giovedì, agosto 24
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Kenya, un criminale come Presidente?

La rete criminale e mafiosa tiene in piedi Kenyatta
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L’ufficializzazione del risultato delle elezioni in Kenya tarda arrivare, ma oramai è questione di ore, l’ennesimo rinvio ora fissa per oggi l’ufficializzazione. Si parla ancora di dati parziali al momento in cui scriviamo, ma Uhuru Kenyatta (figlio del primo Presidente del Kenya Jommo Kenyatta) si attesterebbe al 54,4% dei voti validi, mentre il suo storico rivale, Raila Odinga, otterrebbe il 44,4% delle preferenze. Questi dati, pubblicati dalla IEBC, la Commissione Elettorale Indipendente, riguardano l’85% dei seggi. I risultati che scaturiranno dal restante 15% dei seggi non saranno in grado di ribaltare la situazione.

Odinga ha immediatamente contestato i risultati, affermando che il sistema di conteggio elettronico dei voti è stato manipolato da un attacco hacker che avrebbe alterato gli algoritmi e attribuito voti dell’opposizione a Kenyatta. Un’accusa non supportata da prove concrete che possano mettere in discussione il sistema informatico utilizzato.

Il tentativo di Odinga di contestare i risultati elettorali non ha trovato supporto tra gli osservatori continentali ed internazionali. Unione Africana e Commonwealth dichiarano che le elezioni sono state trasparenti e credibili. Unione Europea e la East African CommunityEAC (Comunità Economica dell’Africa Orientale) affermano di non aver trovato segni di frodi elettorali o intrusioni nel sistema informatico adibito al conteggio dei voti. Negato anche l’appoggio politico di importanti Paesi africani, grazie all’opera diplomatica preventiva del Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni, noto nemico di Odinga ed alleato di Kenyatta.

Le recenti frizioni tra Kampala e Nairobi legate alla gestione regionale del petrolio hanno portato alla creazione di una alleanza economica tra Uganda e Tanzania. Museveni ha preferito costruire l’oleodotto che esporterà il 40% della futura produzione petrolifera ugandese (prevista tra il 2018 e il 2020) passando per Dar Es Salam e non per Lamu (Kenya) come era nel progetto iniziale. Museveni sta anche pianificando di far diventare l’Uganda il primo Paese produttore di petrolio nella regione con tanto di raffinerie dove sarà lavorato il 60% del greggio estratto non solo nel Paese ma anche dai vicini Congo e Sud Sudan.

Nonostante questa spietata concorrenza, per la supremazia sugli idrocarburi regionali Museveni preferisce l’alleanza con Kenyatta in quanto Odinga da dieci anni ha manifestando una palese ostilità verso Kampala. Qualora riuscisse a raggiungere la Presidenza, Odinga potrebbe seriamente compromettere i piani espansionistici di Museveni. Stessa cosa si deve dire per il secondo ‘Uomo Forte’ della regione, il Presidente ruandese Paul Kagame.

Le accuse di frode lanciate da Raila Odinga al momento non hanno fatto scaturire proteste popolari di massa. Alcuni incidenti (seri) si sono registrati nel sud del Paese e in alcuni slums di Nairobi dove la Polizia ha ucciso due manifestanti in un limitato ma violento scontro urbano. In generale anche i suoi sostenitori hanno scelto la prudenza evitando manifestazioni pubbliche nonostante forte sia la loro convinzione di frodi elettorali. Temono la violenta reazione dell’Esercito schieratosi pubblicamente con Kenyatta. Un Esercito controllato dalle etnie al potere Kikuyu e Kalenjine, così come i servizi segreti. All’interno di questi due corpi vi sono anche molti ufficiali di origine somala, i più spietati. Integrati durante la dittatura di Arap Moi le loro cariche furono riconfermate dal Governo Kikuyu di Mwai Kibaki e successivamente dal Jubiee che altro non è che una alleanza etnica tra Kikuyu e Kalenjine per controllare il Paese. Le fantomatiche milizie organizzate da Odinga non sono ancora entrate in azione, facendo supporre che la loro esistenza non sia reale ma solo frutto della campagna elettorale della compagine di Governo, il Jubilee.

