venerdì, aprile 20

La Libia del dopo Haftar? Un po’ più spaccata Se l’uomo forte della Cirenaica uscisse di scena cosa cambierebbe? Ne parliamo con gli analisti Luca Raineri della Scuola Superiore Sant’Anna, Arturo Varvelli dell’ISPI, generale Leonardo Tricarico Presidente ICSA

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Il  generale libico, Khalifa Haftar, è stato ricoverato al Val-de-Grâce, un noto ospedale militare di Parigi, dopo aver subito una emorragia cerebrale.  Una fonte nel Consolato libico a Parigi ha riferito oggi alla tv satellitare ‘al Arabiya’ che le condizioni del generale «sono ancora molto critiche anche se si è registrato un leggero miglioramento»   un’emorragia cerebrale. Il generale, secondo questa fonte, «non è ancora lontano dal pericolo dopo essere stato colpito da un ictus cerebrale improvviso che lo ha fatto perdere coscienza».

L’ictus del generale libico è stato reso noto martedì e confermato definitivamente ieri, dopo che il portavoce dell’Esercito Nazionale Libico  (LNA), Ahmed Al-Mismari, aveva smentito sostenendo il buono stato di salute di Haftar.

Il Paese affronta, ormai da anni, una crisi politica e sociale devastante, ed è letteralmente diviso in innumerevoli fronti. Le fazioni in gioco sono principalmente due, da un lato il Governo di Accordo Nazionale di Fayyez Al-Sarraj nella Tripolitania -riconosciuto dalla comunità internazionale-, dall’altro l’Esercito Nazionale Libico sotto la guida del Generale Haftar nella regione della Cirenaica. Questa suddivisione semplifica, però, in maniera estrema e fuorviante il quadro libico, rischiando di distorcere quella che invece è la realtà locale. Infatti, gli attori sono molteplici, e comprendono una poliedrica compagine tribale, brigate e milizie locali armate e, oltre tutto, l’ingerenza di potenze straniere nel Paese tende a complicare ulteriormente quella che sembra essere una situazione ad oggi irrisolvibile.

La Libia continua essere una questione di importanza internazionale. Lo conferma il report del 12 febbraio scorso consegnato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da Antonio Guterres, Segretario dell’ONU. Nel documento Guterres ha dichiarato esplicitamente l’attuale situazione di instabilità e la mancanza di sicurezza nel Paese, analizzando -una ad una- le regioni libiche. Nel documento ha, poi, denunciato apertamente tutte le atrocità, i soprusi e le violenze che le milizie libiche, le forze armate o la guardia costiera libica esercitano sui civili e, soprattutto, sui migranti. Si aggiungono, poi, gli sforzi dell’inviato speciale ONU in Libia, Ghassan Salamè. Il suo piano d’azione fa appello a meno ingerenze esterne e più convergenza internazionale, in modo da garantire alle Nazioni Unite un maggiore «spazio di manovra».

L’inviato dell’ONU ha ribadito più volte che l’obiettivo in Libia è quello di raggiungere le elezioni entro la fine del 2018. Khalifa Haftar ha lasciato intendere una sua potenziale candidatura. Insieme a lui si è aggiunto un candidato dal cognome storicamente importante per la Libia, Saif Al-Islam Gheddafi, il figlio dell’ex-rais Muhammar.

E se l’uomo forte della Cirenaica Haftar uscisse di scena, cosa cambierebbe in Libia?

La risposta dovrebbe scomporsi seguendo due linee guida principali, una politica e una militare. Adottando una chiave di lettura prettamente politica, ci spiega Arturo Varvelli, analista dell’ISPI ed esperto in Libia, l’eventuale uscita di scena di Haftar potrebbe rappresentare uno nodo importante, in quanto si tratterebbe di un polo che sinora è stato fondamentale, e avrà sicuramente delle conseguenze. Aggiunge, poi, l’esperto che al di là della questione Haftar, è opportuno ricordare che le rivalità personali contano molto nel contesto della crisi libica, e quindi anche l’equilibrio tra personaggi e forze politiche ha il suo peso. Probabilmente  lo stato di stallo attuale in cui sta vivendo il Paese in ogni caso si romperebbe se Haftar venisse meno. Secondo Varvelli l’eventuale uscita di scena rappresenterebbe  una nuova chance, che può essere però percepita sia in negativo che in positivo.  Può essere una nuova chance che porti ulteriore caos nel Paese, ma può comportare anche una ricomposizione politica. Tuttavia per l’analista dell’ISPI è ancora prematuro per capire se sia un’occasione positiva o negativa.
Si mostra, invece, più ottimista il generale Leonardo Tricarico, Presidente della Fondazione ICSA, secondo il quale, con un eventuale k.o. di Haftar verrebbe meno sicuramente un ostacolo significativo nel processo di riconciliazione libico.

