lunedì, ottobre 23

Isis: dallo ‘Stato’ allo stato liquido

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Tre anni fa, il 29 giugno del 2014, lo Stato Islamico si autoproclamava ufficialmente con le parole di Abu Bakr Al Bagdhadi, dimostrando la sua forza dinanzi a tutto mondo. Proprio in quel momento, l’IS godeva del suo massimo picco di successo, successo le cui basi risiedono nell’Iraq, uno Stato incredibilmente instabile ed ormai privo di un controllo effettivo. L’espansione è partita proprio da lì per poi estendersi alla Siria, altra nazione in difficoltà a causa della guerra civile, ed è continuata approfittando del contributo dei fedeli sunniti più sensibili alla causa estremista.

Il Califfo, quel giorno, era ben orgoglioso del suo discorso e di parlare dei risultati dell’Isis in due anni; il territorio conquistato dallo Stato Islamico, infatti, era ormai molto vasto e percorreva i due Stati, da Raqqa a Mosul. Siria ed Iraq: due Paesi accomunati da grandi crisi e da Governi deboli. L’insieme tra la guerra civile siriana e il fallimento del processo di ricostruzione statale successivo all seconda guerra del golfo in Iraq, in crisi politica e parlamentare, ha reso liscio e perfetto il campo di avanzata dello Stato Islamico, come sottolinea il report dell’Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence. E’ così che ha persuaso l’Occidente, e non solo, a dare rilevanza a quello che stava diventando un fenomeno da interpretare nella sua dimensione territoriale.

Ad un anno dalla nascita, l’IS contava affiliati in almeno otto altri Paesi, riuscendo nel suo intento mediante l’efficace propaganda capace di infilarsi meticolosamente nelle menti pervase da un senso di ribellione e approfittando di Governi totalmente incapaci di gestire le proprie politiche ed emergenze. L’IS ha dapprima conquistato le città irachene di Titrik e Mosul, quest’ultima la più grande e la più importante per la sua posizione geografica, nonché, per i giacimenti petroliferi. A queste conquiste è seguita l’estensione verso i primi territori siriani, tra cui spicca la città di Raqqa.

Nel Giugno del 2014, l’IS ha già 126 territori divisi tra città e villaggi. Dopo la presa di Mosul, la grande città irachena e loro capitale nel Paese, il Daesh si ritrovava ad essere a capo di un territorio di 45.659 chilometri quadrati. In Iraq lo Stato Islamico conquista anche Fallujah, Tikrit e Sinjar. Sempre nel 2014, inizia anche l’avanzata in Siria, dove l’IS entra a Raqqa, istituita poi capitale siriana del Califfato, e in altre aree desertiche e strategiche per via della loro posizione e per un facile raggiungimento di altre zone del Paese.

 

Dal mese di Gennaio del 2015, il territorio perso dall’IS è il 28% delle aree precedentemente conquistate di Iraq e Siria. Nel 2015 il Califfato prosegue con successo nonostante una lieve diminuzione del controllo territoriale diretto, pari a 43.795 chilometri quadrati nel mese di Giugno. In quel mese, l’area totale è addirittura raddoppiata. Iniziano gli interventi della coalizione di lotta all’IS capeggiata dagli americani che, però, non fermano la sua influenza che appare più che mai enorme. L’espansione continua e il Daesh arriva a nord di Aleppo, riuscendo a vincere nelle aree controllate dai curdi, nel centro e a ovest, fino ad avvicinarsi a Damasco. Altra città conquistata è Palmira, e così sembra ormai sparire la linea di demarcazione tra Iraq e Siria.

Da qui, però, inizia la discesa: la Siria, con l’aiuto della Russia e dell’Iran, comincia a riprendersi il territorio. Secondo l’analisi del pentagono, il Califfato ha perso nel 2015 e allinizio del 2016 tra il 10 e il 20% del territorio abitato siriano. A distanza di due anni, insomma, i territori precedentemente sotto il suo comando risultano dimezzati. Tra le prime vittorie, la ripresa della città di Palmira e tra le città irachene Ramadi, Tikrit e Fallujah. Proprio con Fallujah, roccaforte della resistenza sunnita in Iraq, l’IS aveva puntato a territori lungo le rive del fiume Eufrate per garantirsi il via libera ad una serie di collegamenti tra i territori controllati tra l’Iraq e la Siria.

