sabato, dicembre 16

Kurdistan: referendum, alba di una nuova era L'intervista all'Alto Rappresentante del Governo Regionale in Iraq presso l’Italia e la Santa Sede, S.E. Rezan Kader

0
1 2


Download PDF

E’ ufficialmente partita la campagna elettorale per il referendum per l’ indipendenza del Kurdistan. A partire da ieri, quindi, tutti i soggetti, politici e non, possono iniziare a fare la propria campagna per il Sì o per il No, previa registrazione presso la Commissione.

Stando a quanto affermato dal Kurdistan Region’s Independent High Electoral and Referendum Commission (IHREC), a rispondere alla domanda ‘Vuoi che la Regione del Kurdistan e le aree del Kurdistan fuori dell’amministrazione della Regione diventino uno stato indipendente?‘ saranno chiamati più di 5 milioni di persone, comprendenti sia gli abitanti della regione sia la cosiddetta ‘diaspora’. Gli elettori residenti all’ estero voteranno il 23 settembre, due giorni prima di quelli residenti nel Kurdistan.

Il 25 Settembre potrebbe dunque rivelarsi una data storica per la popolazione curda che da decenni rivendica l’ indipendenza e la costituzione di uno Stato autonomo. Indefesso l’ impegno che i curdi hanno profuso nella lotta al terrorismo islamico così come per affermare le proprie istanze. Grande coraggio è stato ed è la caratteristica che contraddistingue questo popolo, tenendo conto il caos che dal Secondo Dopoguerra regna nella regione mediorientale.

Del referendum, delle speranze legate a questo evento, abbiamo chiesto all’ Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan in Iraq presso l’ Italia e la Santa Sede, S.E. Rezan Kader, nata nel Kurdistan iracheno, a Sulaymaniyya. Negli anni Ottanta, si mobilita nel movimento studentesco per il rispetto dei diritti umani nella Regione. A causa delle persecuzioni messe in atto dal regime baathista, lascia la sua terra d’ origine e, dopo aver ottenuto il  riconoscimento dello status di rifugiata politica da parte della Francia, si trasferisce in Italia per frequentare l’ Università. Dal 1988 è Rappresentante delle Donne Kurde in Italia e, dopo la caduta di Saddam Hussein, è stata nominata Alto Rappresentante del Governo Regionale del Kurdistan in Italia.

In occasione del terzo anniversario dell’invasione di Shingal da parte dell’ IS e del sequestro di migliaia di Yazidi, il Primo Ministro  del governo regionale del Kurdistan iracheno, Nechirvan Barzani ha dichiarato: «I curdi hanno perso tutte le speranze di vivere in pace in Iraq: per questo dovranno decidere del loro futuro attraverso il referendum. La nostra esperienza passata con l’Iraq ci ha portati a questa conclusione, ovvero che non abbiamo modo di difendere noi stessi e i nostri diritti in Iraq. Il referendum di per sé non è il nostro obiettivo, ma un mezzo per un obiettivo più grande. E spero che possiamo risolvere tutto questo attraverso il dialogo con Baghdad». Il referendum costituisce la soluzione per raggiungere un dialogo con Baghdad?

Senza dubbio è il nostro auspicio. Per anni, abbiamo cercato di convivere pacificamente in un Iraq unito e federale, nel rispetto reciproco come sancito nella Costituzione irachena. Purtroppo, la storia non dimostra questo. Il governo centrale di Baghdad non è mai stato collaborativo, sono anni che non invia il budget previsto per la Regione del Kurdistan e che non rispetta i diritti del popolo curdo. Stiamo cercando di mantenere un dialogo pacifico anche in questa fase preparatoria al referendum che, a nostro parere, potrebbe rappresentare una soluzione definitiva alle continue tensioni esistenti con Baghdad, diventando dei buoni vicini.

«Per mantenere e proteggere la nostra pace e la convivenza, dovremo mostrare le nostre ambizioni a tutto il mondo attraverso un referendum» ha detto il Premier Nechirvan Barzani. Ma gli ostacoli più grandi al raggiungimento della pace per il popolo curdo provengono dall’ interno o dall’ esterno? Perché?

Come tutti sanno, la Regione del Kurdistan è considerata un’oasi di pace e stabilità, ove vige una forte integrazione etnico-religiosa e che è stato più volte rifugio di migliaia di famiglie cristiane in fuga dalle persecuzioni  nel resto dell’Iraq e in Medio Oriente. Da circa tre anni, la Regione ospita circa due milioni di rifugiati e sfollati interni provenienti dalla Siria e dal resto dell’Iraq per sfuggire ai terroristi dell’ISIS e il Governo sta facendo ogni sforzo per sostenerli senza distinzioni etniche o religiose. Pertanto, gli ostacoli incontrati nel raggiungimento e mantenimento della pace sono sempre provenuti dall’esterno a causa di conflitti esterni, come quella tra sunniti e sciiti di cui il popolo curdo ha sempre e comunque fatto le spese e su cui è dovuto intervenire per tutelare il proprio territorio e la propria gente.

Quali sono, se ci sono, gli ostacoli interni che potrebbero pregiudicare il referendum?

Non esistono ostacoli interni che possano pregiudicare il referendum. Il referendum è stato convocato perché voluto fortemente dal popolo curdo. Già nel passato era stato indetto un referendum consultivo sull’indipendenza e il 95% della popolazione si era espressa a favore. Ovviamente c’è un dibattito interno tra i vari partiti curdi che attiene sostanzialmente alle modalità di svolgimento e alla data ma non all’ oggetto del referendum stesso.

Quale sarà, secondo lei, l’esito del referendum? Ci sarà una maggioranza compatta per la creazione di un vero e proprio Stato curdo unito?

Come detto precedentemente, già nel passato era stato fatto un referendum sull’indipendenza da cui emerse una quasi unanimità per la creazione di uno Stato curdo unito. Credo che il desiderio del popolo curdo oggi sia ancora di più questo, soprattutto alla luce dell’esperienza negativa con Baghdad.

Commenti

Condividi.

Sull'autore