La maggioranza dei cittadini che si sono recati alle urne (ancora non si conoscono le percentuali di astensione) hanno scelto Uhuru Kenyatta. Trattasi di un voto tribale dove l’etnia maggioritaria del Paese, i Kikuyu, hanno fatto quadrato attorno al Presidente per difendere i loro privilegi ed impedire ai Luo (seconda etnia rappresentata da Odinga) di conquistare il potere. Anche la minoranza tutsi kenyota, i Kalenjine (che per circa 26 anni instaurarono una dittatura ‘soft’ sotto la guida del Presidente Daniel Arap Moi), hanno bloccato i Luo, confermando l’alleanza politica tra il loro leader, William Ruto, e Kenyatta.

Se il voto non fosse stato fatto su basi tribali ma su valutazioni politiche del primo mandato del Jubilee, Kenyatta avrebbe sicuramente perso.
Il bilancio del suo mandato è disastroso, nonostante l’economia conosca una crescita annuale del 8%. Il costo della vita è insopportabile per la maggioranza dei kenioti. Alimenti di base come la farina di mais e lo zucchero hanno subito aumenti di prezzi pari al 68% mentre gli affitti del 74%. A causa di una serie di disastri climatici e della incapacità governativa a gestirli, la produzione agricola è crollata, minacciando la sicurezza alimentare di milioni di cittadini. Il Kenya registra il più alto tasso di dissoccupazione: 40% tra gli adulti e 78% tra i giovani.

La corruzione dilagante, vero e proprio sistema di gestione del potere attuato dai leader Kikuyu e Kalenjne fin dai tempi di Jommo Kenyatta e Arap Moi, ha raggiunto livelli eguali al Congo Kinshasa e alla Nigeria. Dagli anni Novanta gli scandali si susseguono senza sosta sempre accompagnati da impunità. Scandalo Goldenberg 1992, Angloleasing 2002, Strategic Grain Reserve 2007 che riguardò le riserve nazionali di grano, lo scandalo finanziario NYS e vari scandali che hanno compromesso la gestione del sanità pubblica. Il Governo Kenyatta ha raggiunto il primato della corruzione assicurando ad una ristretta elite di potenti, tra cui alcuni europei, un’epopea d’oro. 3 miliardi di dollari annualmente spariscono dalle casse dello Stato mentre educazione e sanità sono a pezzi e la povertà dilaga. Ora il grande affare risiede nelle mega infrastrutture che dovrebbero creare le basi dell’industrializzazione nazionale. Basi corrose  dalla corruzione in esponenziale aumento.

Tra il 2014 e il 2015 la corruzione è stata praticata anche da Generali vicini a Kenyatta in Somalia. Invece di combattere il gruppo terroristico salafista Al Shabaab come fanno le forze AMISOM del Burundi e Uganda, questi Generali hanno fatto affari d’oro nel traffico illegale di carbone che ha distrutto le ultime foreste del sud della Somalia. Traffico gestito in stretta collaborazione con i terroristi somali. I profitti sono stati utilizzati da Al Shabaab per finanziare i peggiori attacchi terroristici proprio in Kenya.

La corruzione sembra conveniente anche per i floridi traffici della Mafia italiana a Malindi, mentre la comunità italiana nel Paese nega o minimizza l’esistenza di cartelli mafiosi potenti e con stretti legami con i boss di Cosa Nostra, la Camorra e la Ndrangheta. La connivenza tra politici di Governo e le organizzazioni mafiose è nota, nonostante qualche recente arresto di ‘facciata’ di boss latitanti. Viene denunciata solo da coraggiosi giornalisti kenioti, in costante pericolo di vita poiché i ‘padrini’ non perdonano i ‘curiosi’ e i politici kenioti non gradiscono chi mette il naso nei loro affari.

