anni della guerra fredda, Pyongyang ha saputo ‘usare’ efficacemente la rivalità esistente fra Mosca e Pechino per mantenere una posizione largamente autonoma rispetto ai due più potenti interlocutori e anche oggi quella che può apparire l’irrazionalità delle scelte di Kim Jong-un ha per scopo ultimo la difesa di questa autonomia. Una Corea del Nord nuclearizzata, se da una parte rafforza la posizione internazionale della Cina come unico soggetto capace di tenerla sotto controllo, dall’altra, infatti, la indebolisce, contribuendo a bloccare nel teatro asiatico altri soggetti interessati alla sua stabilità, primi fra tutti gli Stati Uniti, vincolati per trattato a proteggere i loro alleati regionali.

Da questo punto di vista, Pechino si trova in una posizione delicata. Una composizione stabile della questione coreana la priverebbe, infatti, di un’importante leva negoziale. I messaggi che anche in questi giorni Trump ha inviato alla Cina sono un chiaro segnale dell’importanza che essa assume agli occhi della comunità internazionale. D’altra parte, essa favorirebbe anche una diminuzione delle tensioni regionali da cui il perseguimento ambizioni cinesi potrebbe trarre molti vantaggi. La leadership nordcoreana sembra ben consapevole di questa vulnerabilità del suo ‘grande protettore’ ed appare intenzionata a sfruttarla il più possibile a suo vantaggio. Difficilmente, quindi, quella dei giorni scorsi sarà l’ultima puntata della ‘querelle’ nucleare. L’escalation di tensione che ha segnato i mesi passati sembra essere giudicata pagante da Pyongyang. L’interrogativo – a questo punto – riguarda fino a che punto Kim Jong-un e il suo entourage riterranno opportuno forzare il gioco. Nella consapevolezza, tuttavia, che il rapporto ‘di mutua vulnerabilità’ instaurato con Pechino può risultare redditizio solo se entrambe la parti possono trovare in esso un concreto beneficio.

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