sabato, giugno 23

La crisi tra USA e Nord Corea: rischio doppia sconfitta per Washington La situazione critica è il volto più evidente di una transizione egemonica in corso. L’analisi di Benjamin Habib, docente presso l’Università di La Trobe

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La Corea del Nord festeggia in grande stile il lancio del sesto test nucleare. Danze coreografiche, bandierine che sventolano, bambini con variopinti palloncini. La comunità internazionale reagisce con preoccupazione e resta ferma sulla sua posizione di condanna. Donald Trump, da parte sua, ripete che l’opzione militare «non è inevitabile», ma rimane comunque tangibile. Cinque volte più potente dell’ultimo test, l’ultima esplosione conferma che Pyongyang è sempre più vicina a perfezionare il suo sistema missilistico. Il sisma di magnitudo 6.3 è stato 10 volte più potente rispetto a quello registrato in occasione del test nucleare di un anno fa.

I timori si fanno crescenti in vista dell’anniversario della Repubblica popolare di domani. L’ombra di un prossimo lancio di un missile balistico intercontinentale aleggia prepotente. Il primo ministro sudcoreano Lee Nakyon, ribadisce la sua preoccupazione dinanzi ai ministri della Difesa riuniti per il vertice sulla sicurezza. Voci preoccupate si innalzano anche intorno alla data del 10 ottobre, giorno in cui ricorre l’anniversario della nascita del Partito dei Lavoratori. Intanto, la portaerei statunitense a propulsione nucleare ‘USS Ronald Reagan‘ ha lasciato il Giappone per portare avanti quella che la Marina americana chiama «missione a lungo termine», secondo le linee strategiche concordate tra Washington e Seul.

Il quadro non fa affatto prospettare una facile risoluzione per questa crisi. Ed in questo spazio claustrofobico, nessuna buona notizia per gli Stati Uniti che sembrano non trovare una via di uscita. Tutte le opzioni sul tavolo non contemplano nulla di positivo. Se Trump scegliesse l’opzione bellica, metterebbe a rischio la vita di milioni di persone. Se, invece, gli USA continuassero a parlare duramente senza fare nulla di concreto, lascerebbero esposti i loro alleati nella regione, peraltro, regalando alla Cina il ruolo di attore protagonista. Anche l’ipotesi sanzionatoria avrebbe delle conseguenze negative: Pyongyang continuerebbe la sua corsa orgogliosa verso il proprio armamento nucleare, d’altronde, come ha fatto finora. Per non parlare del fatto che se gli USA mettessero alle strette la Cina, rischierebbero una guerra ‘commerciale’ che perderebbero quasi certamente. Se, infine, gli Stati Uniti negoziassero (se possibile) una sorta di pace con la Corea del Nord, la loro reputazione ne risulterebbe forse compromessa.

Secondo l’analisi di Benjamin Habib, docente di Scienze Sociali presso l’Università di La Trobe a Melbourne, sono queste le ipotesi prospettabili. Secondo ciò che afferma lo studioso, non esistono più modi per lAmministrazione Trump per dimostrare la forza statunitense e risolvere così ciò che sta di fatto limitando il suo prestigio e la sua egemonia agli occhi del globo. Gli abbiamo chiesto di parlarci di quanto da lui stesso ipotizzato.

Secondo lei la crisi tra Nord Corea e USA è una crisi senza vie di uscita? Se si, perché? 

Non esistono delle vere e proprie valide alternative per districare questa crisi. Questo a causa dei vincoli strategici, della densità della popolazione nel nord-est dell’Asia, a causa delle Nazioni coinvolte e per l’incompatibilità dei rispettivi obiettivi di politica estera. Siamo di fronte ad una situazione che va gestita, non risolta. E’ la superbia, in particolare nel caso dell’Amministrazione Trump, a segnare il cammino sbagliato, la via senza uscita. Così, non si andrà da nessuna parte.

La crisi in atto è davvero tra Corea del Nord e Stati Uniti o si tratta di altro?  

Certamente si tratta di una crisi che coinvolge, in particolare, Stati Uniti e Corea del Nord, ma è anche altro. E’ una crisi che riguarda anche quale degli Stati coreani è quello legittimato a governare l’intera Corea, e non solo. E’ anche parte del più grande contesto di natura strategica tra Cina e Stati Uniti. Ovviamente, questo non fa che aggiungere complessità al problema.

Come e perché l’azione della Corea mette in crisi il Trattato di non proliferazione del nucleare? Come questa crisi compromette l’egemonia americana?  

