sabato, dicembre 16

La partita dell’Italia nel ‘Grande Gioco’ Artico Petrolio, navigazione, sicurezza: gli interessi italiani nell'Artico secondo l'analisi di Nicolò Sartori, IAI

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L’Artico sta assumendo un ruolo sempre più strategico per gli equilibri mondiali. La ricchezza di risorse naturali in parte inesplorate e la prospettiva di nuove rotte di navigazione aperte dalla progressiva riduzione dei ghiacci spingono l’Artico al centro della competizione fra i principali attori internazionali. Competizione che, tuttavia, non vede coinvolte unicamente le tradizionali superpotenze, quali Stati Uniti, Russia e Cina, né i soli Paesi scandinavi, favoriti dalla loro vicinanza geografica all’estremo Nord.

Anche l’Italia, infatti, occupa una posizione di tutto rispetto nel ‘Grande Gioco’ dell’Artico. La presenza di importanti imprese italiane quali Eni, Finmeccanica e Finacantieri dimostrano un grande impegno dell’Italia in progetti di sfruttamento e sviluppo sostenibile del territorio. Nel 2016 Eni ha inaugurato la piattaforma petrolifera Goliath, la più grande installazione per l’estrazione di greggio nel nord del pianeta, un investimento di circa sei miliardi di euro in grado potenzialmente di produrre 150 milioni di barili di petrolio su un periodo quindicinale.

Fincantieri ha realizzato per la Norvegia una rompighiaccio da 175 milioni di euro e potrebbe aumentare in futuro i propri investimenti a causa dell’espansione della navigazione consentita dallo scioglimento dei ghiacci. Infine, i sistemi di osservazione satellitare gestiti dalle aziende del Gruppo Leonardo-Finmeccanica, con oltre 3000 immagini satellitari di cento milioni di chilometri quadrati di mappatura dell’area, raccolte fra il 2011 e il 2014, consentono all’Italia di svolgere un ruolo di primo piano nel campo del monitoraggio satellitare delle attività umane e dei fenomeni ambientali riguardanti l’Artico.

Le gesta di grandi esploratori italiani, su tutti Amedeo Duca degli Abruzzi e Umberto Nobile, ci hanno lasciato in eredità la Base Artica Dirigibile Italia, coordinata dal CNR, fiore all’occhiello dell’interesse scientifico italiano per l’estremo nord. Ma l’Italia dimostra una straordinaria attività anche sul lato politico della partita. Gli ottimi rapporti diplomatici e commerciali con gli Stati scandinavi hanno infatti permesso al nostro Paese di entrare in qualità di osservatore permanente nel Consiglio Artico, il forum internazionale per la discussione dei problemi regionali trasformato nel 2013 in una organizzazione ricca e complessa, composta da quasi 30 soggetti fra membri, osservatori e Ong, testimone di come l’Artico stia cessando di essere un mero affare regionale per assumere al contrario una vera dimensione internazionale. Infine, la missione High North organizzata dalla Marina Militare Italiana lo scorso luglio, pur avendo obiettivi di ricerca scientifica, ha avuto l’indubbio fine ultimo di studiare l’apertura di nuove rotte commerciali, definite dalla Marina stessa «un elemento di interesse per gli aspetti geostrategici del nostro Paese». Sugli interessi italiani nella regione artico e sugli scenari futuri che si aprono per la nostra nazione abbiamo sentito Nicolò Sartori, analista presso lo IAI (Istituto Affari Internazionali)

L’Artico è un’area in cui si stima siano presenti notevoli giacimenti di idrocarburi, quali vantaggi comporta per l’Italia una presenza così importante per l’industria petrolifera nell’area artica?

Innanzitutto bisogna precisare come l’importanza dell’Artico si manifesti più per le imprese italiane, quali l’Eni, che per il Paese Italia nel suo insieme in quanto non tutto il petrolio estratto nell’Artico verrà necessariamente utilizzato sul territorio italiano. In ogni caso le iniziative dell’industria italiana nell’Artico costituiscono strumenti importanti per consolidare una presenza italiana nell’area, creano occasioni di lavoro, expertise nonché una fondamentale caduta in termini di indotto legato ad aziende italiane che operano insieme ad Eni nel settore: pertanto vi è un guadagno netto da parte delle nostre industrie che rientra nell’interesse nazionale dell’Italia.

Con la presenza nella regione artica si può ritenere che l’Eni stia tentando in qualche modo di compensare la perdita di investimenti petroliferi in Africa dovuta soprattutto alla crisi libica?