Lo Stato Islamico continua così a perdere terreno e la sua ampiezza territoriale scende a 35.788 chilometri quadrati. Le uniche aree ancora sotto il controllo dell’IS sono quelle desertiche, comunque cosa non poco importante. La riconquista riprende con la ripresa di Raqqa con l’aiuto dei curdi a nord e, a ovest e a sud, con i gruppi di jihadisti ribelli alla riconquista di altre aree. Ad Agosto, lo Stato Islamico perde il controllo di Manbij, città siriana in posizione strategica grazie ad un’offensiva delle Forze Democratiche Siriane insieme alle milizie curdo-arabe e all’aiuto degli americani. Sempre nello stesso periodo, inoltre, i militanti dell’IS sono costretti ad indietreggiare di 10 km rispetto al confine con la Turchia. Tutto ciò è molto rilevante perché vuol dire la perdita del controllo delle vie di comunicazione tra la Siria e la Turchia.

Veniamo ora ad analizzare singolarmente le situazioni di Siria ed Iraq.

Lo scenario siriano è stato anch’esso propizio al rafforzamento dello Stato Islamico: la crisi che ha portato alla guerra civile e al disgregamento interno hanno, infatti, condotto pian piano all’ascesa del fondamentalismo islamico, lì dove a prevalere è l’Islam di stampo sunnita. I gruppi islamisti siriani si sono fusi con le formazioni del Daesh già presenti in territorio iracheno e ben presto sono così riusciti ad ottenere il controllo di aree strategiche del Paese. L’avanzata in Siria procedeva parallelamente a quella irachena con la presa di Raqqa, capitale logistica e organizzativa del Califfato, delle aree situate lungo la linea che intercetta Deir elZour e la città irachena di AlQaim, e delle zone vicino ad Aleppo e Damasco. Il controllo delle aree intorno ad Aleppo è estremamente importante per l’IS, così come delle zone vicino a Palmira. Nonostante la riconquista della maggior parte di quelle zone grazie agli attacchi di curdi, forze ribelli e forze governative, fino allo scorso anno lo Stato Islamico sembrava ancora avere il monopolio dei principali centri di comunicazione e approvvigionamento energetico. L’offensiva è poi continuata ed ha permesso di acquisire nuovamente il controllo di importanti città tattiche come Manbij; vittoria che ha spezzato il collegamento tra la città e Raqqa. Si alternano successi cui seguono ampiamenti di territorio e fasi di stallo a causa del tentativo di freno dell’esercito nazionale, delle forze militari estere, nonché, dei gruppi ribelli.

In Iraq, invece, i primi tentativi di contrasto si sono registrati nel 2014 e nel 2015, seppur deboli e limitati, cui però ne sono seguiti altri nello scorso anno maggiormente significativi. Certamente importante anche qui il supporto degli Stati Uniti e delle milizie sciite guidate dall’Iran e di Hezbollah, ma a fare la differenza è stato lo stesso esercito iracheno, riscostruito e più forte. La controffensiva irachena è partita dai territori di Kirkuk, Tirtik e Ramadi, per poi andare a riprendere il controllo di Fallujah, così vicina a Baghdad.

La presenza di molteplici forze militari non fa che creare, come sempre, instabilità e preoccupazioni circa le milizie sciite in rapporto ai sunniti presenti nei territori e in relazione all’influenza iraniana. Come aveva annunciato il premier Haider Al Abadi, la controffensiva per la ripresa della città di Mosul è iniziata nel mese di Ottobre dello scorso anno. L’intervento contro l’IS in questa zona è iniziato con l’azione dell’esercito iracheno e delle forze USA, insieme alle milizie paramilitari sciite e alle Forze di Mobilitazione Popolare coordinate dall’Iran; la coalizione ha così ripreso il controllo della base aerea strategica di Qayyarah, situata 60 km a sud rispetto a Mosul. La riconquista di quest’ultima, però, è cosa diversa rispetto alle azioni coordinate precedenti, perché, da un lato è una città enorme e complessa, rappresentando il centro dell’IS e il collegamento principale tra le aree siriane e irachene e, dall’altro, il Califfato lì sembrava affatto non voler mollare la presa dotandosi di linee di kamikaze pronti a farsi esplodere, trappole esplosive e veicoli imbottiti di bombe.

Poco fa la notizia dal ministero della Difesa iracheno: Mosul è stata «completamente liberata dall’Isis». «Tutti i terroristi Isis sono stati eliminati o cacciati da tutti i quartieri della città». Con la ripresa del sito dove sorgeva la moschea di Al Nuri, nella città vecchia di Mosul, l’Isis è ormai «crollato» come Stato.

Ma siamo sicuri che questa sia davvero la fine del Califfato?