Il controllo della costa (Malindi e Mombasa) da parte della mafia italiana è ben radicato fin dagli anni Novanta. Frederico Varese, autore di ‘Mafia on the Move: How Organized Crime Conquers New Territories‘ (Mafia in movimento. Come il crimine organizzato conquista nuovi territori) documenta come la Mafia, inserendosi e confondendosi nella comunità italiana in Kenya, sia riuscita a trasformare la città turistica di Malindi in un enorme centrale internazionale di riciclaggio del denaro e Mombasa in un hub per lo smistamento di droga proveniente da Colombia, Messico e Venezuela destinata ai mercati europei.

«Tradizionalmente Malindi è un città che attira il turismo italiano. I network criminali necessitano di riciclare immense quantità di denaro proveniente dalle varie attività illegali, dal traffico di droga allo sfruttamento della prostituzione, dalle bische clandestine al traffico di armi. Il riciclaggio è un’operazione delicata che viene attuata attraverso investimenti in settori puliti (edilizia, turismo, industria del divertimento e servizi) che devono restare sotto lo stretto controllo del cartello mafioso tramite fedeli prestanome. Per questo la Mafia opera il riciclaggio solo nelle comunità di espatriati che conosce bene e che si può fidare», spiega Varese nel suo libro Edizioni Princenton University Press e vincitore della Premio della Associazione Intenzionale per gli studi del Crimine Organizzato, ma mai tradotto e pubblicato in Italia.

Il controllo della Mafia sulla costa keniota godrebbe di importanti protezioni governative secondo i giornalisti investigativi locali. Protezioni che la metterebbero al riparo dalla stessa Polizia keniota. «Non si indaga sulla Mafia Italiana a Malindi poiché è troppo rischioso. Quelli sono criminali seri che hanno commesso atroci crimini internazionali. Credimi che queste persone sono capaci di qualsiasi azione», rivelò un comandante della Polizia keniota ad un giornalista investigativo nel 2010.

Il Governo Kenyatta non ha risolto ma esasperato i conflitti legati alla terra. Conflitti etnici e tra famiglie latifondiste di ex coloni britannici e poveri contadini. La Costituzione è continuamente rimodellata secondo le convenienze economiche e politiche della coalizione tribale (Kijuyu Kalenjine) al potere mentre i diritti umani sono quotidianamente calpestati, l’indipendenza della Magistratura una chimera e lo Stato di Diritto praticamente inesistente.

Uhuru Kenyatta ha modellato il Kenya secondo le convenienze economiche del suo partito, dei suoi Generali e dei suoi complici europei. E’ questa minoranza di privilegiati che gode delle ricchezze nazionali e si sta apprestando a mettere le mani sui giacimenti petroliferi scoperti. Tra essi citiamo la multinazionale anglosassone Tullow e ENI. «L’economia è sana e la crescita robusta. L’inflazione e i tassi di interesse bassi. Questa situazione ideale potrebbe facilmente trasformare il Kenya in un Paese del Primo Mondo ma di tutta questa ricchezza prodotta non vi sono tracce nelle strade», spiega l’ex Governatore della Banca Centrale Njunguna Ndung’u. I bassi tassi di interessi sono riservati ai ‘padrini’ italiani, ai Generali, agli imprenditori Kikuyu e Kalenjine e alle multinazionali. La maggioranza della popolazione vive nella povertà assoluta. A loro il miracolo economico è sistematicamente negato.

