lunedì, ottobre 23

La finanziarizzazione della Silicon Valley L'operato delle aziende hi-tech è sempre più simile a quello dei fondi d'investimento

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Da qualche tempo, Apple, una delle società di punta del settore hi-tech, sta costantemente limitando i propri investimenti in ricerca per dedicarsi al riacquisto delle proprie azioni e, soprattutto, a comprare montagne di titoli; si va dai Treasury Bond a semplici quote azionarie di altre grandi compagnie, fino ad arrivare ad Asset Backed Security, strumenti derivati che impiegano i mutui residenziali come collaterale. Si parla di circa 250 miliardi di dollari investiti, corrispondenti al 72% dell’attivo di bilancio di Apple, quasi al doppio del suo patrimonio netto e al triplo del debito. Cifre che sembrano quindi più consone a un grande fondo pensione come Calpers o a un hedge fund come Blackrock che non a una società divenuta solida e prospera sfornando strumenti tecnologici.

Il che rivela come, al momento, sia il ramo degli investimenti in titoli quello in cui Apple è più attiva e dal quale trae la maggior parte dei guadagni; molto più che dalla produzione di iPhone, iPod, iPad e Mac, la quale garantisce comunque un cospicuo flusso di cassa. La società fondata da Steve Jobs ha cominciato ad operare con convinzione nel settore finanziario in parallelo con il rilancio dei listini azionari dovuto alla politica iper-espansiva della Federal Reserve. Rilancio a cui la stessa Apple contribuisce in maniera determinante facendo incetta di titoli e sospingendone a sua volta il valore verso l’alto. I dati indicano che la compagnia di Tim Cook ha in portafoglio titoli a lungo termine per 184 miliardi, cui vanno sommati 58 miliardi investiti in bond a breve e poco meno di 20 miliardi di cassa liquida. Una crescita esorbitante, se si pensa che, al momento del fallimento di Lehman Brothers, liquidità a disposizione e investimenti nel settore finanziario ammontavano ad ‘appena’ 23 miliardi di dollari.

Ma quello di Apple non è certo un caso isolato. Per Google, gli investimenti finanziari sono arrivati ad assommare circa 100 miliardi di dollari, pari a circa il 60% del bilancio societario, a fronte dei 15 miliardi del settembre 2008. Facebook, che non si è mai occupata di attività finanziarie fino al 2010, investe attualmente 29 miliardi di dollari in titoli a breve termine con un attivo che ammonta a 74 miliardi. Microsoft investe per lo più in titoli a breve termine, per un totale di 121 miliardi a fronte di un bilancio pari a circa il doppio. Più contenuta ma comunque in costante crescita è l’esposizione dei giganti del commercio in rete Amazon ed Ebay, con investimenti finanziari che ammontano rispettivamente a 8,2 miliardi e 11,2 miliardi.

Il che dimostra come i protagonisti dell’hi-tech si stiano progressivamente trasformando in holding finanziarie, con le prime sei società della Silicon Valley che assommano da sole oltre mezzo miliardo di investimenti in titoli, pari alla metà del fondo sovrano norvegese (il maggiore al mondo) e al doppio della capitalizzazione di Piazza Affari. Eppure, come scriveIl Sole 24 Ore‘, «chi compra un iPhone, un Pc; compra traffico e pubblicità su Google e Facebook non compra solo un bene o un servizio della new economy, si compra la buona e cattiva sorte della finanza mondiale. C’è un tema di rischio implicito che riguarda gli azionisti dei colossi dell’hi-tech. Ovvio che la gestione sarà molto attenta al rischio. Non è un caso che Microsoft ad esempio investa solo sull’orizzonte dei due anni con i T-bond Usa. O che si scelga la strada tranquilla dei bond societari ad alto rating come Apple che dei sui 184 miliardi investiti a lungo, ne dedica ben 123 all’acquisto di obbligazioni corporate. Ma c’è da chiedersi, nel caso del gigante della Mela, perché impegnare ben 20 miliardi in Abs sui mutui. Certo la tempesta è passata, non sono certo mutui subprime, ma qualche rischio in più lo portano. D’ora in poi non basterà, più per i colossi della tecnologia, valutare la bontà e la redditività dei loro prodotti e del loro business, ma andrà data un’occhiata anche al loro portafoglio finanziario. I centauri del Web possono trasformarsi da ghiotta opportunità a rischio zero, data la mole ingente di flussi di cassa che producono ogni anno, a un problema se i mercati finanziari dovessero incontrare una nuova crisi».

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