lunedì, novembre 20

La Cina punta al Mar Cinese Meridionale, ma il vero obiettivo è il dominio del Pacifico L'analisi dell'Ammiraglio Ezio Ferrante sugli scenari aperti dalla controversia in questo quadrante

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Il Mar Cinese Meridionale rischia di diventare il prossimo terreno di espansione della potenza cinese. Nei fondali di quelle acque sono nascoste immense riserve naturali di gas e petrolio, la zona è un’importante riserva di pesca e chi controlla quel tratto di mare, controlla le principali rotte internazionali. Rotte che corrono lungo lo Stretto di malacca, si allontanano dal Sud-Est asiatico e dal Canale di Suez arrivano nel Mediterraneo e da lì in Europa. Per questo la controversia, sulla sovranità delle isole del mar Cinese Meridionale è qualcosa di più di una partita che divide potenze lontane.

In gioco vi è infatti il pieno sviluppo del ramo marittimo del grandioso progetto della Nuova Via della Seta, lanciato dalla Cina per diventare il nuovo leader del commercio mondiale. Un’iniziativa che riguarda da vicino anche l’Italia, perché i terminal di arrivo delle merci cinesi potrebbero essere proprio i nostri porti: Venezia, Trieste, persino Genova. Sbloccare l’impasse del Mar Cinese Meridionale è peraltro una tappa imprescindibile per la realizzazione di un progetto che potrebbe portare notevoli investimenti al nostro Paese. Oggi, le acque di quel mare lontano e le isole in esso situate sono rivendicate dalla Cina e dalle maggiori nazioni del Sud-Est asiatico, quali Vietnam, Filippine ed Indonesia. La strategia di paziente penetrazione diplomatica di Pechino sta ponendo le basi per un appianamento delle divergenze tutto però nel nome di una supremazia cinese che si avvia a diventare indiscussa. E con gli Stati Uniti alle prese con un inevitabile declino della propria potenza politico-economica. Sugli scenari aperti dalla controversia del Mar Cinese meridionale abbiamo sentito l’Ammiraglio Ezio Ferrante, esperto di geopolitica e di diritto internazionale marittimo.

Quali sono le principali ragioni alla base della controversia e da cosa ha avuto origine?

Innanzitutto vi è la petizione di principio, avanzata dalla Cina, in forza della quale per ragioni storiche il Mar Cinese Meridionale sia da considerarsi territorialmente di sua spettanza. La Cina rivendica in sostanza tutte le terre emerse situate all’interno di una linea immaginaria detta linea dei nove trattini per un totale di oltre il 90% dei tre milioni e mezzo di chilometri quadrati del Mar Cinese Meridionale. Ovviamente non tutti accettano queste rivendicazioni e questo ha dato luogo ad aspre contese fra Cina e gli altri Stati rivieraschi quali Indonesia, Filippine, Vietnam e sultanato del Brunei: altri attori, questi ultimi, che rivendicano la propria sovranità su alcune isole del Mar Cinese Meridionale. Questo comporta conseguenze significative alla luce del diritto internazionale perché i diritti sulla zona economica esclusiva e sulla piattaforma continentale, ricchissima peraltro di risorse naturali, competono all’isola qualificata come tale sulla quale lo Stato rivierasco esercita la propria sovranità. Una questione estremamente complessa che si è ulteriormente complicata a causa del rifiuto da parte della Cina di qualsiasi forum di carattere internazionale che potesse ricomporre la controversia.

Pechino, al contrario, ha proseguito la sua strategia pragmatica di approccio alla questione, attraverso la costruzione di numerose isole artificiali in quel tratto di mare al fine di assumere de facto un controllo delle isole e di conseguenza delle acque del Mar Cinese Meridionale laddove invece la sua sovranità de iure rimarrà una questione non facilmente risolvibile nel breve periodo.

Come si collega tale controversia alla questione della libertà di navigazione?

