lunedì, novembre 20

Irlanda: la visione di un antiabortista Il viaggio postreferendario di Papa Francesco nell’Irlanda del terzo millennio raccontata da Angelo Bottone, ‘research officer’ di Iona Institute

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Il referendum sull’aborto in Irlanda – quello relativo all’abrogazione dell’ottavo emendamento che equipara il diritto alla vita del nascituro a quello della madre – verrà celebrato tra maggio e giugno. A un soffio dall’arrivo sull’isola di Papa Francesco. Non passa certo inosservata l’occasione del viaggio apostolico: il Pontefice è atteso per l’Incontro Mondiale delle Famiglie, che si aprirà a Dublino il 21 agosto 2018.

Sono trascorsi quasi quarant’anni da quando, nel 1979, Giovanni Paolo II visitava l’Irlanda. E nelle parole rivolte ai giovani di Galway c’era un avvertimento o forse una profezia. «La prospettiva di un crescente progresso economico e l’opportunità di conseguire una maggiore partecipazione ai beni che la società moderna può offrire», diceva il Santo Padre, «apparirà a voi come un’opportunità per raggiungere una più ampia libertà». Continuava: «Più possedete – potreste essere tentati di pensare – più vi sentite liberati da ogni specie di restrizione». Nel frattempo c’è stata la rivoluzione digitale e un referendum che, nel 2015, ha fatto dell’Irlanda il primo Paese al mondo ad approvare i matrimoni omosessuali attraverso voto popolare. I colossi del web hanno cambiato profondamente il volto del Paese e gli irlandesi non vanno più a messa tutti i giorni prima di recarsi sul posto di lavoro, come accadeva fino a qualche decennio fa. Non è un caso se tra i temi dell’incontro dal titolo ‘Il Vangelo delle Famiglie: gioia per il mondo’ si discuterà l’impatto della tecnologia sulla vita familiare.

Il rapporto tra modernizzazione e secolarizzazione è centrale nella vicenda irlandese, ma come ha detto nella prima parte dell’intervista rilasciata a ‘L’Indro Angelo Bottone, docente di Filosofia presso la UCD di Dublino e ‘research officer’ del think tank apertamente anti-abrogazionista ‘Iona Insitute’, non è solo questione di professione di fede e disaffezione religiosa. A complicare la lettura facile di progresso come anticamera della laicizzazione ci sono le dinamiche di appartenenza, ‘il belonging’. Perché “specialmente quando parliamo di cattolici irlandesi il fatto di sentirsi parte di una tradizione religiosa non sempre corrisponde a una piena accettazione degli insegnamenti fondamentali”.

 

Professor Bottone, dopo quasi quarant’anni il Pontefice torna in Irlanda. È significativo che arriverà ad urne chiuse?

La data, per quanto non precisa, è stata scelta proprio perché si voleva evitare che la campagna referendaria coincidesse con il periodo del viaggio pastorale. Quindi il referendum si dovrà celebrare prima della visita. È una scelta chiara, che ha senso: in primo luogo per non confondere i due eventi e in secondo per via delle intenzioni del governo che vuole vincere il referendum e preferisce celebrarlo prima di una possibile interferenza. Hanno operato una scelta giustificata dal loro punto di vista. Dal ’79, ultimo viaggio pastorale, l’Irlanda è cambiata quasi completamente. Non tanto sui numeri relativi alla professione religiosa che attraverso il censimento del 2016 ci raccontano che quelli che si dichiarano cattolici, per quanto diminuiti, sono pur sempre la maggioranza, nonostante esprimano un’appartenenza etnica più che un’adesione alla fede. La pratica religiosa settimanale è scesa moltissimo per quanto rispetto ad una media europea rimane una delle più alte. Se negli anni ’80 parlavamo dell’80 % dei cattolici che frequentavano la messa domenicale, oggi, pur dipendendo molto dalle zone, la pratica domenicale è molto bassa. Questo è uno dei criteri per avere il polso della situazione. L’Irlanda però è cambiata non solo dal punto di vista religioso, ma sotto il profilo economico e demografico.

Nella lettera ai cattolici irlandesi, già citata nella precedente intervista, Benedetto XVI parlava di un «cammino di guarigione, rinnovamento e riparazione» da intraprendere a seguito della scoperta degli abusi su minori di cui si era da poco macchiata la Chiesa irlandese. A che punto di questo cammino si trova adesso l’istituzione?

Sulla questione degli abusi sessuali probabilmente la Chiesa irlandese è stata la peggiore in assoluto. Non penso ci siano equivalenti, sia dal punto di vista numerico – quanti preti e religiosi coinvolti –  e sia dal punto di vista della copertura istituzionale. Non è possibile negare che hanno provocato gravissimi danni alle vittime e alla Chiesa stessa dal punto di vista della dimensione pubblica. Quale vescovo può avere un minimo di autorità morale dopo quello che si è visto per decenni? La Chiesa soffre meritatamente. In qualche modo la persona normale della strada ha perso gran parte della fiducia nei confronti delle istituzioni. Per quanto riguarda il percorso intrapreso, a cui alludeva Papa Benedetto, possiamo dire che oggi probabilmente una parrocchia è il posto più sicuro per un bimbo, perché ci sono regole così strette, sono stati prodotti regolamenti e individuate figure istituzionali, per cui ovunque c’è una persona abilitata a far rispettare questi regolamenti. Non è mancato, inoltre, un percorso di autoriflessione: ci si chiede come sia potuto succedere, come evitare che riaccada. Riflessione e ripensamento non solo dal punto di vista organizzativo, ma anche e soprattutto dal punto di vista della mentalità, per cui le cose non vanno nascoste ma affrontate.  Secondo me c’è stato un sincero tentativo di interrogarsi e di chiedere perdono per il passato.

