venerdì, settembre 21

ISIS, il terrore che si è fatto 'impero'

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Il 2014 ha segnato la nascita di un nuovo, inquietante attore sulla scena mediorientale:  il cosiddetto Stato Islamico. Si tratta solo dell’ultima denominazione assunta da un gruppo terroristico jihadista attivo in Siria e Iraq, il cui  capo, Abu Bakr al-Baghdadi, nel giugno dello scorso anno ha unilateralmente proclamato la nascita di un Califfato nei territori caduti sotto il suo controllo. Prima della proclamazione, il gruppo si faceva chiamare Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS, o  ISIL, o Dawla Islamiya fi Iraq wa Islam, il cui acronimo in arabo è Daesh). Oggi controlla ampi lembi dei due Paesi in questione, una località del Libano (Arsal) e alcune altre lungo la costa libica. Un Califfato, non uno ‘Stato’ propriamente detto.

L’evoluzione del nome riassume quella del gruppo, passato in pochi mesi da costola di al-Qaeda a nuovo punto di riferimento del jihadismo globale.
Il primo videomessaggio di al-Baghdadi risale al 2012, mentre il gruppo jihadista è comparso sul campo di battaglia nel febbraio 2013 con l’approvazione del leader di al-Qaida,  Ayman al Zawahiri, a partire da un primo nucleo operante in Iraq (ISI) in un secondo tempo, all’inizio del 2013, il leader dell’Isi, Abu Baqr al Baghdadi, comincia prendere decisioni ‘unilaterali’. In Siria, l’ISIS combatte inizialmente contro il regime di Damasco, sebbene con finalità diverse dall’Esercito Siriano Libero (ESL) – la creazione di un Califfato islamico – ma, in un secondo tempo, arriva a scontrarsi apertamente con alcune brigate dello stesso ESL e agisce quindi, di fatto, indebolendo i ribelli siriani più che la leadership degli Assad. In seguito proclama la sua fusione con il gruppo del Fronte al-Nursa (che invece rivendica la sua autonomia) fino a essere richiamato dallo stesso Zawahiri in Iraq e invitato ad abbandonare la questione siriana. Ma Abu Bakr al-Baghdadi rifiuta di obbedire, rivendica la propria autonomia e si autoproclama Califfo dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Nel febbraio 2014, quando i comandanti di al-Qaeda respingono esplicitamente qualsiasi legame con il futuro Stato islamico dell’Iraq e del Levante, una frattura che è stata intesa come prova delle gravi divergenze ideologiche.

Nei primi tempi i media tendevano ad associare le due sigle al punto da utilizzarle in modo intercambiabile. Questa approssimazione trascurava però le differenze intrinseche tra le due formazioni, poi alla base della loro successiva separazione. Entrambi i gruppi sostengono la stessa visione islamica radicale e un ideale comune (la creazione di un Califfato), che tuttavia perseguono attraverso strutture e modus operandi diversi. Per stessa ammissione del Califfo, il disaccordo è puramente ideologico. Quando lo sceicco saudita Abdullah al-Mohisni ha suggerito la necessità di impostare un arbitrato islamico per governare la contrapposizione frontale tra ISIS e al-Nusra, al-Baghdadi ha risposto: «I combattimenti in Siria non sono una spaccatura tra mujahidin, ma piuttosto una guerra condotta da una fazione eretica contro i mujahidin». Nella visione dello Stao Islamico, infatti, al-Qaeda è un gruppo apostata, e come tale va annientato. Piuttosto che una questione di politica, il Califfo ha volutamente scelto di farne una questione di ideologia, sperando così di affermare una propria superiorità morale.

Superiorità morale che trova il suo sostegno anche e soprattutto in quella militare. È in Siria che l’ISIS si rafforza e comincia la sua espansione verso Est, impossessandosi di Mosul, la seconda città irachena, e arrivando a pochi chilometri dalla capitale, Baghdad. Ma è interessante notare l’intreccio continuo e il collegamento delle azioni del gruppo in entrambi i Paesi a partire dal 2013. La rapida conquista del territorio iracheno e siriano da parte dello Stato Islamico, e le vittorie a raffica conseguite nell’arco di poche settimane nel mese di giugno sono state infatti costruite in mesi di manovre lungo due fiumi, il Tigri e l’Eufrate.

Subito dopo la comparsa in Siria, a Daraya e Aleppo (a febbraio), già nel luglio 2013, il gruppo compie una serie di attentati suicidi in Iraq, a Nassiriyya, Mosul, Kirkuk, Bassora. Nell’agosto 2013 riesce a conquistare la città di Raqqa, sconfiggendo i ribelli dell’ESL alleato con i gruppi salafiti di Jabhat al Nusra e Ahrar ash Sham, che avevano strappato la città al regime appena cinque mesi prima. Proprio perché ormai lo Stato Islamico rappresenta un pericolo per le vere forze rivoluzionarie, in Siria, i ribelli che combattono contro Bashar al-Assad si riuniscono sotto il Fronte islamico e cercano (dal dicembre 2013) di cacciarlo dal Paese. In un susseguirsi di vittorie e di sconfitte, alla fine i ribelli siriani perdono. Lo Stato Islamico si rafforza, ma anche il regime di Damasco beneficia indirettamente della sua avanzata, grazie all’azione di contrasto verso gli altri gruppi ribelli sunniti.

Dalla conquista di Raqqa, l’ISIS comincia a vessare i civili (anche musulmani) e balzare sulle pagine della cronaca per le azioni crudeli. In pochi mesi l’allora ISIS colleziona una serie di vittorie sul campo grazie a un’indubbia organizzazione. Per la prima volta ci troviamo davanti a un gruppo jihadista che non è nato solo per combattere, ma anche per vincere e restare in maniera strutturata. L’espansione prosegue anche al di fuori del perimetro siro-iracheno. Il 2 agosto 2014 l’esercito di al-Baghdadi prende possesso della località libanese di Arsal, lungo il confine siriano. Nella primavera del 2015, sfruttando il caos che imperversa in Libia, l’IS approda addirittura su quella che un tempo chiamavamo Quarta sponda, mentre sul versante siriano l’avanzata jihadista si ferma a Kobane, cittadina curda al confine con la Turchia, teatro di una strenua resistenza da parte della popolazione locale, supportata dai raid aerei della coalizione anti-IS guidata dagli Stati Uniti.

Questi passaggi ci aiutano a inquadrare meglio la strategia espansionistica dello Stato Islamico: il gruppo tende ad avanzare nei territori connotati da una statualità debole’, ossia che sfuggono in tutto o in parte al controllo delle rispettive autorità centrali a causa di conflitti in corso al loro interno (Siria, Libia e adesso Yemen) o dell’incapacità dei governi di controllare il perimetro delle proprie frontiere (Iraq e Libano), concentrando gli sforzi sulla conquista, sul possesso e sul governo immediati delle terre sottratte. Per il resto, l’IS è praticamente chiuso dentro una botte di ferro: a Nord c’è la Turchia, a Sud l’Arabia Saudita, a Est l’Iran: Paesi dotati di un eserciti regolari numerosi e ben armati, contro i quali i jihadisti non potrebbero mai ingaggiare uno scontro diretto senza soccombere.

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