lunedì, novembre 20

La ‘rivoluzione fiscale’ di Trump Si va verso una forte e generalizzata riduzione delle imposte

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Nei giorni scorsi, i repubblicani hanno spiegato i termini generali della riforma fiscale su cui Donald Trump aveva puntato con grande convinzione in campagna elettorale. Presentato dal tycoon newyorkese come il «regalo di Natale ai cittadini statunitensi», il disegno di legge messo a punto dal Grand Old Party rappresenta una vera e propria rivoluzione in campo tributario, il cui impatto potrebbe rivelarsi addirittura maggiore rispetto a quello prodotto negli anni ’80 dalla riforma fiscale elaborata dall’amministrazione Reagan. Non a caso, il disegno trumpiano, denominato Tax Cuts and Jobs Act, è anch’esso ispirato alla dottrina del trickle down (sgocciolamento), incentrata sul presupposto che tagliando le tasse ai ceti più ricchi si libererebbero risorse da impiegare in investimenti produttivi a beneficio dell’intera collettività, fasce sociali meno abbienti comprese. Eppure, la riforma presentata la scorsa settimana presenta aspetti ancor più radicali, poiché contempla sgravi netti per 1.500 miliardi di dollari entro un decennio, con riduzioni generalizzate delle imposte sia alle aziende che alle famiglie, sia ai super-ricchi che a quel che resta della middle-class.

L’obiettivo è quello di porre le basi per rilanciare l’economia statunitense e restituire competitività al sistema-Usa, come annunciato esplicitamente dallo speaker della Camera Paul Ryan nel tentativo di mitigare le fortissime perplessità dei democratici che accusano l’amministrazione Trump di voler arricchire ulteriormente i ceti più abbienti e le grandi compagnie a detrimento del resto del Paese. In dettaglio, il Tax Cuts and Jobs Act prevede una riduzione permanente delle aliquote alle imprese dal 35 al 20% e una sostanziale limitazione alle spese deducibili (tranne che per le piccole aziende e le società immobiliari), in specie per quanto riguarda le retribuzioni dei dirigenti superiori al milione di dollari. Le imprese multinazionali saranno vincolate a versare una tassa una tantum (con un’aliquota del 12% sui beni liquidi e del 5% su quelli illiquidi) sui profitti realizzati all’estero, con lo scopo di incoraggiare il rimpatrio di questi ultimi. Nei confronti delle aziende statunitensi ad alta redditività controllate da società straniere verrà applicata un’imposta minima del 10%, in conformità a quell’approccio territoriale alla tassazione (nel senso che gli utili debbano essere tassati nel luogo in cui vengono realizzati) di cui Trump aveva sottolineato con forza la necessità in campagna elettorale.

Famiglie e individui trarranno anch’essi beneficio dalla ‘rivoluzione fiscale’ di Trump, la quale contempla la riduzione del numero di aliquote (da 7 a 4). Nei confronti delle coppie con un reddito complessivo superiore al milione di dollari e degli individui in grado di guadagnare oltre 500.000 dollari l’anno verrà applicata un’aliquota del 39,6%, scendendo poi al 35% fino al milione di dollari, al 25% fino ai 250.000 dollari e al 12% per lo scaglione di reddito compreso tra il 24.000 e i 90.000 dollari. La middle-class, colpita dall’eliminazione della possibilità di dedurre le spese mediche, otterrà come contropartita il raddoppio delle deduzioni standard, e le coppie rientranti nella fascia di reddito corrispondente (24.000 dollari) potranno accedere a un credito d’imposta per gli anziani a carico da 300 dollari, mentre quello per i figli a carico verrà portato a 1.600 dollari, pari al in più 60% rispetto alla somma vigente in precedenza. La tassa di successione, la quale rimarrebbe in vigore fino 2024 (anno in cui verrebbe definitivamente eliminata), diverrà invece applicabile unicamente sulle eredità superiori agli 11 milioni di dollari fino.

Dal punto di vista del rapporto tra governo federale e singoli Stati, la riforma denota una chiara spinta accentratrice, che nel caso specifico si manifesta sotto forma di riduzione della deducibilità delle tasse locali.

A livello generale, il Tax Cuts and Job Act, con misure quali il taglio radicale della corporate tax e l’esenzione dei dividendi e delle plusvalenze sulle cessioni di partecipazioni, va ad allargare la frattura tra Stati Uniti ed Unione Europea, con gli Usa che appaiono sempre meno inclini a sostenere i costi impliciti della propria supremazia geopolitica: «La riforma annunciata da Donald Trump […] – si legge su ‘Il Sole 24 Ore’ – produrrà un effetto domino, di cui oggi è chiaro solo il beneficiario: gli Usa stessi. Per tutti gli altri, a cominciare appunto dall’Europa, i rapporti fiscali con il gigante a stelle e strisce sembrano entrare in un cono d’ombra, quantomeno per le ripercussioni delle attività europee basate tra la East e la West Coast, e di quelle statunitensi basate nella Ue. Unica relativa certezza, il saldo di benefici fiscali per le corporation e, almeno a breve termine, anche per l’erario, avrà sempre e solo la bandiera a stelle e strisce […]. Si può già intravedere come, ancora una volta, gli Usa dettano al mondo condizioni praticamente unilaterali […] pensando principalmente alla loro politica interna».

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