lunedì, ottobre 23

Stato Islamico: ecco come ti convinco e ti anniento

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Se analizziamo la fisionomia dello Stato Islamico prendendo ad esempio i tratti che lo hanno reso tremendamente celebre, sembra un po’ come riassumere le caratteristiche di organizzazioni come Hamas, gli Hezbollah, Al Qaeda, i signori della guerra in Afghanistan, ma anche i re della droga in Sud America, o per parlare di casa nostra, le mafie in Italia. Ma certo è che il Daesh ha delle caratteristiche che lo rendono perfettamente distinguibile dagli altri gruppi del terrore: uno di questi è la persuasiva e forte comunicazione che parte dalle moschee, i luoghi tradizionalmente simbolo dell’Islam, per finire nella rete delle varie piattaforme telematiche. Lo Stato Islamico si serve di ogni mezzo messo a disposizione dalla tecnologia moderna per diffondere il proprio messaggio e dimostrare la propria forza: dai social network alla Playstation. Ma il Califfato non si ferma qui e promuove i suoiservizi’ e il suo brand come una vera e propria marca di abbigliamento. Oggi, a tre anni dalla proclamazione della nascita ufficiale dello Stato Islamico, sappiamo che tra i motivi che lo hanno reso così forte e così seguito sia in quei territori che a livello internazionale, ci sono proprio quei due elementi: il welfare e la furba strategia di comunicazione propagandistica che, come sottolinea il report sul Daesh dell’Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence, lo hanno reso «un’entità ben capace di adattarsi a situazioni in rapida evoluzione, un’organizzazione dinamica e predisposta a sfruttare qualsiasi risorsa o avvenimento congiunturale, come la fratricida guerra civile in Libia, per espandersi e sopravvivere».

Quindi, riflettiamo meglio proprio sul come ha agito e agisce l’Isis. Alla base del consenso così ampio verso questa organizzazione c’è una vera e propria strategia. Obiettivi di conquista primaria sono stati sempre luoghi scossi da guerre civili e da un’instabilità politica e sociale. La popolazione di quei territori, stanca dei soprusi dei regimi autoritari e degli orrori della guerra, ha riposto una speranza di liberazione e di stabilità proprio nell’IS. Un elemento, questo, di facile congiunzione con le nostre mafie: l’approfittamento di una situazione critica per insediarsi nei luoghi ma soprattutto nelle menti delle persone, come i salvatori di turno. Promesse poi accolte da gente disperata e desiderosa di un cambiamento reale e concreto. Facile comprendere come la garanzia di avere sicurezza, difesa della proprietà e della libertà personale, tribunali, elettricità, acqua, cibo, sostegno ai poveri e agli orfani di guerra, siano esattamente gli elementi perfetti per l’adesione ed il consenso.

L’IS arriva in quei territori e si vuole porre come uno Stato vero e proprio, non solo di nome. Per questo, l’ampia strategia di cui parliamo prevede anche la proclamazione di un testo scritto, un patto fra cittadini e Governo, a sugellare le promesse fatte e che ricorda, non a caso, quello di Maometto e degli abitanti di Medina nel 622 d.C. Poco più di dieci ‘articoli’ per delineare i diritti e i doveri dei cittadini, nonché i vincoli fra questi e l’amministrazione del terrore. Come sottolinea lo stesso report, nelle conquiste dei vari territori, lo Stato Islamico ha ripetuto un copione: l’arrivo nel territorio, l’esposizione della Carta, lo stabilimento dei servizi primari per la popolazione e poi, parallelamente, l’imposizione di unautorità che rivendica il monopolio della violenza.

Come farebbe un qualsiasi Stato, il Califfato chiede il versamento di una piccola tassa che, però, diventa con il tempo sempre più alta, fino a colpire proprietà e beni. Tra le imposte da pagare, nota è anche quella riservata ai cristiani, colpevoli di non credere nell’Islam e onerati di questo compito. Tutti i cittadini devono sostenere l’IS in vari modi, quindi, ci sarà chi deve arruolarsi nelle truppe, chi deve occuparsi di sostenere economicamente l’organizzazione e i servizi e così via. Un elenco, una suddivisione di compiti che porta inevitabilmente la popolazione a percepire la reale portata del vortice in cui sono intrappolati; è così che alcuni finiranno per essere ‘affiliati’ e altri no con ovvie conseguenze in termini di tasse, trattamento e servizi ricevuti.

Il mantenimento di tutta l’organizzazione deriva, però, in termini monetari, anche da altro: il contrabbando di petrolio, il bottino dei crimini come i rapimenti e i furti, a livello ‘interno’ all’IS stesso; ma c’è anche un finanziamento esterno composto da donazioni provenienti dall’estero, i ‘foreign fighters’ e dai Paesi del Golfo.

Tornando però sui due elementi che hanno reso forte lo Stato Islamico, occorre ora riflettere bene sulla propaganda portata avanti sia con l’uso dei mezzi più tradizionali, sia di quelli tecnologici. La strategia di comunicazione è rivolta sia all’interno dell’organizzazione stessa per rafforzarne la sua portata, ma anche all’esterno, con il fine di ingaggiare nuovi militanti per convincere i neo cittadini, nonché, per espandere i confini del regime stesso. Il rilievo dato alla comunicazione propagandistica è comune a tutte le organizzazioni jihadiste, tra cui anche Al Qaeda, il cui comandante Abu Musab alZarqawi dichiarò ne 2005 «Siamo in una battaglia, e più della metà di questa battaglia la combattiamo sul campo dei media». E proprio quei media sono stati e sono ancora il mezzo preferito dei combattenti dell’IS per diffondere il loro messaggio del terrore e per rivendicare gli attentati in giro per il mondo.