Khalifa Haftar ha mostrato grandi capacità attrattive e politiche, tanto da ‘costringere’ gli attori internazionali a considerarlo come attore imprescindibile per instaurare un dialogo all’interno della Libia. Non è, infatti, possibile ricostruire il Paese senza considerare il generale libico e la sua fazione. Commenta, a tal proposito, Arturo Varvelli che “Haftar è riuscito a coalizzare attorno a se alcuni gruppi di miliziani, una parte dell’esercito ex-gheddafiano ritrovatosi senza leader nella fase post-Gheddafi…Haftar si è auto-candidato a nuovo Generale leader delle forze armate.. quello che sta facendo ora è cercare di ricostruire un esercito vero e proprio, ma è un obiettivo -indiscutibilmente- ancora molto lontano.

L’esercito, infatti, è uno dei grandi obiettivi dell’uomo forte di Tobruk. Si presenta inizialmente come esponente e leader militare, acquisendo solo in seguito un peso politico per la ricostruzione del Paese, mostrandosi indubbiamente come un personaggio intransigente, e non di certo incline al dialogo. Secondo il Generale Tricarico, chiunque possa essere il personaggio che lo rimpiazzi, vi è da augurarsi che sia più ragionevole e meno intransigente di quanto sia stato Haftar.

Per tanto, quali sono l’effettiva forza militare del generale? le sue capacità effettive in termini militari? Spiega il Presidente dell’ICSA che Haftar “..ha una capacità militare piuttosto limitata, basata principalmente su armamenti non aggiornati…soprattutto sembra che abbia stipulato degli accordi con i russi per..mantenere in vita degli armamenti, o addirittura rinnovarli. In tal caso, la sua uscita di scena, secondo il parere di Tricarico, sarebbe addirittura un valore aggiunto, in quanto verrebbe a mancare – per questa funzionalità specifica relativa alla capacità militare – un supporter importante di rilievo, quale il Cremlino.

Conferma, infatti, Varvelli che “Haftar non controlla un vero e proprio esercito, ma alcuni capi che avevano promesso fedeltà a lui e reagivano ai suoi impulsi, ma tutt’altro che un esercito organizzato. Aggiunge poi il ricercatore ISPI che..Haftar si era fatto campione di alcuni interessi suoi personali, come ad esempio il tentativo egemonico di scalata nel Paese. Questi interessi combaciavano, però, con quelli di alcune tribù, clan e componenti politiche della Cirenaica, e di quella parte della Libia che lo appoggiava. Ma soprattutto era diventato il campione degli interessi in particolar modo dell’Egitto, degli Emirati, e più recentemente anche di altri Paesi importanti come Russia e Francia.

Secondo il parere dell’esperto ISPI, poi, Haftar era una sorta di chiave di volta che teneva attorno a se tutta una serie di coalizioni, riunite in nome dell’anti-islamico. A tal proposito, diviene quindi opportuno e fondamentale riuscire a capire se questa coalizione di forza attorno può avere una sua coesione, o no. Anche dal punto di vista militare naturalmente.

La realtà libica, però, non vede solo la ‘semplice’ disputa tra Sarraj e Haftar, ma si estende a una compagine tribale enorme -in termini di quantità e importanza. Complicano ulteriormente il quadro libico due elementi in particolare: la ripresa dell’ISIS e l’affermarsi dei madkhalisti.

Secondo più fonti, tra cui Francesca Mannocchi, giornalista italiana e autrice per più testate (‘Middle East’, ‘Eye’, ‘L’Espresso’..) l’Isis in Libia non sarebbe affatto scomparso. L’organizzazione, dopo esser stata espugnata dalle sue roccaforti nel Paese, sta acquisendo una struttura ‘satellitare’. Non assomiglia più a una rete, nè a un’organizzazione vera e propria, non è più riconducibile a un territorio per preciso, ma è formata da gruppi -più o meno piccoli-  di individui che agiscono seguendo, inoltre, strategie e metodologie diverse. L’obiettivo permane quello di destabilizzare il Paese, cercando di attrarre più reclute possibili. Secondo quanto riporta la Mannochi in un suo articolo per ‘L’Espresso’,  il capo dell’Isis in Libia, l’iracheno Abu Mohad sarebbe sopravvissuto alla guerra di Sirte, e starebbe riorganizzando nuovi gruppi di combattenti nel sud della Libia, alleandosi con gruppi armati del Ciad, Mali e Sudan ( un’alleanza strategica, di carattere economico e non ideologico, basata su traffici di droga, esseri umani e armi ) .

