sabato, giugno 23

La difficile vita dei transgender in Indonesia Il Paese musulmano più popoloso al Mondo vede con ambivalenza la comunità LGBT, non mancano violenze e persecuzioni

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Ogni singolo transgender vive in Indonesia lottando giorno dopo giorno per la sopravvivenza, certo, ma anche per difendere la propria ricerca di un senso, di una identità. In Indonesia, la vasta Nazione del Sud Est asiatico che è allo stesso tempo il più popoloso Stato dove si professa l’Islam, persino l’accesso alle moschee è materia controversa per chi vive da transgender. Infatti, in una Nazione dove è in vigore la Sharia , l’ingresso alle Moschee è separato per uomini e donne.

I transgender sono invisi e non-accolti sia che entrino in moschea nella sezione riservata agli uomini sia se essi adottino l’ingresso riservato alle donne. In questa non-accettazione si “svolge” la quotidianità dei transgender, spesso tema di coloriti reportage, oggetto esotico di interesse mediatico e reportagistico ma altrettanto spesso reietti nella vita reale e marginalizzati nel tessuto sociale indonesiano, allegoria di quel che loro accade in gran parte del Mondo, non solo di religione musulmana. Li si incontra in strada, in zone poco vistose, suonare o cantare e raccogliere quel po’ che riescono a mettere insieme sotto forma di cibo per poi rintanarsi in tuguri dove la compagna di vita che maggiormente si fa spazio nella loro esistenza si chiama “Solitudine”.

Vestiti in abiti femminili colorati, chiamati “mukena” , riccamente decorati, lasciano che colori e drappi allungati nascondano più che possono le loro fattezze. Un po’ per negarsi al Mondo, un po’ per ripararsene. Per tutti questi motivi, Shinta Ratri, nota ai più per i vari articoli e servizi fotografici a lei dedicati, ha fondato la Pondok Pesantren Waria al-Fatah , la scuola islamica unica al Mondo per i transgender. «Nelle pubbliche moschee mettiamo la gente a disagio. Avevamo bisogno di un posto sicuro per i transgender», afferma oggi nel momento in cui è sollecitata nelle interviste. Quando racconta la sua esperienza a chi la intervista racconta che il problema principale nella accettazione all’ingresso delle moschee è che è stata sempre identificata come un uomo, nella fase iniziale della sua vita e che oggi i responsabili delle moschee trovano difficile accettare che sia con le forme di una donna.

Fin dalla sua creazione, nel 2008, il collegio, altrimenti chiamato pesantren, è diventato via via un luogo sempre più sicuro e di riferimento per il popolo transgender proveniente un po’ da tutta l’Indonesia, il Paese musulmano più popoloso al Mondo. All’interno, riferisce Shinta, ci si può vestire con abiti da uomo oppure da donna, come meglio si crede e come meglio ci si sente, «dipende da quanto ci si sente comodi». Il collegio ha sede in un quartiere tranquillo di Yogyakarta, all’interno di una tipica casa giavanese del Diciannovesimo Secolo, tutta in legno e di proprietà della nonna di Shinta.

Allo stato attuale, il collegio è frequentato da almeno una quarantina di allievi transgender, generalmente con un’età intorno ai 20 anni oppure meno, mentre coloro che seguono il corso scolastico vero e proprio sono con un’età maggiore, comprese quattro transgender di sesso femminile che risiedono nel collegio a tempo pieno. Una di esse –Yumi Sara– ha 50 anni, risiede nel collegio dal 2010 ed è anche una assistente nel settore dell’HIV/Aids a Yogyakarta. «Ad Allah non interessa se sei transgender o meno» -afferma- «I transgender sono belle creature create da Allah».

Ma la sempre più crescente visibilità dei movimenti per i diritti della comunità LGBT ha causato un’azione di forza e reiterata da parte delle opposizioni politiche più retrive, soprattutto i movimenti conservatori estremisti in ambito politico e religioso. La omosessualità ed il transgenderismo non sono considerati illegali in Indonesia ma bisogna anche riconoscere che certi proclami pubblici e certa retorica estremista spinta anche dalle Autorità indonesiane non sono certo mancati. Proprio all’inizio del mese la polizia ha fatto irruzione in una sauna molto popolare nella Capitale Jakarta e nota soprattutto nella comunità gay. Vi sono stati 51 arresti. E’ pur vero che la stragrande maggioranza degli arrestati è stata quasi subito rimessa in libertà ma cinque degli arrestati sono stati trattenuti per violazione delle leggi indonesiane che trattano di materia pornografica. Un arresto dai grandi numeri e molto simile nei modi e nelle finalità, era stato attuato a Maggio ed ha comportato ben 140 arresti.

La Associazione Psichiatrica Indonesiana ha affermato che i transgender manifestano disordini mentali ed il Parlamento nazionale ha tutt’ora in corso un dibattito molto acceso che potrebbe persino condurre al divieto della comunità LGBT ed all’allontanamento dei suoi personaggi più caratterizzanti dai canali televisivi nazionali. A Maggio, due gay sono stati fustigati in pubblico nella Provincia conservatrice di Aceh con l’accusa di violazione delle leggi locali derivanti dalla Sharia che vieta espressamente la omosessualità. Così come la campagna fondamentalista che ha condotto all’arresto dell’ex Governatore di Jakarta Ahok , con l’accusa di blasfemia, oggi gli osservatori di cose indonesiane ritengono che le politiche anti-LGBT stanno diventando un altro tratto unificativo ed identitario delle destre del Paese e delle frange politiche e religiose più retrive.

Come è facile immaginare, anche il Collegio Pondok Pesantren Waria al-Fatah non è stato immune da attacchi. Nel mese di febbraio 2016 la scuola fu fatta oggetto di pesanti strali da ale fondamentaliste religiose e costretta a chiudere quattro mesi. La violenza fu minacciata specialmente dall’autoproclamatosi Front Jihad Islam FJI, le Autorità locali verificarono non utili i propri appelli e Shinta preferì chiudere piuttosto che rischiare attacchi violenti o effetti pericolosi per le persone. Abdurrahman , il leader del FJI affermò pubblicamente che il Collegio viola i precetti dell’Islam. «Nella Qur’an si afferma che gli uomini non dovrebbero atteggiarsi come le donne, ciò viola la Sharia», urlò all’ingresso della sua abitazione, in occasione di un suo pubblico proclama.

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