In tempi di pace, la libertà di navigazione è uno dei capisaldi del diritto marittimo e rappresenta il presupposto fondamentale della globalizzazione perché al 90% la globalizzazione viaggia per mare. E’ chiaro che qualora la controversia dovesse risolversi con una soddisfazione integrale degli interessi di Pechino, il tratto su cui la Cina intende rivendicare la propria piena sovranità risulterebbe ‘parcellizzato’ a suo favore in quanto per passare attraverso il Mar Cinese Meridionale si dovrebbe ottenere il consenso dello Stato che ha il possesso delle isole nel medesimo posizionate.

Dal punto di vista commerciale e mercantile, la questione assume una valenza notevolissima perché attraverso il Mar Cinese Meridionale passa oltre la metà del traffico mondiale e lungo lo stretto di Singapore-Malacca transitano le forniture di energia dirette innanzitutto verso la Cina, che è il secondo consumatore al mondo di energia, e poi verso le altre potenze industriali del pacifico quali Taiwan, Corea del Sud e Giappone. La questione degli approvvigionamenti energetici è fondamentale: attraverso il Mar Cinese Meridionale passa un terzo del greggio mondiale e la metà del gas naturale. Pertanto si può affermare come la libertà di navigazione faccia comodo innanzitutto alla Cina stessa, la quale ha anche la più grande marina mercantile del mondo con oltre cinquemila navi mercantili, molte di queste di ultimissima generazione. La libertà di navigazione, non a caso più volte richiamata dagli Stati Uniti, dall’Australia e, recentemente, anche dalla Gran Bretagna, rappresenta lo snodo cruciale della vicenda, snodo a cui si collega la questione dei mari circostanti le isole del Mar Cinese meridionale la cui sovranità appartiene appunto allo Stato che ha la giurisdizione sulle isole stesse.

Diverso è il problema della navigazione militare, la quale non può svolgersi nelle acque territoriali: ogni volta in cui le navi americani si recano appositamente nel tratto di mare non soggetto alla giurisdizione di Pechino per svolgere esercitazioni militari, queste vengono viste con sospetto da Pechino. La libertà di navigazione ha quindi una sorta di doppia faccia: la navigazione mercantile che fa comodo a tutti, in primis alla stessa Cina, e l’aspetto strategico che ha portato la Cina a diventare predominante nella prima catena di isole del Mar Cinese Meridionale, creando una sorta di mare clausus in cui imporre la propria sovranità, una sovranità che tuttavia non è assolutamente possibile in termini giuridici.

Quali sono i riflessi della contesa sulla navigazione e sui commerci italiani?

L’interscambio dell’Italia con la Cina è attualmente pari a circa trentotto miliardi dei quali dieci sono l’export italiano verso Pechino e ventotto l’export cinese verso la nostra penisola. Il commercio fra i due Paesi è quindi limitato ma rientra nel più ampio contesto della libertà di navigazione, la quale deve essere accordata a tutti i protagonisti del commercio navale, non a caso anche Paesi europei quali la Gran Bretagna e la Francia si sono spinte a condurre esercitazioni militari in prossimità del Mar Cinese Meridionale per dimostrare come si sia disposti a difendere anche militarmente tale libertà qualora vi fosse una crisi. Una situazione analoga alla cosiddetta guerra delle petroliere avvenute nel Golfo Persico durante la guerra Iran-Iraq: la guerra decennale fra i due Paesi aveva messo in pericolo la libertà di navigazione e vi fu l’intervento della comunità internazionale per ripristinarla.

Ancora oggi sullo Stretto di Hormuz viene gravato dalla cosiddetta Dottrina Carter secondo la quale qualsiasi interruzione dei regolari passaggi attraverso questo stretto costituisce una questione primaria per gli interessi statunitensi con le conseguenze che si possono immaginare. Nello stretto di Malacca, al contrario, non vi è un qualcosa di paragonabile alla Dottrina Carter, anzi sono proprio i Cinesi a temere che gli Stati Uniti possano, in caso di crisi e con l’aiuto dei Paesi loro alleati, chiudere quella che è l’arteria giugulare dei rifornimenti cinesi il cui 70% passa appunto attraverso lo stretto di Malacca.

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