E’ vero che l’Eni ha congelato per ora il suo posizionamento in Libia, ma nonostante questo l’azienda è molto ben presente nel continente, in modo crescente nell’area dell’Africa Occidentale. Pertanto non parlerei dell’Artico in termini di alternativa dettata da una riduzione della propria presenza in Africa, ma al contrario di una strategia volta a diversificare le proprie occasioni di investimento. Le due gambe portanti del disegno strategico dell’Eni, la Russia e la Libia, si sono in parte indebolite negli anni dal 2011 in poi, pertanto l’azienda ha deciso di diversificare tanto le sue fonti di profitti economici quanto le potenziali riserve da sfruttare. A tal fine ha accresciuto la propria presenza nell’Artico potendo fare leva su progetti importanti quali la piattaforma Goliath nel Mare di Norvegia nonché sulla recente vittoria nella gara per ottenere nuove concessioni petrolifere in Alaska. E potendo giocare la carta vincente della capacità tecnologica, maggiore di quella di altre aziende, grazie alla quale può operare in ambiente anche ostili come quello artico e scoprire nuove riserve da utilizzare. L’Eni potrebbe sfruttare le proprie competenze per creare investimenti in Norvegia e nel settore russo dell’Artico, aree le cui potenzialità di sviluppo non sono state ancora colte appieno anche a causa di vicende quali l’abbassamento del prezzo del petrolio o le sanzioni alla Russia dopo la crisi in Ucraina.

La riduzione del prezzo del greggio e le tensioni internazionali con la Russia hanno generato incertezza nel mercato petrolifero, tal incertezza ha avuto conseguenze anche nel settore estrattivo della regione artica?

Al momento l’industria estrattiva nell’Artico risulta in parte bloccata da queste vicende ma, per una grande azienda come Eni, essere in Norvegia e avere una relazione strategica con la Russia potrà diventare, se non oggi nell’immediato futuro, un elemento di vantaggio da sfruttare al meglio qualora i prezzi tanto del petrolio quanto del gas naturale dovessero nuovamente rialzarsi. In particolare, in questo periodo, la scoperta nella regione artica di nuove risorse di gas sarebbe più funzionale rispetto alla scoperta di nuovo petrolio: la politica energetica globale, ma anche le strategie di Eni, puntano in larga parte al greggio, pertanto, la scoperta di nuovi giacimenti di gas comporterebbe vantaggi ulteriori per Eni e per il nostro Paese.

Uno degli obiettivi a lungo termine della strategia Eni nella regione può essere considerato un maggiore riavvicinamento alla Russia?

Sicuramente i legami fra Eni e la Russia ci sono e rimangono forte. La sospensione di un progetto strategico così importante anche per l’Italia, quale il gasdotto SouthStream, ha avuto un impatto operativo sui rapporti bilaterali e ha convinto l’Italia a trovare nuove occasioni per diversificare i propri investimenti. Tuttavia questo non ha comportato un’interruzione dei rapporti fra Eni e la principale industria petrolifera russa, Rosneft: basti pensare al fatto che proprio quest’ultima è entrata nella partnership relativa al giacimento di Zohr, la più grande scoperta di idrocarburi fatta negli ultimi anni da Eni nel Mediterraneo. Russia e Libia, pertanto, rimangono dei perni per Eni, ma questo non ha impedito alla nostra azienda petrolifera di diversificare la propria presenza negli scenari globali puntando sulla ricca regione artica.

L’accelerazione dello scioglimento dei ghiacci dovuto ai cambiamenti climatici consentirà all’Italia di sfruttare nuove rotte di navigazione, questo cosa comporterà in termini geopolitici e strategici?

Lo scioglimento dei ghiacci è un fenomeno molto preoccupante e la speranza è che le politiche energetiche attuali impediscano a tale fenomeno di manifestarsi in tutta la sua forza. Tuttavia, l’apertura dei ghiacci permetterà certamente di intraprendere nuove esplorazioni petrolifere e di tracciare nuove rotte di navigazione attraverso i Passaggi tanto a Nord-Est quanto a Nord-Ovest i quali sono estremamente vantaggiosi al fine del raggiungimento di nuovi mercati da parte delle industrie non solo italiane ma anche europee. Su tutti il mercato asiatico, il quale diventerebbe raggiungibile senza dover passare dagli Stretti di Malacca e di Suez, ma transitando lungo la rotta settentrionale che percorre l’Artico, una rotta la cui navigabilità si coglierà appieno nel prossimo futuro ma che rappresenta certamente un percorso più breve per raggiungere l’Asia e pertanto molto più appetibile per l’Europa e l’Italia in particolare. Le rotte di navigazione rese possibili dallo scioglimento dei ghiacci comportano vantaggi strategici tanto per l’export europeo verso l’Estremo Oriente quanto per l’export asiatico verso l’Europa, eliminando in tal modo, nei commerci euroasiatici, una dimensione geografica legata al passaggio in Medioriente e nelle aree limitrofe. L’apertura di nuovi spazi per la navigazione potranno consentire lo sviluppo delle attività turistico-commerciali ad essa connesse, le quali verrebbero alla luce in modo più significativo qualora la navigabilità delle acque artiche divenisse maggiormente agevole. La crescita delle rotte commerciali aumenterebbe di conseguenza l’importanza delle aziende italiane operanti nel settore, quali Fincantieri, la quale ha una capacità di primo livello nella costruzione di navi idonee a navigare nei mari dell’Artico, o Augusta Westland (Gruppo Leonardo) operante nel settore dell’elicotteristica, settore attivo in prima linea nelle attività di Search&Rescue in mare. Infine, non si possono dimenticare le competenze in materia di osservazione satellitare di Thales Alenia Space e Telespazio, competenze anch’esse italiane e gravitanti nell’orbita di Leonardo-Finmeccanica.

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