Alla perdita di controllo territoriale, è corrisposto un intensificamento degli attacchi terroristici. Secondo i dati dello scorso anno, quelli a danno dei civili registrati sono stati poco meno di 900 con circa 2.000 vittime civili e hanno subito un incremento del 16% rispetto al passato. Una risposta quanto più simbolica nel tentativo di dimostrare la sua forza.

Inoltre sembrano permanere i problemi che hanno consentito allo Stato Islamico di attecchire così velocemente ed impetuosamente. In Siria, ad esempio, il disgregamento coinvolge un po’ tutti i fronti, anche quello militare; innanzitutto ci sono le forze filogovernative, fedeli ad Assad e di cui fanno parte le Forze Armate regolari siriane e un gruppo composto da minoranze religiose, (la Forza Nazionale di Difesa). Nel quadro composito e confuso delle milizie compare anche la Shabiha, composta prevalentemente da Alatiti di supporto ad Assad e la milizia libanese Hezbollah di origine iraniana sciita. E’ utile ricordare che l’Iran riveste un ruolo importante nella crisi siriana poiché supporta Assad non solo con tali milizie e con i Pasdaran (corpo paramilitare), ma anche con aiuti monetari che consentono la sopravvivenza del regime.

Ma in Siria ci sono anche le Forze ribelli al regime; l’Esercito Siriano Libero è composto, soprattutto, da tanti militanti fondamentalisti islamici i quali hanno contribuito all’espansione dei credenti alla causa di al Baghdadi. Si contano poi anche le milizie ribelli ispirate da ideali democratici e, per questo, appoggiati dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e del supporto dei Paesi del Golfo, in contrapposizione con gli interessi del governo di Assad e con l’eventuale espansione dell’Iran sul territorio. Non dobbiamo poi scordare le forze curde del YPG, l’Unità di protezione popolare, che si distinguono in termine di opposizione sia alle forze governative che a quelle ribelli e fondamentaliste. Insomma, un bel groviglio.

Non va nemmeno sottovalutata la similitudine tra la Siria e il vicino Libano, anch’esso politicamente ed economicamente provato, in cui oggi vivono oltre un milione di profughi siriani e che potrebbe diventare un altro territorio fertile per lo stabilimento del Daesh.

E’ proprio questa molteplicità e contrapposizione di forze presenti sul territorio ad aver consentito l’espansione dello Stato Islamico su quei territori, poiché, ognuno era troppo occupato a preoccuparsi delle forze rivali, piuttosto che delle minacce provenienti dal fronte IS.

Quindi, due sono le preoccupazioni maggiori ad oggi: la prima riguarda proprio il ‘dopo’ la lotta allIS. Se i protagonisti ritornassero al precedente comportamento, ovvero alla sottovalutazione della minaccia fondamentalista, si troverebbero esattamente nella stessa situazione che ha permesso allo Stato Islamico di ampliare la sua forza. Ed a tirare le somme, si fa presto. La conflittualità del fronte interno genererebbe nuovi spazi di rapida ripresa‘ per la causa del Califfato. Altra preoccupazione riguarda proprio la strategia dell’Isis dopo che la coalizione ha ripreso il controllo della maggior parte del territorio; qualcuno, infatti, ipotizza che l’IS stia mantendo il controllo di aree lontane dalle città popolate ma strategicamente posizionate e ricche di risorse naturali.

Dal punto di vista finanziario, poi, gli analisti credono che il Daesh sia ancora in grado di autosostenersi e questo è un punto su cui una strategia di lotta efficace ed esaustiva non dovrebbe mancare di focalizzarsi. Inoltre, resta il problema dell’improbabilità di una convivenza pacifica tra popolazione sunnita e popolazione sciita nei terrirori sottratti allo Stato Islamico; potrebbero, infatti, portare al compattamento della parte sunnita del Paese intorno alle milizie jihadiste. Se poi la coalizione riuscisse a vincere totalmente sull’IS nei territori di Siria ed Iraq, non dobbiamo, però, illuderci che quella vittoria costituisca la scomparsa nel nulla dei militanti fondamentalisti islamici.

E’ prospettabile che questi continueranno a portare avanti la loro causa, e ciò rende alto il rischio di reiterazione del fenomeno IS, soprattutto in aree dove oggi si teme ci sia già una loro sicura presenza: ad esempio il Sinai egiziano e la Libia. La natura ibrida dell’IS a metà tra uno ‘Statoterritoriale e un regime di attrazione simbolica, rende poco probabile che una lotta militare possa portare alla sua definitiva fine.

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