In Irlanda del Nord la situazione non sembra molto diversa da quella della Repubblica. Con quali differenze?

Hanno una legge diversa rispetto al resto del Regno Unito sull’aborto. Certamente restrittiva, ma rispetto al sud più liberale, con la differenza che al momento molte nordirlandesi si recano in Inghilterra e in Scozia e, per decisione del governo attuale, i costi dell’aborto vengono rimborsati: questa è una decisione politica che è stata presa recentemente, per esempio se una donna della Repubblica va in Inghilterra può accedere allo stesso servizio, ma deve pagare. Dal punto di vista del matrimonio, nell’Irlanda del Nord non c’è tra persone dello stesso sesso, mentre è istituito in Scozia, Galles e Inghilterra. La questione è che ci sono stati diversi tentativi di introdurlo, ma in tutti casi il DUP, il partito più grande degli unionisti protestanti, si è opposto e quindi in Irlanda del Nord la situazione un po’ paradossale è che i partiti tecnicamente cattolici sono sia a favore dell’aborto che del matrimonio omosessuale, mentre il partito più grande protestante è contrario. Questo si verifica a livello di rappresentanza politica, mentre dal punto di vista dei credenti la situazione non è esattamente la stessa, perché ci sono molti cattolici che si riconoscono nelle posizioni difese al momento dal DUP e che quindi non hanno rappresentanza politica su questi temi specifici.

Quello della ‘migrazione forzata’ a cui sono state costrette – e lo sono tutt’ora – molte donne irlandesi con il solo scopo di abortire legalmente è un argomento forte del fronte pro-choice. Non crede che proibire sia un modo per nascondere la polvere sotto al tappeto?

Noi abbiamo le statistiche ufficiali nel senso che quando una donna del Nord o della Repubblica va in Inghilterra e accede all’aborto viene registrata. Questo numero è noto, si parla dagli anni ’80 al 2015 di oltre 165 mila casi. Si riferisce, però, non alle donne, ma alla quantità di aborti praticati. Siccome c’è una percentuale statisticamente attorno al 21 %, relativa ai dati del 2015, di donne che ha abortito più di una volta, il numero ufficiale è relativo alle interruzioni di gravidanza effettuate, mentre le donne che hanno abortito rimangono attorno all’80 % di quella cifra. Ogni anno c’è un rapporto annuale che dice quante donne hanno già abortito più volte, ma è impossibile ricostruire la storia di ogni singola donna. Uno degli argomenti del fronte pro-choice è che l’articolo costituzionale non ha eliminato l’aborto e che lo ha semplicemente spostato un po’ più in là. Questo è vero, come per ogni cosa che viene vietata. Entrando nello specifico se è vero che la legge non ha eliminato l’aborto, è altrettanto vero che lo ha limitato. Nel senso che quando andiamo a confrontare con le statistiche il numero di donne che in Inghilterra, Galles o Scozia accedono all’aborto e facciamo le stesso con le due ‘Irlande’ è chiaro che le donne inglesi, scozzesi, gallesi abortiscono molto di più delle irlandesi. I dati ufficiali del 2015 ci dicono che avviene un aborto ogni dodici nati irlandesi, contro un aborto ogni quattro nati in Inghilterra. Questo avviene in parte grazie alla legislazione che rende non solo più difficile, ma esprime uno stigma sociale per cui la società attraverso le legge stabilisce che qualcosa non è accettabile.

Ma, al di là dello stigma sociale, a limitare il fenomeno non dovrebbero essere gli interventi di sostegno promossi a livello statale?

La legge esprime il volere della società, quindi il giudizio rispetto a un tema. Su questo fronte la società irlandese dice: «questo non è accettabile per noi». Fin quando l’aborto rimarrà un tabù, per quanto le militanti possano presentarlo come vittoria, dal punto di vista sociale non sarà mai pacificamente accettato. Dove la legge decriminalizza ed è permissiva, invece, col tempo si perde il senso della gravità dell’atto, quindi solitamente queste leggi vengono introdotte per casi eccezionali e seri e poi col tempo ci sono cambiamenti che le rendono più liberali. Allo stesso modo ma nel senso contrario, quando c’è una legge restrittiva la mentalità non cambia, ma rimane in qualche modo a difesa dei principi costituzionali. Noi di solito facciamo il confronto con il Regno Unito, perché dal punto di vista culturale è più vicino. È indubbio che la legislazione segue i cambiamenti sociali, quindi se la società cambia prima o poi la legge cambierà, ma è altrettanto importante sottolineare che oltre ad avere un effetto deterrente la legge esprime un valore. Naturalmente dal mio punto di vista la vita del figlio e quella della madre hanno uguale valore e questo viene espresso nella Costituzione, quindi in una Carta fondamentale. Inevitabile che ci sia sempre chi non è d’accordo e che ci siano dei casi limite più problematici, ma nonostante questo il messaggio rimane fermo e pertanto la società, per quanto possa tollerare chi va in Inghilterra e Olanda, stabilisce che bisogna tutelare la vita di chi è coinvolto nella gravidanza, i figli.

Di cosa si occupa lona Institute, di cui lei è ‘research officer’, e che rapporto ha con i soggetti pro-life in campo?

Noi siamo un ‘think tank’. Molti di noi fanno ricerca, producono documentazione e studi sulla legislazione. Inoltre siamo ‘advocacy group’, nel senso che quando si tratta di discutere questioni specifiche andiamo in tv e in radio oppure in Parlamento, in comitati e in luoghi pubblici in cui c’è da difendere un certo punto di vista. Nel mondo pro-life irlandese ci sono organizzazioni che svolgono solo attività pro-life. Mi riferisco a ‘Youth Defence’, ