venerdì, giugno 22

Israele, confine con Gaza ‘caldo’. E Hamas chiama nuove giornate di rabbia Migranti, Gentiloni: 'Per noi i muri e le chiusure sono sbagliate, e le quote obbligatorie sono il minimo sindacale per l'Unione europea'

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In Israele, dopo le polemiche dei giorni scorsi  è arrivata la conferma ‘ufficiosa’ che la visita dal 17 al 19 dicembre del vicepresidente Usa Mike Pence è stata rinviata di qualche giorno. Secondo alcune fonti, la decisione è legata all’esigenza della presenza di Pence al Congresso Usa. Mentre nel frattempo il governo di Tel Aviv  ha annunciato la chiusura dei passaggi di confine di Erez e Kerem Shalom (commerciale) con Gaza. La decisione, che segue il lancio verso Israele di razzi dalla Striscia anche ieri sera, è dovuta a motivi di sicurezza.

Ma la notizia è che il capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha chiesto che d’ora in poi ogni venerdì sia dichiarato giorno di rabbia contro la decisione di Donald Trump su Gerusalemme e fin quando questi non la ritirerà: «Lavoreremo perché l’amministrazione Usa cambi questa ingiusta dichiarazione. Il nostro obiettivo è rompere la posizione americana, butteremo giù la decisione di Trump una volta per tutte».

«Tusk ha detto la verità sulle quote obbligatorie» per le relocation dei richiedenti asilo. Lo ha detto il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto. «Finalmente un leader europeo serio, il presidente del Consiglio europeo, che è la posizione numero uno dell’UE, ha detto una verità già ampiamente conosciuta. Le quote obbligatorie sono inefficaci e divisive. La migrazione illegale deve essere fermata. Alcuni burocrati di Bruxelles continuano ad organizzarla».

Sul dossier migrazione «la divisione è tra Est e Ovest, sull’Unione economica e monetaria tra Nord e Sud. Queste divisioni sono accompagnate da emozioni che rendono difficile anche trovare un linguaggio comune e argomenti razionali per il dibattito. Per questo dovremo lavorare sulla nostra unità in modo più intenso ed efficace», ha affermato invece il presidente del consiglio europeo Donald Tusk.

Nel frattempo il premier Paolo Gentiloni, al termine della riunione con i leader dei quattro Paesi di Visegrad e il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, ha ribadito: «Per noi i muri e le chiusure sono sbagliate, e le quote obbligatorie sono il minimo sindacale per l’Unione europea. Questi Paesi hanno un’opinione molto lontana. Ma è significativo che questa differenza che resta, e di cui discuteremo anche stasera a cena, non abbia impedito un’iniziativa politica che ritengo rilevante e di cui ringrazio».

In Russia invece, dopo la conferma di qualche giorno fa, Vladimir Putin ha dichiarato che si candiderà da indipendente alle prossime elezioni: «Conto di avere il sostegno di tutte quelle forze politiche che hanno a cuore lo sviluppo del nostro Paese e, naturalmente, anche del popolo russo». Intanto durante la sua conferenza stampa annuale ha anche affermato che L’Artide aiuterà a far crescere «la ricchezza della Russia perché è lì che si trovano le risorse», aggiungendo che bisogna però tenere conto della questione ambientale e anche di quella relativa alla sicurezza.

Altro tema caldo è quello della penisola coreana. Oggi però colloquio importante tra Xi Jinping e Moon Jae-in, che hanno stabilito che Cina e Corea del Sud concordano sul fatto che nella zona non debbano esserci più guerre e che la denuclearizzazione debba essere raggiunta con il dialogo e i negoziati.

Per quanto riguarda l’altra questione chiave, la Siria, l’amministrazione Trump, secondo il ‘New Yorker‘, vuole ancora un processo politico con la prospettiva dell’uscita di Bashar al Assad ma è pronta ad accettare che continui a governare il Paese sino alle prossime elezioni presidenziali del 2021. Intanto ventitre persone, tra cui otto minorenni, sono stati uccisi in un raid compiuto da aerei della Coalizione internazionale a guida Usa nel villaggio di Al Jerthi, nella provincia di Deyr az Zor.

In Belgio l’autorità giudiziaria competente ha annunciato la chiusura del procedimento avviato per l’estradizione del leader catalano Carles Puigdemont e di quattro suoi ministri. La decisione fa seguito all’annullamento, da parte della giustizia spagnola, del mandato di arresto internazionale.

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