Il mandato di Kenyatta non è fallimentare in quanto carente di capacità gestionale, ma in quanto il potere è gestito su principi criminali e mafiosi. Da ricordare che è un indagato per crimini contro l’umanità.
Nel 2010 il Procuratore della Corte Penale Internazionale CPI, Luis Moreno Ocampo, apre una indagine su Uhuru Kenyatta (all’epoca Vice Prime Ministro), Willam Ruto (leader dei Kalenjine e all’poca Ministro della Educazione ora Primo Ministro), Henry Kosgey (ex Ministro della Industria), Francis Muthara (ex Segretario del Cabinetto) il Generale Mohammed Hussein Ali (ex Capo Supremo della Polizia) e il giornalista radiofonico Joshua Apar Sang. L’accusa è aver ideato, promosso e gestito le violenze etniche dopo i controversi risultati elettorali delle Presidenziali del 2007. Violenze che durarono fino al febbraio 2008, con migliaia di morti e 600.000 sfollati interni. Violenze che portarono il Paese sull’orlo della guerra civile e del genocidio.
Le indagini portano al processo presso la CPI. I capi d’accusa per Uhuru Kenyatta sono: omicidio di massa che costituisce un grave crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7-1-a dello Statuto di Roma; Deportazione forzata della popolazione, crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7-1-d dello Statuto di Roma; Torture di massa, crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7-1-f dello Statuto di Roma; Persecuzione, crimine contro l’umanità secondo l’articolo 7-1-h dello Statuto di Roma. Questi crimini sono stati compiuti tra il dicembre 2007 e il febbraio 2008 a Nairobi, nella Rift Valley, nell’area di Eloret e nelle città di Kapsabet e Nandi Hills.

Kenyatta, Ruto e gli altri imputati accettano di comparire presso il tribunale dell’Aia e le testimonianze e le prove raccolte sembrano inconfutabili. Inizia una politica di intimidazione e assassinii di testimoni, di propaganda contro la CPI tesa a rafforzare il sostegno tribale di Kikuyu e Kalenjine, rappresaglie contro qualsiasi giornalista e Media favormvoli alla iniziativa del CPI, e di sottile repressione e politica del terrore condotta contro l’etnia Luo e altre etnie minori che sperano nella CPI per assicurare al Paese la giustizia negata. Questi ulteriori crimini sono ideati ed attuati sempre dal Presidente Kenyatta e dal Primo Ministro Ruto, mentre a livello africano nasce una solidarietà continentale a favore di questi criminali. Lo schieramento pro-Kenyatta a livello continentale è opera del Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni. Le sue motivazioni sono chiare: salvare Kenyatta per assicurarsi una alleanza economica che vantaggi e rafforzi l’imperialismo ugandese nella Regione dei Grandi Laghi. A questa lobby si aggiungono Gran Bretagna e Francia, che sperano di ottenere importanti concessioni petrolifere in Kenya. L’Italia rimane più discreta. Nel dicembre 2014 la CPI è costretta ad archiviare il processo Kenyatta causa forti pressioni dei Paesi africani, Londra e Parigi. Nell’aprile 2016 verrà archiviato anche il processo contro il Primo Ministro Ruto.

Raila Odinga e la coalizione dell’opposizione hanno tentato di offrire al Paese un programma politico non legato agli interessi della elite politico-militare e delle multinazionali straniere. Un programma concentrato sul ripristino dello Stato di Diritto, lotta contro la corruzione, promozione della imprenditoria giovanile, difesa delle ragazze madri, disabili, orfani, rilancio della occupazione e delle imprese statali. Un programma che non è riuscito a prevalere sulla potente macchina di potere del duo Kenyatta-Ruto che sono riusciti a compattare il voto etnico dei Kikuyu e Kalenjine. Gli astenuti (fino ad ora il loro numero sconosciuto) non hanno votato Odinga in quanto memori che anche questo uomo politico nel 2007 – 2008 fu responsabile delle violenze post elettorali come chiarì la Commissione di Verità del Giudice Waki.

Il Paese sarà nuovamente guidato dal discutibile Presidente non assolto ma graziato dalla giustizia internazionale, con disperazione della quasi metà di cittadini che hanno votato contro per un futuro migliore e la gioia dei ‘soci in affari’ europei. Già alla vigilia del voto la comunità italiana di Malindi chiariva per chi tifava. «E’ chiaro che per molti imprenditori un’affermazione di Kenyatta significherebbe la continuità ad un processo di collaborazione che può solo far il bene dell’economia italiana e di nostri connazionali in Kenya. Non a caso Uhuru Kenyatta è definito anche dai kenioti un amico degli italiani», ci ha affermato in una recente intervista un giornalista che vive in Kenya tra Nairobi e Malindi.

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