lunedì, novembre 20

Italia grande malata, Europa preoccupata

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Per definire (e inquadrare) l’attuale momento politico, aiutano i titoli di due commedie di Luigi Pirandello e un aforisma di Ennio Flaiano. Per quel che riguarda Pirandello, ci si riferisce ai tre atti composti tra l’estate del 1917 e l’inverno del 1918, ‘Ma non è una cosa seria‘; e ai tre atti, scritti nel 1918: ‘Il giuoco delle parti‘. Di Flaiano, invece, giova ricordare l’epigramma che compare nel ‘Taccuino del 1954‘:  «La situazione politica in Italia è grave, ma non è seria».

Che la situazione sia grave, e al tempo stesso con aspetti farseschi, l’Istat, nel suo rapporto annuale 2017 ci avverte che ormai non esiste più la classe operaia, e si fa anche fatica a rintracciare il ceto medio; aggiunge che sempre più nelle famiglie italiane la ‘persona di riferimento’ è un anziano, magari pensionato. Tanto cambia, molto si cristallizza. Aumentano le diseguaglianze, fenomeno che non è legato a ragioni quali il censo o i beni ereditati; piuttosto sono i redditi a segnare la differenza. Molto è cambiato ma molto si è cristallizzato. La disuguaglianza aumenta e non è legata a ragioni antiche, al censo, ai beni ereditati, ma in gran parte ai redditi, e in buona parte anche alle pensioni. Si accentuano i fenomeniereditari‘: la classe dirigente promuove gli avvicendamenti pescando dalla ‘famiglia’, e a prescindere dagli effettivi meriti. I ‘nuovi’ laureati provengono da famiglie dove già ci sono laureati; ma non c’è avvicendamento: nel senso che una famiglia di non laureati non produce più, come un tempo, laureati, sia pure a costo di grandi sacrifici. Il lavoro si polarizza: scompaiono le professioni intermedie, aumenta l’occupazione nelle professioni non qualificate, si riducono operai e artigiani. Nella classe media impiegatizia le donne giocano un ruolo importante: nonostante nel complesso il tasso di occupazione femminile sia più basso di 18 punti rispetto a quello maschile, in 4 casi su 10 le donne sono i principali percettori di reddito, e dunque con una quota maggiore rispetto agli altri gruppi della popolazione.

Contemporaneamente, la Fondazione Di Vittorio e Tecnè, avvertono che «gli effetti di una crisi lunghissima e ancora non conclusa hanno fatto sedimentare nelle persone e nei lavoratori un senso di incertezza e di sfiducia». Più che un miglioramento effettivo delle condizioni economiche degli italiani, si registra un rallentamento del processo di deterioramento e il permanere di un sentimento di prevalente sfiducia di cui non può non risentirne l’evoluzione della situazione economica e sociale dell’Italia. A questo si aggiunge quell’area di ‘fragilità economica e sociale’, prevalentemente composta di persone che hanno un reddito appena sufficiente a tirare avanti e che rischiano di scivolare verso condizioni di povertà o semi-povertà di fronte a eventi improvvisi come una separazione o una grave malattia. La permanenza dell’indice sotto quota 50 (condizione di stabilità) deriva dal fatto che quanti continuano a peggiorare la propria condizione economica sono ancora molti di più di quanti, invece, la migliorano. Il miglioramento dell’indice è determinato, soprattutto, dalla sostanziale stabilizzazione dello ‘stato di fatto’ (il 62 per cento considera la sua situazione invariata nell’ultimo anno) e non a una consistente ripresa della condizione delle persone che riguarda, invece, solo il 6 per cento degli intervistati. Oltretutto nel secondo trimestre di quest’anno risale al 32 per cento chi considera peggiorata la propria situazione economica (era il 27 per cento nel precedente), facendo quindi scendere l’indice da 44 a 43, ancora assai lontano da 50 che rappresenta la fine della fase di deterioramento.
Dopo un periodo così lungo, il permanere di condizione difficili per una quota consistente di popolazione, non può che portare a un pessimismo sulle attese per i prossimi dodici mesi. Il 20 per cento degli intervistati teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70 per cento pensa che non cambierà nulla; solo il 10 per cento si attende un miglioramento, con l’indice specifico che scende di un punto rispetto al trimestre precedente (da 48 a 47). In questo quadro solo il 4 per cento si sente economicamente e socialmente più ‘sicuro’ rispetto a un anno fa, mentre il 24 per cento si sente più vulnerabile e fragile. Nel complesso solo il 22 per cento vive una condizione di serenità economica e sociale, il 46 per cento dichiara di trovarsi in una condizione di equilibrio instabile e il 32 per cento vive costanti o gravi difficoltà economiche. Il lavoro svolge ancora un effetto positivo, ma in modo meno accentuato rispetto al passato. Se, infatti, fra i lavoratori dipendenti scende al 20 per cento la quota di chi si ritiene con difficoltà economiche, sale invece al 58 per cento la percentuale di coloro che dichiarano di sentirsi poco tranquilli, in equilibrio instabile. Si tratta di un fenomeno più volte denunciato, ma che trova un’ennesima ed evidente conferma in questi dati di un lavoro che si impoverisce e si precarizza contribuendo, sulla base di questa condizione reale, a creare un generale effetto di scarsa fiducia fortemente basato anche sul crescere delle diseguaglianze. ‘L’ascensore sociale‘, rispetto al periodo pre-crisi si è bloccato per il 55 per cento delle persone. Sale per un ristretto 7 per cento che dichiara di aver migliorato la propria condizione ma scende per il 38 per cento degli intervistati.

