venerdì, settembre 22

ISIS: parabola veramente discendente?

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«Lo Stato islamico sembra finito» queste le parole del Ministro della Difesa iracheno sulla base degli ultimi progressi ottenuti dall’ esercito.

Proprio in queste ore, infatti, l’esercito iracheno sono arrivate alle rovine di al-Nouri, la moschea dalla quale Al Baghdadi annunciò la nascita dello Stato Islamico. Sì. Un vero e proprio Stato: in questo molto della specificità del fenomeno Isis. Ed è di poche settimane fa la notizia trapelata da fonti russe che vorrebbe il Califfo Nero ucciso.

Creare uno Stato vuol dire creare una gerarchia di potere, delle norme, un’amministrazione, un sistema fiscale che possa garantire delle entrate con le quali finanziare anche l’esercito e la difesa: si pensi alle tasse imposte alle minoranze cristiane oppure il commercio di opere d’arte.

Molto del budget dell’ Isis era, in parte, derivato dal traffico di droga che, a partire dall’Afghanistan, poteva giungere in Europa solamente passando attraverso le mani jihadiste; certamente anche dalle donazioni private da parte di simpatizzanti in Paesi come Arabia Saudita, Qatar e Kuwait; dalle rapine messe a segno sul territorio che man mano veniva conquistato; dal contrabbando del petrolio  sfruttando in particolare le risorse petrolifere nei territori dove sventola la bandiera del Califfato.

A quanto sembra, l’ Isis sembra perdere terreno e questo pone diversi interrogativi, tra cui quale sarà la prossima mossa, a cosa si andrà incontro, se avverrà una mutazione. Per rispondere ci siamo rivolti a Elvio Rotondo, country analyst de Il Nodo di Gordio.

Questi è dell’ opinione che “più che trasformazione credo si possa parlare senz’altro di un adattamento strategico alla nuova situazione militare sul terreno e i lupi solitari potrebbero rappresentare una valida risposta. Con le sconfitte in Iraq, Siria e Libia, il gruppo è disperato ed è alla ricerca di una rivalsa/compensazione, e gli attacchi dei lupi solitari non solo servono a questo scopo, ma sono anche un importante moltiplicatore di forza. Un gran numero di attacchi non coordinati sconvolgono il delicato equilibrio della libertà e della sicurezza nelle società occidentali perseguendo così gli obiettivi politici del gruppo, come l’uso del sentimento anti-islamico in Occidente per alimentare la sua macchina propagandistica”.

E’ ineludibile l’implicazione di molti Paesi occidentali nella creazione di questo ‘mostro’: primo fra tutti gli Stati Uniti con la guerra in Iraq del 2003-2004 che ha portato il teatro siro-iracheno a riempirsi di armi, molte delle quali riempivano le riserve di Saddam Hussein.

Da questo punto di vista non ci si è meravigliati quando l’Isis, una volta conquistata Mosul, nel giugno 2014, è riuscita a far propri equipaggiamenti fabbricati da quasi tutti i giganti costruttori di armi. Ed è proprio grazie a queste armi che lo Stato Islamico è riuscito a resistere tre anni contro una coalizione molto meglio equipaggiata. Di derivazione americana sono gli HMMWV, veicoli molto ben corazzati entrati in servizio nel 1985, ma non immuni alle mine mentre sono sovietici i carri armati T-55 e T-72 rispettivamente di prima e seconda generazione, di cui il secondo armato anche di cannone anti-aereo.

Carro armato T-72

Per quanto riguarda la dotazione personale, non era difficile trovare imbracciati dai jihadisti AK-47, fucili d’assalto di origine sovietica oppure lanciagranate RBG-6, molto probabilmente contrabbandato dall’ Arabia Saudita in Siria a basso prezzo oppure ancora di RPG-7, lanciagranate sovietico, utilizzato anche dai curdi oltre che dalle forze irachene proprio per il suo essere maneggevole, senza poi contare alcuni lanciarazzi M79 Osa di origine croata, molto efficaci contro i mezzi armati oppure l’Obice M198, arma di marca statunitense in grado di mirare contro obiettivi posti oltre i 22 km oppure la mitragliatrice sovietica DShK 1938.

RPG-7

Per quanto riguarda l’ artiglieria, andrebbero ricordati i Cannoni 59-1, di origine cinese, sottratti agli eserciti iracheno e siriano. Sempre dall’ arsenale iracheno deriverebbe il Lanciamissili manuale FIM-92 Stinger, usato nella guerra tra l’ Iraq di Saddam e l’ Iran di Khomeini e il Cannone antiaereo ZU 23-2.

