lunedì, novembre 20

La Serbia tra Occidente e Russia Belgrado vuole entrare nella UE ma non nella NATO e difende la sua 'neutralità militare' dalle accuse di doppio gioco

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Il grande ‘ribaltone’ europeo di quasi trent’anni fa spazzò via, con qualche ritardo, anche il comunismo di marca jugoslava e lo stesso Stato nato all’indomani della prima guerra mondiale e rifondato al termine della seconda dal maresciallo Tito (Josip Broz). Uno dei connotati più peculiari della ‘via jugoslava al socialismo’ era la neutralità del Paese tra lo schieramento occidentale capeggiato dagli Stati Uniti e il blocco orientale dominato dall’Unione Sovietica. Una neutralità non passiva bensì programmaticamente impegnata a fini di pace e giustizia internazionale, nel quadro dell’ampio movimento dei Paesi ‘non allineati’ di ogni parte del mondo, del quale la Federazione jugoslava era divenuta uno dei leader dopo la precoce rottura tra Tito e Stalin.

Rottura che, peraltro, non era stata del tutto pacifica a Belgrado e dintorni e aveva lasciato tracce destinate a gonfiarsi anche drammaticamente nell’ultimo decennio del secolo scorso e a farsi sentire persino adesso. Lo storico legame con la Russia, comunista e soprattutto precomunista, era fortemente radicato nella Serbia e nel Montenegro a religione ortodossa, ma assai meno nella Croazia e nella Slovenia cattoliche, mentre la comunanza slava, esaltata nell’Ottocento dal panslavismo, era stata indebolita dalla plurisecolare soggezione delle prime all’impero ottomano e delle seconde a quello asburgico.

Rimaste latenti (e ideologicamente combattute) per quasi mezzo secolo, la diverse sensibilità e inclinazioni esplosero durante la crisi terminale della Repubblica federativa. Favorite dalla fine della ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest e dal crollo del regime comunista anche in Russia, contribuirono a scatenare una serie di sanguinosi conflitti interjugoslavi, ulteriormente aggrovigliati ed inaspriti dal coinvolgimento di una terza componente: i musulmani prevalenti nella Bosnia-Erzegovina e ancor più nel Kosovo, a schiacciante maggioranza albanese ma da sempre parte integrante della Serbia.

Una pace precaria venne faticosamente ristabilita grazie alla  diplomazia ma anche alle armi dell’Occidente e a spese soprattutto della Serbia, costretta dai pesanti bombardamenti aerei della NATO a subire la secessione del Kosovo dopo la forzata rinuncia ad imporre alle altre repubbliche federate la conservazione dell’unità jugoslava e, in alternativa, ad appropriarsi dei loro territori abitati da serbi. Accusati di genocidio in particolare a danno dei musulmani bosniaci e dei kosovari, i dirigenti di Belgrado dovettero piegarsi anche perché isolati sul piano internazionale a differenza dei loro avversari.

La nuova Russia postcomunista, guidata inizialmente da Boris Eltsin, non mancò di assumere un atteggiamento protettivo nei confronti del vecchio Paese amico. Non si trovava però in condizioni tali da consentirle di alzare troppo la voce (anche se El’zin, sollecitato dagli oppositori interni, giunse per un momento a minacciare il ritorno alla guerra fredda in difesa di Belgrado) e comunque di sfidare frontalmente gli ex nemici ormai inevitabilmente soverchianti nei Balcani come altrove.