Cinque gli obiettivi della loro propaganda, secondo gli analisti: l’imposizione del loro come di uno Stato, la visione del Califfato come lunico gruppo autorizzato a delegittimare Al Qaeda e altre organizzazioni, il reclutamento di altri militanti pronti a credere nel regime e a sacrificarsi per quel fine, l’intento di provocare un intervento dei Paesi occidentali per far sì che i militanti si uniscano sotto il brand del Daesh stesso e l’eliminazione della distinzione tra individualisti in cerca di gloria e affiliati veri e propri.

Proprio riguardo al primo elemento, il discorso di proclamazione dello Stato Islamico tenuto da Abu Bakr alBaghdadi in moschea a Mosul, fu il primo annuncio ‘ufficiale’ della creazione del Califfato, intenzionato ad essere lo Stato sotto cui unire tutta la comunità islamica.

La volontà di essere percepito e rispettato come un’organizzazione statale permane in ogni discorso di entrata in un nuovo territorio e la propaganda rimane sempre la stessa con la pubblicizzazione del ripristino dei servizi di cui la popolazione necessita e l’imposizione della violenza. La propaganda tradizionale, nelle moschee, è rivolta ai cittadini del luogo e ai musulmani di tutto il mondo, registrata e sapientemente trasmessa sui canali dei social network più usati, quali Twitter, YouTube, Facebook e su forum e siti web.

Un ramo apposito del Daesh si occupa proprio della comunicazione sul web, l’Al Hayat Media Center, e lo fa in diverse lingue per essere certo di raggiungere quanti più jihadisti possibili. Immagini forti e contenuti impressionanti, in perfetto stile cinematografico. Noto anche il giornale, non a caso in lingua inglese, il ‘Dabiq‘, il cui nome richiama la profezia dell’Ora del Giudizio in cui la nazione islamica combatterà contro gli infedeli.

Se pensiamo bene a questa componente, appare più evidente la realtà profonda del Daesh stesso, un’organizzazione nata in una società moderna che si fa paladina di un estremo credo religioso ma che si rivela anche come un insieme di militanti cresciuti con i videogames, i film di Hollywood e i social network. Basta pensare che nel loro libro guida sulla propaganda, la protezione e tutela del consumatore viene prima delle regole islamiche. Altrettanto strana sembrerebbe la connivenza tra i video propagandistici perfettamente strutturati, ricchi di effetti speciali e di canti e il divieto di esposizione di fotografie in pubblico. Sembrerebbe un paradosso, ma a pensarci bene, non è così.

Riguardo la delegittimazione degli altri gruppi, la propaganda dell’IS ha da subito evidenziato la volontà di unificare i militanti jihadisti di ogni organizzazione, riconoscendosi come l’unico gruppo in grado di farlo e legittimato a questo, andando contro le altre leadership, tra cui Al Qaeda, considerata tra gli infedeli. Per quanto riguarda il reclutamento si tratta, invece, di attuare la strategia della persuasione cui segue la dimostrazione di una giusta supremazia. Un punto fondamentale è quello che riguarda l’approccio propagandistico verso i musulmani esteri, in particolare d’Europa. Lo Stato Islamico punta a destabilizzare maggiormente le menti umane che vivono in società dove imperversa il consumismo e lindividualismo, per poi colpire dritto al cuore del desiderio umano di perseguire uno scopo in cui si crede e nel convincere di poter perseguire dei valori, seppur distorti.

Questa sapiente e finissima strategia, colpisce benissimo e soprattutto i giovani smarriti che si sentono privi di un fine nella vita facendo apparire come estremamente stimolante l’affiliazione. Una strategia che va dritta all’emotività occidentale, anche attraverso la creazione di numerosi video poi messi online, in cui vengono uccisi e torturati occidentali e stranieri nei modi più vari possibili. L’intento, secondo gli studiosi, sarebbe anche quello di provocare gli stessi occidentali. Il Califfato si serve della propria propaganda per terrorizzare i Paesi antagonisti, reclamando con orgoglio e con una tempistica studiata la responsabilità degli attacchi compiuti sia dagli affiliati che dai ‘simpatizzanti’. Il fine è chiaro: aumentare il proprio raggio di azione, la propria forza, il terrore. Il risultato è una propaganda pervasiva e che si serve di ogni mezzo, sostenuta dalla stessa organizzazione ma anche da chi esternamente provvede comunque a contribuire alla diffusione dei contenuti nel web.

Proprio questi elementi hanno reso lo Stato Islamico l’attore terrorista più forte, ramificato, stabile e conosciuto tra tutte le organizzazioni jihadiste nel mondo. Tutto questo rende il Califfato diverso dagli altri gruppi criminali perché maggiormente avanzato e complesso nel tentativo di rivelarsi come lentità in grado di dare stabilità, ordine, giustizia, lavoro, così che i cittadini si ritrovino ad ‘accettare’, se così si può dire, le violenze di un regime del terrore per l’assenza di una valida alternativa.

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