A fronte di questa situazione, dal Segretario Matteo Renzi a tutti gli altri sodali della nomenklatura del Partito Democratico si affannano a dire che la situazione migliora, è migliorata, migliorerà. Siamo in netta e sicura ripresa. Le ‘riforme’ varate producono i loro effetti. Come titola il recente parto editoriale di Renzi, ‘Avanti. Si è prevenuti se si osserva che sembra il passo del gambero? Lo si vedrà in autunno. Per ora, appunto, con Flaiano: situazione grave, ma non seria.

Veniamo ora a Pirandello.
Siamo in piena campagna elettorale. Durerà almeno otto mesi, facciamocene una ragione. ‘Il gioco delle parti‘: Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia, assicura che il suo partito e il PD sono inconciliabili, non si farà mai l’evocata ammucchiata. Anche lo stato maggiore del PD si affanna ad assicurare che non si farà nessun accordo, nessuna intesa. Matteo Salvini è soddisfatto delle assicurazioni che vengono da Berlusconi; al tempo stesso continua a inseguire ogni sirena demagogica, non perde occasione per far leva e pressione sugli istinti ‘bassi’ dell’elettore. Il Movimento 5 Stelle inanella gaffe su gaffe, oggi una Virginia Raggi che sgoverna Roma in modo da far impallidire il famoso ‘sacco’ denunciato da Manlio Cancogni negli anni ’50 con la sua famosa inchiesta ‘Capitale corrotta, nazione infetta‘, su ‘l’Espresso‘ dell’11 dicembre 1955. Poi c’è sempre un Luigi Di Maio, che si fa smentire clamorosamente dall’ambasciata francese a Roma, circa un suo intervento per avere aerei antincendio dai nostri ‘cugini’ di Parigi. Imbarazzante, ma non fa una piega; e vola a Ventimiglia a mostrare la durezza dei muscoli facciali, in concorrenza con Salvini e Giorgia Meloni.
La drammatica questione degli immigrati per esempio: è una polveriera; invece di prodigarsi a trovare le possibili soluzioni, viene strumentalizzata e sempre più lo sarà per agguantare qualche preferenza in più. ‘Accogliamogli’; ‘Diamo loro visti provvisori, così che possano andare liberamente nei Paesi d’Europa’; ‘Respingiamoli’; ‘Aiutiamoli a casa loro’. E’ la sagra delle fesserie, ed è gara a chi la spara più grossa. No, non è una cosa seria.

Ma la confusione maggiore continua a essere quella che alberga nel PD e nei suoi dintorni. Consensi e iscritti continuano a calare; e nel partito sono un po’ tutti nervosi: in ballo le prossime candidature. C’è una consistente quota di notabili che ha cumulato quattro, cinque legislature; non ha nessuna voglia di lasciare lo scranno, esige a gran voce deroghe e ‘permessi’: non li si potrà accontentare tutti; pochi i posti, molti i pretendenti. Gran lavorio per esibire ‘punti fedeltà’; poi ci sono i ‘veri fedeli’, quelli che si sono stretti da sempre attorno a Renzi: pretoriani che per restare tali dovranno essere accontentati. Poi ci sono quelli che lavorano perché a palazzo Chigi resti Paolo Gentiloni, o magari si trovi, in via subordinata, una soluzione ‘tecnica’. Tutto pur di non far tornare Renzi a palazzo Chigi; il quale Renzi a tutto è disposto, pur di tornarci. Tutto il suo quotidiano lavorio è a questo finalizzato: da una parte dimostrare che lui è il dominus, e che senza di lui nulla si fa e si può fare. Il risultato è che proprio il maggiore azionista dell’Esecutivo, è il suo peggiore e infido nemico. Ormai basta il fatidico ‘stai tranquillo, Paolo’.

Per ora Renzi incassa un flop dietro l’altro. Malignità, sussurri e grida si sprecano, non tutti infondati. Un comportamento definito in più di una cancelleria, schizofrenico; e si sprecano i ‘report’ in partenza e in arrivo nelle ambasciate che contano. L’Europa (e non solo l’Europa) ci guarda con preoccupazione e inquietudine. That’s all folks.

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