Tutte armi saccheggiate risalenti a diverso tempo fa a cui andrebbero aggiunte quelle meno sofisticate, più ‘alla buona’, come ad esempio il drone la cui funzionalità commerciale venne adattata alla guerra, entrando in scena nel 2016 a Fallujah, ma poi distrutto dalla coalizione anti-IS oppure le auto cingolate o le ‘bombe preservativo‘, ossia preservativi collegati a piccoli ordigni lasciati volare in cielo, nella speranza di colpire i bombardieri russi.

Bombe preservativo

Indubbiamente”, tiene a precisare Elvio Rotondo, “ con la perdita di terreno, lo Stato islamico perderà anche la possibilità di autofinanziarsi con la conseguente diminuzione delle risorse a disposizione, ma potrà comunque continuare a contare sulle donazioni da parte di organizzazioni o semplici donatori. Naturalmente se le risorse economiche diminuiscono tutte le componenti dell’ISIS non potranno che risentirne, compresi gli equipaggiamenti a disposizione dei combattenti. La capacità offensiva dovrebbe comunque restare ad un buon livello anche in considerazione della loro capacità di costruire armi letali con materiali facilmente reperibili”.

La coalizione anti-ISIS molto meglio equipaggiata ha certamente sfibrato il fronte del proprio avversario “anche se”, come sostiene l’analista, “la radicalizzazione di molti islamici continuerà malgrado le azioni militari della coalizione così come il supporto economico, seppur celato, da parte di alcuni donatori e simpatizzanti, specialmente nei ricchi Stati del Golfo. Al momento sembra così, ma hanno, comunque, ancora molte zone sotto il loro controllo”.

“La sconfitta o trasformazione dell’ISIS in Iraq e in Siria”, afferma Rotondo, “non dovrebbe avere un effetto significativo diretto nel  breve termine, almeno per i gruppi in Nigeria o in Somalia. Il gruppo nigeriano Boko Haram, che ha giurato fedeltà all’ISIS nel 2015, non ha mostrato di aver ricevuto una direzione strategica significativa, finanziamenti, beni o combattenti per sostenere le operazioni del gruppo. Si è trattato di un’affiliazione di reputazione più che altro. Il gruppo somalo di Al Shabaab ha avuto una lunga affiliazione con Al Qaeda ed è stato attivamente ostile a ISIS e alcuni sforzi da parte di elementi separatisti di Al Shabaab di affiliarsi all’ISIS nel 2016 sarebbero falliti”.  

“Per quanto riguarda i gruppi in Tunisia e in altri paesi nordafricani”, continua Rotondo, “la situazione potrebbe essere diversa. La Tunisia è stata molto prolifica per quanto riguarda il reclutamento per ISIS in Siria attraverso il gruppo terroristico Ansar al Sharia. Si pensa che circa 6.500 tunisini si siano uniti all’ISIS in Siria e in Iraq. Le sconfitte dell’ISIS in Iraq e Siria potrebbero portare ad una significativa inversione di rotta dei combattenti tunisini che, di ritorno in Tunisia, potrebbero promuovere l’instabilità. Il gruppo Ansar al Sharia è stato il responsabile, negli ultimi anni, di alcuni attacchi di alto profilo in Tunisia e, in misura minore, in Algeria. In Libia, la conquista di Sirte è stata l’attività più pubblicizzata da parte dello Stato Islamico in Africa, anche se il gruppo non gode di un sostegno significativo a livello nazionale. Una riorganizzazione di elementi residui in Libia potrebbe essere, probabilmente, un magnete per altri combattenti ISIS sfollati dall’Iraq e dalla Siria. In definitiva, la ricollocazione di combattenti ISIS dall’Iraq e dalla Siria andrebbe a rafforzare le capacità di questi gruppi affiliati che potrebbero colpire obiettivi in diverse zone, principalmente, nel Sinai e nel nord del Sahel. Per quanto riguarda Al Qaeda, rivale dello Stato Islamico, appare sempre più in concorrenza con quest’ultimo per il reclutamento, il finanziamento e la gestione della rivoluzione islamica globale, con un possibile conseguente indebolimento di entrambi”.

Al venire meno delle risorse finanziarie non corrisponde necessariamente un calo della motivazione ideologica: “una volta persa l’integrità territoriale”, dice Rotondo, “il futuro di ISIS si orienterebbe, oltre al controllo di piccole enclave, verso un califfato virtuale, nel deep web, quasi impossibile da distruggere, aperto a chiunque abbia una connessione Internet, continuando così a minacciare la sicurezza delle società occidentali”.

In conclusione, la perdita di terreno sul piano militare, non si traduce in modo automatico in una sconfitta totale dell’ISIS, ma, anzi, potrebbe, per certi versi, aumentarne la minaccia.

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