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La controffensiva di Soros in Europa centro-orientale

Il magnate cerca di riprendere l'iniziativa nelle aree calde del 'vecchio continente'
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Da giorni, numerose manifestazioni di piazza si svolgono in tutte le principali città ungheresi – oltre 70.000 persone nella sola Budapest, secondo i manifestanti stessi – in segno di protesta contro l’approvazione della normativa che decreta una forte restrizione alla libertà di movimento degli enti finanziati da sponsor stranieri. Nella fattispecie, la legge rischia di determinare la chiusura della Central European University, l’istituto universitario fondato da George Soros e in cui il governo guidato da Viktor Orbán sospetta da tempo che si insegnino le tecniche di ‘rivoluzione non violenta’ messe in pratica in Paesi quali la Jugoslavia e l’Ucraina – tanto per rimanere ai due casi più noti. Nel 2000, fu del resto proprio l’hotel Hilton di Budapest a ospitare una conferenza organizzata dall’International Republican Institute (Iri), durante la quale il colonnello statunitense in pensione Robert Helvey fece un resoconto dettagliato sui metodi operativi teorizzati di concerto con il filosofo Gene Sharp, l’autore del manuale delle ‘rivoluzioni non violente’, ed insegnati a diversi diri­genti di Otpor! (il movimento che mise nell’angolo il presidente Slobodan Milosević) che nel frattempo, grazie a ben 77 milioni di dollari messi a disposizione dalle Ong statunitensi Iri, Freedom House e Na­tional Endowment for Democracy (Ned, finanziata soprattutto da Soros) e dall’agenzia governativa Usaid, avevano avuto modo di reclutare migliaia di militanti in pochi mesi per lanciare le loro operazioni in alcuni dei teatri più caldi del continente.

Che tra Orbán e Soros non corra buon sangue è cosa nota: dal problema migratorio al tipo di rapporto da costruire con Mosca, i due hanno visioni e disegni politici completamente diversi. Va tuttavia notato che l’Ungheria non è il solo Paese in cui si registra l’attività frenetica delle Ong riconducibili in vario modo al magnate, il quale sta cercando in ogni modo di uscire dall’angolo in cui l’attuale congiuntura sfavorevole l’aveva confinato. Nel febbraio 2012, la Open Society ha avviato una partnership con il governo Usa in base alla quale l’Ong ha ricevuto quasi 3 milioni di dollari di denaro pubblico per promuovere un programma di ‘democratizzazione’ della Macedonia. I termini dell’accordo vincolavano la Open Society a sobbarcarsi il resto della spesa (altri 3 milioni) necessaria a finanziare un nugolo di Ong macedoni che, secondo quanto denunciato da un team di giornalisti macedoni riuniti sotto la sigla ‘Stop Soros’, ruotano tutte attorno all’Unione Socialdemocratica Macedone (Sdsm), il partito di sinistra del Paese. Ed è proprio l’Sdsm ad aver smosso le acque a cavallo tra il 2015 e il 2016 per indurre la popolazione a sollevarsi contro il governo conservatore guidato da Nikola Gruevski.

Tutto è nato quando il presidente russo Vladimir Putin annunciò di aver raggiunto un accordo con le autorità greche e macedoni per la costruzione del gasdotto Tesla, che sarebbe andato ad agganciarsi al Turkish Stream per far arrivare il gas russo fino al terminale austriaco di Baumgarten. La messa a punto di una conduttura che segua la rotta-Sud per l’Europa meridionale e centrale ri­mane effettivamente imprescindibile, dal momento che lo stesso South Stream era stato progettato al preciso scopo di rompere il vincolo di di­pendenza che condiziona il rifornimento ener­getico delle nazioni europee alle tensioni geopolitiche che hanno regolar­mente minato la stabilità di Pa­esi della Europa orientale come l’Ucraina, at­traverso la quale transitava l’80% del gas russo diretto all’Europa prima che venisse ultimata la costru­zione del Nord Stream, il quale ha abbassato la percentuale al 53%. Per ra­gioni di questo tenore il South Stream aveva destato preoccupa­zioni negli Usa, portando alcuni analisti a parlare di ‘imperialismo energe­tico russo’.

Benché su questo gasdotto gravino diverse incer­tezze legate a dissidi – al­cuni molto profondi – di natura geopolitica tra Russia e Turchia, la realiz­zazione del Turkish Stream potrebbe determinare un riposiziona­mento in direzione filo-russa di nazioni chiave come Italia e Grecia. Non stupisce quindi che Amos J. Hochstein, inviato del Diparti­mento di Stato ad Atene, abbia più volte esortato la Grecia a negare la sua collaborazione al progetto, come ha rivelato il ‘New York Ti­mes’. Ma gli Usa non si sono limitati a premere sulla Grecia, in considerazione del fatto che la realizzazione del condotto Tesla, da parte della russa Stroytransgaz, manterrebbe la presa energetica russa sull’Europa che Washington ambisce categoricamente a spezzare. Dietro il pungolo statunitense, l’Unione Europea ha allora proposto una rotta alternativa transitante per Bulgaria e Romania, meglio nota come Eastring, che si allaccerebbe al corridoio meridionale che attinge dal giacimenti azeri. I quali non sono però sufficienti a coprire una quota significativa della domanda europea e quindi l’Eastring si candida, nella migliore delle ipotesi, a concorrere con il Tesla ma non a sostituirsi ad esso. Una volta preso atto di queste circostanze, gli strateghi Usa si sono immediatamente attivati, rispolverando le collaudate tecniche di manipolazione per applicarle sul governo macedone guidato da Gruevski.