Una Corea del Nord in veste di potenza nucleare dimostra agli altri Stati che è possibile sviluppare armi nucleari anche al di fuori dei confini del Trattato di Non Proliferazione del Nucleare. Più sono i Paesi che producono o detengono armi di questo genere e minore sarà il monopolio che gli Stati riconosciuti come potenze nucleari avranno sulla gestione dei loro ‘affari di Stato’, specialmente se si parla di Stati Uniti. Non è un segreto che gli USA siano molto restii e decisamente poco inclini al programma nucleare della Repubblica popolare nordcoreana. Questo avviene perché, chiaramente, quello di Pyongyang è un programma che compromette una delle basi principali che hanno fondato il potere globale americano ed il suo ‘ombrello’ nucleare.

Lei sostiene che gli USA stanno collezionando una serie di sconfitte in Asia e che la crisi della Corea è l’immagine di una ‘transizione egemonica’. Ci spiega meglio questo passaggio?  

Non si tratta del fatto che l’egemonia degli Stati Uniti in Asia orientale è finita. Non sarebbe corretto. Gli USA continueranno a posizionare le loro 100.000 truppe lungo la regione così come continueranno a giocare un ruolo importante negli affari regionali per molto tempo ancora. Ciò non toglie che la crisi nordcoreana dimostra evidenti limitazioni nell’abilità statunitense nel dominare gli affari in Asia orientale. Qualunque sia l’opzione scelta da Donald Trump, è certo che evidenzierà i limiti crescenti propri ormai del potere regionale americano.

Perché molti analisti pensano che questa transizione egemonica sia, in realtà, qualcosa di impensabile? Cosa ne pensa?  

Esiste un’importante dinamica che continua ad essere critica per questa transizione egemonica: la sfida per l’egemonia del dollaro statunitense come valuta di riserva mondiale. A causa del fatto che il commercio globale è stato dominato per la maggior parte del tempo dal dollaro americano, fino ad ora, gli altri Paesi si sono trovati costretti ad acquistare partecipazioni in dollari statunitensi per potervi prendere parte. La richiesta globale per il dollaro statunitense come moneta legale, ha permesso agli USA di finanziare i suoi stessi adempimenti militari globali attraverso la svendita del disavanzo ad un livello che nessun altro Stato può eguagliare. Quella di oggi è una sfida emergente, nuova per il dollaro USA come valuta mondiale e, cioè, quella che riguarda la rimozione dei rapporti commerciali dai mercati denominati in dollaro per decrescere così la necessità dei partecipanti di dotarsi di dollari americani, ed in questo modo minare la capacità del Governo USA di realizzare l’impiego del disavanzo. La creazione di una banca per lo sviluppo dei BRICS, la Asian Infrastructure Investment Bank, l’annuncio di un’agenzia di rating del credito cinese, ed il rafforzamento della partnership di commercio bilaterale denominata Yuan/Rouble con la Russia e con altre Nazioni, costituiscono sviluppi importanti, illustrativi della crescente sfida, una sfida che minaccia le consuete regole del gioco. E’ l’erosione del potere economico americano che sta minando il suo stesso potere militare e diminuendo la sua influenza strategica.

Ci sono altre crisi che dimostrano la situazione che ci ha delineato?  

Le crisi in Georgia e l’occupazione russa della Crimea illustrano i limiti della garanzia di sicurezza americana. In entrambi i casi citati, la Russia è stata capace di imporre la sua volontà sugli Stati alleati degli americani, il tutto senza una risposta da Washington. Nel caso odierno della Corea del Nord, c’è il pericolo che l’Amministrazione Trump voglia strafare nel provare a ristabilire quella credibilità propria dell’egemonia assoluta americana e lo voglia fare utilizzando la forza contro la Repubblica popolare nordcoreana.

Quanto ha influito sulla situazione l’elezione di Donald Trump?  

L’Amministrazione Trump ha dimostrato già nei primi mesi una chiara intenzione: quella di accettare rischi strategici maggiori con molto minore preoccupazione per le ampie conseguenze che tali azioni potrebbero arrecare per gli avversari come per gli alleati. Il modo personalissimo del Presidente di mandare segnali al mondo e comunicare attraverso il suo famigerato account Twitter, è qualcosa senza precedenti per un leader mondiale nella sua posizione. Tutto ciò ha aggiunto una imprevedibilità ed una volatilità alla politica estera americana che non abbiamo mai incontrato prima.

Pensa che da questa crisi uscirà un nuovo mondo caratterizzato dall’egemonia cinese, in sostituzione di quella americana?

Questa è una possibilità. Se la Cina non sarà trascinata in un eventuale futuro conflitto della la penisola coreana. Una guerra in Corea è probabile che danneggerà tutte le Nazioni nell’Asia nordorientale in modo concreto e già tangibile.

E riguardo una guerra commerciale con la Cina?  

E’ probabile che accada anche questo, indipendentemente dalla situazione nordcoreana. Se accadrà, sarà il risultato prodotto dalla scelta dell’Amministrazione Trump di ritirarsi dal programma di commercio libero e dell’impegno cinese nello stabilire le fondamenta di un nuovo sistema operativo per l’economia internazionale.

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