mercoledì, settembre 19

Israele: e se cade Netanyahu? Netanyahu rischia davvero di cadere? Con quali conseguenze? L'opinione di Eric Salerno (Il Messaggero)

0

La notizia della messa in stato di accusa di Sarah Netanyahu, moglie del Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, riporta in primo piano i guai che questi sta avendo da alcuni mesi a questa parte e che rischierebbero di affossare la sua carriera politica. Sarah Netanyahu è accusata di aver addebitato allo Stato il costo di pasti privati per una somma corrispondente all’incirca a settantamila euro: nonostante si tratti della moglie del Primo Ministro, secondo la legge israeliana si tratta di un reato.

La vicenda non tocca direttamente il Primo Ministro, il cui nome non compare nemmeno una volta negli atti, ma si somma ad una serie di altre vicende che lo riguardano in prima persona. Benjamin Netanyahu è infatti coinvolto attualmente in tre inchieste giudiziarie per corruzione: le tre inchieste riguardano un caso di raccomandazioni, un caso di intervento indebito per favorire un giornale a scapito di un altro e, per finire, il caso delle tangenti relative alla vendita di sottomarini tedeschi ad Israele. I procedimenti sono ancora in corso ed è difficile fare delle ipotesi sugli esiti e, soprattutto, sui tempi; in ogni caso, l’accumularsi di causa che lo coinvolgono, direttamente o indirettamente, rende verosimile lo scenario sua uscita dalla scena politica.

Già Primo Ministro di Israele tra il 1996 e il 1999, Netanyahu è a capo del Likud (in ebraico, Consolidamento), il partito della Destra nazionalista e liberale israeliana. Nuovamente Primo Ministro nel 2009, ha guidato il Paese per quasi dieci anni, dando alla politica israeliana un’impronta piuttosto personale ed aggressiva e, nonostante il parziale isolamento internazionale che ne è derivato, è riuscito a mantenersi saldo al potere. Non è strano, quindi, che le opposizioni vedano nei suoi guai giudiziari una possibilità per accelerare la fine di un avversario che sembra in grado di restare ancorato al comando del Paese per molti anni ancora. In Israele, mentre le inchieste sul Primo Ministro venivano alla luce, si succedevano manifestazioni guidate soprattutto dai partiti più progressisti; secondo molti sondaggi, però, la gran parte dell’opinione pubblica sembra continuare a gradire l’azione di Netanyahu.

Se in effetti ci trovassimo prossimi alla fine politica di Netanyahu, però, è lecito domandarsi quali potrebbero essere le conseguenze dell’uscita di scena di un personaggio che è stato il protagonista indiscusso della politica israeliana degli ultimi dieci anni.

Prima di tutto, bisognerà capire se un’eventuale caduta del Primo Ministro porterebbe ad elezioni anticipate o se si troverebbe una soluzione parlamentare; soprattutto, però, non è chiaro se, allo stato attuale esista un candidato altrettanto carismatico che possa prendere il posto di Netanyahu (nel suo partito o nei partiti rivali).

Per quanto riguarda la politica interna, il rapporto di Netanyahu con i palestinesi è sempre stato improntato ad una dura intransigenza, specie per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti della Striscia di Gaza, attualmente gestita da Hamas (si parla di una nuova vasta operazione militare che starebbe per essere lanciata sulla città per rispondere al lancio di aquiloni incendiari verso i terreni israeliani): se il primo Ministro dovesse uscire di scena, è possibile (ma non scontato) che un suo eventuale successore prenda in considerazione approcci più moderati.

Lo stesso può dirsi per quanto riguarda la politica estera. La questione in cui Netanyahu ha mantenuto la linea più aggressiva è certamente il rapporto conflittuale con l’Iran che, a catena, ha coinvolto in momenti differenti la Siria e il Libano. Il conflitto politico con Teheran, poi, ha avuto ripercussioni differenti con altri Paesi, avvicinando sempre di più Israele all’Arabia Saudita (che è la principale rivale dell’Iran all’interno del mondo islamico. L’approccio decisionista e spesso provocatorio di Netanyahu, ha poi favorito una stretta collaborazione con il nuovo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, la cui politica è caratterizzata, come quella del collega israeliano, da un sostanziale disinteresse per le istituzioni internazionali: l’uscita degli USA dall’accordo sul nucleare iraniano, faticosamente raggiunto sotto la presidenza del predecessore di Trump, Barak Obama, può essere letta certamente come una convergenza tra le posizioni del Presidente statunitense e del Primo Ministro israeliano. È infatti chiaro che, mentre la politica di Trump isola sempre di più gli USA dai loro storici alleati, l’intesa tra Washington e Tel Aviv sembra non essere mai stata così salda (si veda la questione di Gerusalemme Capitale): allo stesso tempo, Netanyahu ha allontanato sempre di più Israele dall’Unione Europea, proprio come ha fatto Trump con gli USA.