Solo in quel momento l’esecutivo di Skopje è infatti divenuto un bersaglio di una ‘rivoluzione colorata’ in pieno stile, finanziata dalle Ong legate a Soros e al Dipartimento di Stato Usa, i quali hanno sponsorizzato i leader dell’opposizione Zoran Zaev, Srdja Popovic (legato ad Otpor!), Pavle Bogoevski (attivista Lgtb ed ora parlamentare del Sdsm) e Radmila Sekerinska (già membra dell’Open Society) affinché mobilitassero, con l’ausilio del Ushtria Çlirimtare e Kosovës (Uçk), le masse albanofone nelle maggiori città macedoni minando la tenuta del governo e sabotando il progetto Tesla.  Victoria Nuland, stretta collaboratrice del presidente Barack Obama, si recò allora in Macedonia per sostenere la causa dei manifestanti, mentre Zaev minacciava di pubblicare le prove, presumibilmente fornite da qualche servizio segreto straniero, che avrebbero dimostrato che Grusevski abbia usufruito dei servigi dell’ex capo dell’intelligence Zoran Verushevskij per intercettare illegalmente oltre 20.000 persone (in un Paese che conta appena 2 milioni di abitanti), tra cui politici, giornalisti e normali cittadini.

Di primo acchito, il premier macedone non ha ceduto al ricatto, ed i servizi di sicurezza hanno arrestato Verushevky e i suoi complici con l’accusa di aver ordito un colpo di Stato, mentre a Zaev è stato ritirato il passaporto per impedirgli di fuggire all’estero durante l’inchiesta. Nel computer di Verushevskij posto sotto sequestro dalla polizia sarebbero state rinvenute conversazioni nell’ambito delle quali lo stesso direttore dell’intelligence e un altro individuo dialogavano circa la possibilità che lo scandalo delle intercettazioni innescasse una nuova guerra civile. Nel maggio 2015, presso Kumanovo, si è verificato un cruento scontro a fuoco tra la polizia macedone e un commando dell’Uçk, terminato con l’uccisione di circa 20 guerriglieri albanesi. Skopje ha accusato le autorità di Pristina e di Tirana di aver organizzato e appoggiato l’attacco, sulla base di un documento, reperito dalle forze dell’ordine macedoni e diffuso dai media nazionali, in cui i gruppi estremisti dell’indipendentismo albanese inneggianti alla ‘Grande Albania’ avevano parlato dell’inizio di una offensiva, che si riallacciava alla lotta contro i serbi avviata nel 1999, volta ad instaurare la ‘Repubblica di Illiria’.

Non va dimenticato che nel 1999 i miliziani dell’Uçk beneficiarono del supporto degli Stati Uniti governati dalla triade Clinton-Albright-Tenet, i quali mobilitarono la Nato per aggredire la Jugoslavia di Slobodan Milosević al fine di favorire la nascita dell’indipendente Stato kosovaro ed installarvi la gigantesca base militare di Camp Bondesteel. Il che spiega l’evidente coordinamento tra l’Uçk e il ‘sorosiano’ Zaev, dal momento che fin dagli albori della Guerra Fredda la comunità albanese era stata individuata dalla Cia come ‘cavallo di Troia’ su cui far leva per scardinare la Jugoslavia. Come si legge all’interno di un information report della Cia datato 3 febbraio 1954: «ci sono ora circa 400.000 albanesi in Jugoslavia, residenti in Metojia, Kosovo, Macedonia e Serbia. Anche se vivono tra le popolazioni prevalentemente serbe, sono stati in larga parte assimilati. L’attrito che deriva tra la Jugoslavia e l’Albania nel territorio macedone, con Tirana che sostiene la popolazione albanese residente in Jugoslavia, è una costante fonte di inquietudine. Gli incidenti di confine tra i due Paesi sono fenomeni comuni perché gli albanesi portano il bestiame oltre il confine jugoslavo, e vi è inoltre un gran numero di albanesi che cerca di trasferirsi in Jugoslavia clandestinamente; una questione che suscita preoccupazione a Belgrado».

Alla fine, la degenerazione dello scontro politico indotta ad arte grazie anche ai ‘suggerimenti’ della Cia ha indotto Gruevski a rassegnare le dimissioni, aprendo una crisi politico-istituzionale profondissima che ha finito per esacerbare ulteriormente le divisioni interne tra la il nocciolo duro conservatore-ortodosso, la minoranza albanofono-musulmana e i gruppi individualisti radicali (Lgtb, pro-abortisti, ecc.). Una miscela esplosiva che rischia di far detonare questo piccolo Paese balcanico, come rilevato da migliaia di macedoni che hanno indetto una serie di contro-manifestazioni per richiedere al presidente Donald Trump di sospendere la collaborazione con la Open Society, a cui l’amministrazione Obama aveva accordato nel 2016 un secondo finanziamento da 10 milioni di dollari circa.

L’eco delle sommosse si è propagato anche all’interno degli stessi Stati Uniti, dove alcuni congressisti repubblicani ha presentato una richiesta per avviare un’indagine circa la pesante ingerenza esercitata dall’ambasciata statunitense a Skopje negli affari interni della Macedonia.

Soros non accetta dunque di essere relegato all’insignificanza, e Paesi come l’Ungheria e la Macedonia possono rappresentare il punto di partenza da cui il magnate conta di riaffermare la propria capacità d’influenzare la politica internazionale.

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