Commenta, a tal proposito, Varvelli dicendo che “certamente i radicali jihadisti, come ad esempio anche al-qaeda nel maghreb islamico, erano e sono presenti tutt’ora. D’altronde, per quanto riguarda Sirtei combattenti dell’ISIS in Libia- sono stati espulsi e non sconfitti militarmente, o fisicamente.. molti hanno lasciato l’area, disperdendosi…altri  hanno cercato di raggrupparsi e sono stati colpiti…altri invece sono confluiti in altri gruppi… in più penso che sono confluiti verso Al-Qaeda nel maghreb islamico.

Il madkhalismo, invece, è una corrente di stampo salafita ultraconservatrice insediatasi in Libia negli anni ’90 sotto il regime di Muhammar Gheddafi, e guidata dal saudita Rabi a-Madkhali. Secondo Francesca Mannocchi, i gruppi madhkaliti nel Paese potrebbero -nel lungo termine- rappresentare una minaccia, non che un ulteriore elemento destabilizzante nella già fragile Libia. A Misurata e Sirte, per esempio, i madkhalisti hanno formato la Brigata 604, una brigata nata inizialmente per liberare Sirte, ma che negli ultimi mesi è diventata sempre più minacciosa e potente, tant’è che alcune fonti sostengono che agisca addirittura in maniera autonoma. Molti componenti della Brigata 604 appartengono alla stessa tribù di Haftar, ovvero quella dei Farjani. E il generale ha più volte rivendicato il loro sostegno, nonostante si mostri agli occhi ella Comunità Internazionale come difensore del secolarismo e principale leader della lotta contro I jihadisti e l’estremismo islamico. Un controsenso più che curioso che spiega, indirettamente, il motivo per cui in Libia sia così difficile trovare una soluzione.  Spiega, infatti Varvelli che “la minaccia di questi gruppi salafiti radicali all’interno dei vari schieramenti libici rimane, è chiaro che rimane, anzi potrebbero avere anche una voce maggiore. Si sono  sempre affidati a una sorta di mimetismo, non sono mai usciti perché non voglio essere ‘targettizati’, non vogliono diventare un obiettivo militare…in Libia non ci sono i buoni contro i cattivi, ma si tratta di una situazione più complessa e mista”.

Siamo, quindi, davanti a un Paese palesemente frastagliato, il cui scenario è enormemente complesso e, di conseguenza, una risoluzione della crisi si presenta sempre più ardua da raggiungere.

Abbiamo intervistato Luca Raineri, ricercatore post dottorando presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, per fare un’analisi dettagliata di una Libia senza Haftar.

 

Se il Generale Haftar si trovasse davvero in gravi condizioni di salute, uscirebbe dalla scena politica della Libia. Come sarebbe il Paese senza il Generale della Cirenaica?

È molto difficile rispondere a questa domanda. Lo scenario libico è estremamente eterogeneo, mobile e composito. La capacità aggregativa di Haftar è probabilmente stata enfatizzata in maniera superiore a quanto sia poi nella realtà. Il generale è stato abile nell’alleare diverse tribù al suo movimento -e al suo esercito- , ma gli stakeholders rimangono dispersi, e dispersivi. La difficoltà di tutti gli attori nel trovare un compromesso nello scenario libico – in tutta la sua complessità e varietà –  è tale per cui anche la presenza di Haftar non sarebbe in grado di offrire nessun tipo di soluzione. Quindi, la perdita di una figura come il generale Khalifa comporterebbe uno scenario di ulteriore frammentazione, ma su un quadro già ampiamente frammentato.

Può farci un esempio?

In queste ultime settimane ci sono stati degli scontri molto gravi nella città di Sebha -per giunta in una città dove l’Italia si era spesa ampiamente per cercare di creare uno scenario di pace e convivenza tra gli attori tribali locali. A Sabahta, da poco, anche l’LNA è uno stakeholder importante. È presente con delle forze armate  e un grande impegno diplomatico. Ciò nonostante, l’esercito non è minimamente riuscito a fermare gli scontri.