Per tentare di capire se siamo effettivamente di fronte alla fine dell’Era Netanyahu e quali conseguenze potrebbe avere questo eventuale passaggio sulla politica israeliana, abbiamo parlato con Eric Salerno, ex-corrispondente per Il Messaggero da Tel Aviv, ottimo conoscitore di Israele.

 

L’ipotesi di una caduta del Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a causa degli scandali che hanno coinvolto lui e sua moglie è verosimile?

Sì, ma non direi in tempi brevi. Per adesso c’è l’incriminazione della moglie che, dal punto di vista legale, non lo coinvolge direttamente; fino ad ora, si è accuratamente evitato di coinvolgerlo, tanto che non viene nemmeno nominato nei documenti dell’incriminazione. Per quanto riguarda le altre cose, si sta ancora aspettando l’eventuale incriminazione per vari reati: ci sono tre inchieste su di lui per corruzione. Per adesso, però, non sappiano quando l’Autorità Giudiziaria deciderà di muoversi. Stiamo quindi parlando di tempi ancora lunghi: credo che non succederanno cose importanti prima dell’autunno.

Se Netanyahu dovesse effettivamente cadere, si tratterebbe della fine di una fase politica per Israele: quali sarebbero gli scenari politici più probabili per il Paese?

anche qui facciamo ipotesi a lunga scadenza perché, innanzi tutto, se lui, di fronte ad un’eventuale incriminazione, deciderà di dimettersi, il che non è detto. Le elezioni sono previste per l’anno prossimo, per cui, teoricamente, lui può trascinare avanti le cose fino a quel momento. Bisogna comunque tenere presente che lui ha, dalla sua parte, una grande parte dell’opinione pubblica israeliana, che non è particolarmente turbata da delle accuse portate avanti nei suoi confronti fino ad ora.

Certamente, se lui non sarà rieletto, ci sarà un altro Governo e un altro Primo Ministro; per quanto riguarda l’azione del prossimo Governo e del prossimo Primo Ministro tutte le ipotesi sono valide in questo momento. Teoricamente si parla di un progetto americano di rilancio del processo di pace e qualcuno sostiene che, nel giro di un mese, gli americani si presenteranno in Medio Oriente con questa proposta: non sappiamo quale sia e non sappiamo se ha qualche possibilità di successo, ovvero se possa avviare un nuovo dialogo tra israeliani e palestinesi oppure no. Stiamo parlando di come sarà la scena politica fra un anno e un anno, in Medio Oriente, può essere un periodo molto molto lungo, anche perché, e non bisogna dimenticarlo, si parla ancora della possibilità di un conflitto che coinvolga, in qualche modo, l’Iran ed Hezbollah, in Libano, da una parte, e Israele, l’Arabia Saudita e gli stessi americani, dall’altro: è di questo che si parla oggi in quella regione, meno della moglie di Netanyahu.

Netanyahu è famoso per la sua linea dura nei confronti dei palestinesi: cosa potrebbe cambiare con la sua uscita di scena, in particolare per quanto riguarda la gestione della situazione nella Striscia di Gaza?

Gaza, per Israele, è come un prurito in un angolo della schiena: a loro non interessa; vorrebbero tenere tranquilla Gaza nella situazione in cui è. Se riescono in qualche modo a convincere Hamas, che gestisce Gaza, a stare calmo e, come propongono varie forze (compresi gli americani), finanziare la gestione di Gaza (evitando di finanziare direttamente Hamas) in modo da migliorare la situazione di povertà e depressione dei milioni di abitanti della Striscia, allora si calmeranno le cose. Questa è l’unica cosa a cui punta in verità Netanyahu e, direi, il grosso della leadership israeliana: andare avanti senza conflitti per poter pensare di risolvere la situazione a Gaza e nella Cisgiordania occupata tra uno, cinque, dieci o venti anni.

Visualizzando 1 di 2
Visualizzando 1 di 2

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore