lunedì, gennaio 22

La scomparsa di Maria Fede Caproni Va ricordata soprattutto per la capacità di valorizzare i giovani volenterosi e incoraggiarli nello studio e nella professione

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Ci sono delle cose che un cronista, qualunque sia la sua estrazione, non vorrebbe mai scrivere. Una di queste, i lettori mi credano, è dover informare della scomparsa di Maria Fede Caproni. Di lei si è detto tanto, almeno negli ambienti aeronautici dove era conosciuta, amata e rispettata per la sua competenza e le capacità di comunicazione. Ma meno noto e più importante di tutti, è stato il cuore di Maria Fede a dover essere ricordato per la capacità di valorizzare i giovani volenterosi e incoraggiarli nello studio e nella professione. è così che voglio ricordarla.

Maria Fede Caproni di Taliedo aveva 84 anni quando ci ha lasciato. Portava un nome importante e lo ha saputo tenere alto fino alla fine. Provo a raccontarne qualche punto.

Suo padre era Gianni Caproni, ingegnere e imprenditore, una delle menti più fertili dell’industria aeronautica italiana, di quell’impresa piena di iniziative e di capacità tecnologiche che ha reso grande il nostro Paese tra i grandi della Terra. Il suo luogo di nascita era Arco, tra Trento e il Lago di Garda, ai tempi territorio austriaco. Il piccolo centro è assai noto alla storia del Risorgimento italiano perché il 27 dicembre 1894 vi morì esule Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie dopo la capitolazione di Gaeta, la permanenza con la moglie Maria Sofia von Wittelsbach di Baviera a Palazzo Farnese a Roma, sotto la protezione di Papa Pio IX e a Parigi. Ad Arco, Franceschiello morì durante uno dei suoi viaggi compiuti per sottoporsi alle cure termali, fiaccato da molte patologie che lo avevano aggredito durante il suo regno. Ma questo dunque non c’entra con la famiglia Caproni.

Il papà di Maria Fede mostrò subito uno spiccato talento nelle opere di ingegneria così da poter frequentare la Realschule di Rovereto, il politecnico di Monaco di Baviera e l’istituto Montefiori di Liegi. Gli inizi del Novecento erano i tempi in cui si parlava tanto di volo e l’Europa contrapponeva i suoi studi, essenzialmente discussi nei salotti di Parigi, con quanto trapelava dai viaggiatori che tornavano dall’America. Ma il 17 dicembre 1903 da una spiaggetta piena di vento della Carolina del Nord, Wilbur e Orville Wright, due inventori statunitensi avevano fatto decollare il loro Flyer definendo il volo come la possibilità di sollevarsi con un mezzo più pesante dell’aria. Il modello era indubbiamente riproponibile anche nel Vecchio Continente.

Anni intensi, con una guerra alle porte che aspettava nuovi sistemi d’arma da schierare contro i vecchi Chassepot francesi e gli obsoleti schioppi italiani. E purtroppo gli aeroplani mostrarono un potere micidiale, come ha del resto ufficializzato Giulio Douhet nella sua opera che ha fatto scuola Il dominio dell’aria, pubblicata nel 1921.

Gianni Caproni progettò di tutto nelle sue officine di Cascina Malpensa a Somma Lombardo e Vizzola Ticino: dagli alianti ai bombardieri per arrivare fino agli aerei intercontinentali, un sogno poco attuabile con le tecnologie e i materiali di allora ma che mostrava tutta la modernità di un pensiero che solo negli anni Sessanta avrebbe avuto il suo trionfo: gli aerei che avrebbero sorpassato le navi per numero di trasporto passeggeri sulle rotte atlantiche.

La sua azienda visse gli alti e bassi di una domanda estremamente altalenante e così già nel 1913 il suo piccolo impero si trovò in difficoltà economiche al punto che lo Stato italiano dovette acquisirne le quote, lasciando comunque Caproni come direttore tecnico ma poco prima dello scoppio della Grande Guerra, quello che sarebbe diventato uno dei pilastri delle costruzioni aeronautiche nazionali per circa mezzo secolo rifiutò un invito dal governo imperiale austro-ungarico a trasferire la sua azienda e tutto il know how fu messo a disposizione delle forze aeree di Italia, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America e i suoi progetti furono prodotti all’estero su licenza. Il dopoguerra, con il Commissariato per l’aeronautica e l’istituzione della Regia Aeronautica implementarono fortemente le imprese di chi aveva creduto nel nuovo mezzo e poi la guerra d’Etiopia procurò importanti commesse che fecero dei velivoli Caproni i dominatori dei cieli abissini.

Non si può raccontare la storia di una grande impresa in poche righe e poi questi spazi devono essere lasciati alla figlia Maria Fede che ha saputo continuare a raccontare tutto quanto accadde di aeronautico nel tempo in cui ha vissuto la sua famiglia, ma va ricordato che nel 1940 Caproni fu insignito da Sciaboletta, ovvero Vittorio Emanuele III del titolo nobiliare di conte di Taliedo, dalla località del comune di Milano dove sorgevano le officine Caproni e il primo aeroporto milanese, quello della Malpensa che ai giorni nostri è una cattedrale piena di rimpianti e di costosi compromessi del millantato federalismo per l’aviazione civile italiana.

E proprio in quella zona sorge Volandia, un piccolo regno di mattoni rossi e di legno lavorato che ricordano le aziende che hanno reso possibile il sogno di volare. Si tratta di un museo diviso in sette aree che valorizzano sia l’ala fissa, che l’ala rotante, ovvero gli elicotteri ma troneggia anche un padiglione dello spazio che fa fare ai visitatori un salto nel presente, assieme ai droni e poi c’è posto per gli aeromodelli e per l’area dei più piccoli. Un modo buono per ricordare l’ingegno e la capacità di generare ricchezza. Ma più di tutto, l’evidenza della storia è stata data da Maria Fede con il Museo dell’Aeronautica di Trento, che espone la prima collezione di velivoli costituita nei primi anni del Novecento e resa possibile dall’impegno di una donna straordinaria che ha saputo valorizzare con grande determinazione tutto quanto accumulato dal padre. Gianni infatti sin dai suoi primi programmi, aveva deciso di conservare i suoi aerei più importanti,invece di riutilizzare i materiali per altre costruzioni. Questa scelta già concepita nel 1927, aveva maturato un proposito importante nella fondazione del Museo, riaperto a Trento nel 1992 e successivamente inserito nella rete dei musei scientifici per promuovere la diffusione della cultura storica e aeronautica presso tutte le fasce di pubblico, con esposizioni permanenti e temporanee, le attività educative per le scuole, le proposte di animazione culturale per il pubblico e l’editoria scientifica. Un’idea straordinaria che dovrebbe rappresentare la consapevolezza di quella che è stata concretamente la storia di un Paese. Altre affermazioni verrebbero semplicemente polverizzate.

Questa è l’eredità storica e politica che ci lascia Maria Fede Caproni: che è stata dominante della sua vita, quando riceveva studiosi, cultori o semplici appassionati nel suo palazzetto a due passi dalle Ancore, lo Stato Maggiore della Marina Militare a Roma e esortava nella consapevolezza che la grandezza degli uomini si può talvolta offuscare ma mai ignorare. Addio, Maria Fede, che ora voli più in alto di ogni cielo.

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