L’eventuale uscita di scena da Haftar cosa comporterebbe, invece, in termini militari?

È probabile che Haftar venga rimpiazzato da un Luogotenete più abile di lui.

Qual è la forza, e quali sono invece i ‘traguardi’ militari di Haftar?

Alcune delle operazioni principali compiute in nome dell’Esercito Nazionale Libico sono state, in realtà, realizzate dalle Forze SAIKA, ovvero delle forze speciali già inserite nel dispositivo di sicurezza di Gheddafi. Queste sono state riciclate all’interno dell’LNA, e – fra l’altro – si sono rese responsabili di una serie di violazioni molto importanti di diritti umani, allertando il Tribunale Penale Internazionale. Queste forze speciali sono il vero zoccolo duro della capacità militare di Haftar.

E per quanto riguarda la capacità militare in termini di aviazione?

Ci sono tutti segnali per poter ritenere che Haftar abbia beneficiato dell’appoggio prevalentemente di Egitto e Emirati. Non c’è dubbio che il leader libico, con la sua sagacia e politica, ha saputo intercettare le necessità di questi attori, e di questi Stati. Allo stesso tempo, è riuscito ad avvalersi del loro appoggio e sostegno (anche abbastanza smarcato, e in aperta violazione dell’embargo alle armi che è imposto in questo momento alla Libia). Per cui, negli anni si è andato cementando un rapporto di fiducia fra Haftar e questi attori internazionali. La perdita del Generale libico potrebbe, forse, scalfire parzialmente questa fiducia. D’altra parte c’è da dire che, gli egiziani sono stati anche loro molto abili. Nelle ultime settimane, infatti, hanno cercato di far seguire un track diplomatico agli attori militari di tutti i lati, e quindi compresi anche quelli di Haftar. Non credo, quindi, che sia la pedina del singolo a cambiare le sorti di questo conflitto, ci sono molti altri attori da tenere in considerazione.

Alla luce delle eventuali prossime elezioni politiche, in Libia chi potrebbe trarre vantaggio dall’uscita di scena di Haftar?

Le elezioni in Libia sono una grande incognita. Alcune settimane fa l’inviato speciale in Libia dell’ONU, Ghassane Salamè, si è lasciato sfuggire che non crede neanche lui al referendum costituzionale, tanto meno alle elezioni, in Libia nel corso del 2018.

Cos’è che ha compromesso l’ottimismo dell’inviato speciale ONU in Libia?

Salamè ha compreso un aspetto che altri attori internazionali, compreso l’UE, faticano a capire.  In Libia, in questo momento, le milizie hanno ‘il boccino in mano’. Queste ultime sono completamente disgregate, e vivono sugli introiti provenienti dai traffici e dalle risorse naturali libiche. Questa è la vera questione. L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite riporta, chiaramente, che – tutti gli anni – centinaia di migliaia di dollari di proventi del petrolio vengono sottratti, e vanno ad alimentare il business di trafficanti e milizie.

Libia: milizie e armi. Qual è il problema, e quale una possibile soluzione?

Le milizie sono completamente ‘in-smobilitabili’. Sono libere di fare quello che vogliono perché ci troviamo, di fatto, in un classico cortocircuito. Ovvero: bisogna smobilitare le milizie per creare uno Stato forte, ma per smobilitarle serve uno Stato forte! Questo è l’impasto di cui Salamè si è reso conto. Questo cortocircuito ha smorzato nettamente  l’entusiasmo e l’attivismo iniziale dell’inviato ONU.

Qual è, invece, il ruolo delle potenze straniere?

La sensazione è che tutti gli attori stiano cercando di perseguire dei ‘track’ diplomatici, ciascuno con i propri interessi. Tutto sommato, è possibile asserire che ciascuno in parte mostra la volontà di arrivare a un’unificazione della Libia, o un consolidamento dello Stato libico. Non dimentichiamoci che lo stato attuale non è comodo per nessuno.  Ognuno attore straniero, però, ha seguito il suo ‘percorso’. La verità è che nessuno di questi approcci, sino ad ora, è riuscito a portare a casa il vero risultato, in quanto il vero problema è che il coltello dalla parte del manico lo possiedono delle milizie che non hanno nessuna intenzione di smobilitarsi.

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