Le cose dovevano e potevano cambiare solo dopo l’avvento al Cremlino di Vladimir Putin, ma anche nei Balcani si è dovuta attendere la crisi ucraina per assistere al dispiegamento di una politica estera russa decisamente più assertiva e ambiziosa. Ad una svolta, cioè, da ricollegare appunto alle più generali reazioni di Mosca a mosse e comportamenti occidentali percepiti come intrusioni intollerabilmente crescenti in aree di naturale influenza russa, e quindi meritevoli di adeguate risposte a tono, comprese vere e proprie ritorsioni. Delle quali, peraltro, non si può parlare nel caso di una regione tradizionalmente disputata tra le maggiori potenze e abituata a dividersi o destreggiarsi tra esse come i Balcani, e tanto più nel caso specifico della Serbia, altrettanto tradizionalmente e sentimentalmente più vicina o più in sintonia con la ‘gran madre’ russa che con altri possibili congiunti.

Naturalmente la Serbia (parliamo del pezzo più grosso dell’ex Jugoslavia, dominatrice sia pure contestata di quella monarchica e precomunista), pur non cercando necessariamente nuove sudditanze ad ogni costo dopo avere subito tante frustrazioni, amputazioni e veri o presunti torti, ed essendo invece titolare di vitali interessi che la spingevano in varie direzioni, non poteva ignorare i condizionamenti del contesto post-jugoslavo, balcanico ed europeo entro il quale è venuta a trovarsi. E d’altra parte non mancavano e non mancano tuttora, a Belgrado, divergenze politiche circa le direzioni in cui muoversi e le scelte mai facili da compiere.

Di qui la coltivazione di intensi rapporti e della più ampia cooperazione con l’Unione europea oltre che con i suoi membri singolarmente, puntando senz’altro, anzi, all’ammissione a pieno titolo nella comunità di Bruxelles. E seguendo, quindi, l’esempio delle sue immediate vicine settentrionali benchè i governanti di Belgrado non godano in proposito di un appoggio popolare simile a quello che ha confortato negli anni scorsi i loro colleghi di Zagabria e Lubiana. Se infatti nel complesso dei Paesi balcanici in lista d’attesa per l’ammissione l’indice di gradimento della UE, secondo i sondaggi più recenti, è del 42% (contro un 19% di giudizi negativi), in Serbia esso non supera il 19%.

Se, d’altronde, lo scetticismo dei stessi serbi circa la probabilità che le porte dell’Europa si aprano al Paese entro il 2020 risulta sceso oggi al 19% dal 27% di due anni fa (mentre per il 28% non si apriranno mai), ciò non dipende solo dal suddetto indice. Riflette anche le perduranti esitazioni di Bruxelles ad ammettere altri membri che oltre a possedere titoli ancora insufficienti, secondo i criteri comunitari, danno scarso affidamento quanto a spirito europeista in senso lato e promettono solo di aggiungere ulteriori grane a quelle che già sollevano non pochi membri attuali, provocando parecchi pentimenti, in particolare, di avere promosso o accettato lo storico ‘allargamento a est’.

Tra i motivi delle esitazioni brussellesi figura anche l’attrazione che si prova a Belgrado e dintorni, e non solo a livello popolare, per legami privilegiati con la Russia, in campo sia economico che politico. Attrazione coltivata e alimentata con crescente impegno e dispiegamento di mezzi da Mosca, la cui propaganda su vasta scala punta anche a distogliere la Serbia dall’opzione europeistica offrendo come alternativa un’adesione all’Unione eurasiatica capeggiata dalla Russia.

A Mosca non si ignora certo che sul terreno strettamente economico la concorrenza russa è perdente, come ben si sa ovviamente a Belgrado e come dimostrano cifre eloquenti. Mentre infatti fanno capo alla UE due terzi delle esportazioni serbe e l’82% degli investimenti stranieri nel Paese, Bruxelles ha fornito aiuti per oltre tre miliardi di euro a partire dal 2000 contro poche diecine di milioni giunti dalla Russia, in gran parte per finanziare un Centro comune di assistenza umanitaria situato presso la città di Nis e destinato ad operare in occasione di terremoti, inondazioni, ecc. Mosca insiste da tempo perché al personale russo che lo cogestisce venga concesso lo status diplomatico, che qualcuno sospetta possa servire per coprire attività spionistiche.

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