mercoledì, settembre 19

Isis, perché non è finita C’è un nocciolo di militanti sunniti pronto a colpire

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Erano passate solo poche ore da quando nella serata di lunedì le Forze Democratiche Siriane, appoggiate dalla coalizione statunitense, avevano sferrato l’attacco finale per riconquistare l’ultimo grande bastione dell’Isis in Siria, al confine con l’Iraq, nei pressi della città di Hajin. L’inizio dell’operazione era stato appena annunciato ufficialmente, quando nella mattinata di martedì i miliziani dell’Isis hanno colpito parecchi chilometri più in là, nella provincia irachena di Kirkuk, uccidendo due sciiti e ferendo una donna.

Questa mattina, un altro attacco suicida: un veicolo è esploso uccidendo tre persone e ferendone 11 a Tikrit, in Iraq.

Alla fine di agosto il leader del gruppo terroristico, Abu Bakr Al Baghdadi, dato più volte per morto e misteriosamente riapparso in un messaggio audio, lo aveva preannunciato: “il califfato resterà in piedi… e non è confinato ad Hajin”.

Dall’inizio dell’anno in Iraq sono state oltre 100 gli attentati con esplosivi attribuiti agli uomini di Al Baghdadi, un centinaio anche le sparatorie. Nelle ultime settimane si sono intensificati. Il 29 agosto, mentre un veicolo imbottito di esplosivo lasciava sul terreno otto morti ad Al Qaim, nella provincia di Anbar, a Kirkuk morivano due poliziotti iracheni in un altro attacco suicida. Una settimana fa nei pressi della città di Baaj, nel nord ovest dell’Iraq, militanti dell’Isis hanno ucciso 20 uomini di una tribù locale: Baaj era stata l’ultima zona liberata dallo Stato Islamico nel giugno del 2017. Ma gli attentati e le esecuzioni continuano. Secondo fonti locali irachene a Ramadi, a pochi chilometri a ovest della capitale Baghdad, in queste ultime settimane avrebbero fatto ritorno quasi 300 famiglie affiliate all’Isis: le solite voci non verificabili raccontano che il califfo Al Baghdadi avrebbe viaggiato con loro.

In Siria le cose non vanno diversamente: alla fine di luglio in un attacco a sorpresa dell’Isis nella città di Sweida, nel sud del paese, sono morte 200 persone.

Quello che una volta era lo Stato Islamico, oggi controlla ancora una porzione di territorio a cavallo tra la Siria e l’Iraq. Ma non è questo a dargli linfa vitale. Secondo un report delle Nazioni Unite gli uomini del califfato tra i due paesi sarebbero quasi 30.000: una cifra che i rappresentanti della coalizione statunitense hanno definito esagerata. Il report dell’Onu parla di un nocciolo dell’Isis ‘coperto’ che continuerà a esistere in Siria e Iraq anche quando lo stato sarà spazzato via.

In ogni caso, le controversie sui numeri hanno poca importanza rispetto ai fatti sul campo. Michael Knights, un esperto di questioni irachene presso il ‘Washington Institute for Middle East’, ha sintetizzato brillantemente la situazione: «Possiamo dire che quasi tutto l’Iraq sia stato liberato dall’Isis solo di giorno, non possiamo dirlo di notte».

Alcuni attacchi sono decisamente mirati, psicologicamente calcolati: i miliziani colpiscono le personalità di spicco dei villaggi. In Iraq ne muoiono più di tre a settimana, centinaia i villaggi vittime di questa strategia: la popolazione ha perso la fiducia nelle forze di sicurezza irachene e collabora di malavoglia per paura di rappresaglie.

Per qualcuno, le motivazioni a non cooperare sono ideologiche: la provincia irachena di Anbar, con le grandi città di Ramadi e Fallujah, dove l’Isis continua ad operare, è a maggioranza sunnita. Sunniti sono anche gli uomini del califfo al Baghdadi: è nelle provincie dove gli sciiti rappresentano una minoranza che lo Stato Islamico aveva preso piede nel 2014, avanzando su ampie zone di territorio in pochi mesi, senza poter contare su un’aviazione o armi particolarmente tecnologiche.

L’Iraq è un paese sciita: sciite sono le due grandi coalizioni uscite vincitrici dalle elezioni. E a maggioranza sciita è anche l’esercito del paese. Per i sunniti lo spazio nel futuro dell’Iraq si prospetta piuttosto limitato, anche se alcuni partiti della fazione islamica rivale, come quello di Muqtada al Sadr e di Ali Al Sistani, cercano di portare avanti politiche di conciliazione e dialogo.

Le tensioni nelle ultime settimane si sono fatte sentire soprattutto a Bassora, nel sud dell’Iraq, una città a maggioranza sunnita. Circa 18.000 persone erano finite all’ospedale per aver bevuto acqua contaminata. Lo stesso presidente dell’Iraq, lo sciita Haider Al Abadi, aveva accusato l’Iran: Teheran aveva tagliato i corsi d’acqua che riforniscono il fiume Karun e che alimentano lo Shatt Al Arab a Bassora. La scorsa settimana nel corso delle proteste la popolazione locale ha attaccato il consolato iraniano gridando vendetta contro i governi sciiti di Teheran e Baghdad.

In Siria la situazione per i sunniti è più difficile: vaste aree del paese, dopo la fuga della popolazione nel corso della guerra, sono state ripopolate con le famiglie delle milizie sciite che hanno combattuto al fianco di Bashar Al Assad. E lo stesso presidente siriano è uno sciita. I ribelli sunniti, anche i più radicali, hanno trovato un rifugio nell’ultima sacca dello Stato Islamico nel sud della Siria e un altro nel nord del paese, nella provincia di Idlib. Adesso l’esercito siriano di Assad si prepara a riprendersi anche questa fetta di territorio.

Anche se l’Isis e gli altri jihadisti verranno sconfitti militarmente, lo scontento della popolazione sunnita in Siria e Iraq potrebbe sfociare altrove: senza una soluzione politica lo jihadismo rischierebbe di rinascere dalle sue ceneri. Quello che Al Baghdadi ha promesso loro, prima di tutto uno stato e la possibilità di auto-governo, i sunniti finirebbero per cercarlo per altre vie. Peggio ancora, gli insoddisfatti ormai noti alle autorità locali, i più pericolosi, finirebbero quasi certamente per prendere una via di fuga. E allora molti potenziali jihadisti dalla Siria e dall’Iraq raggiungerebbero inesorabilmente le porte dell’Europa.

 

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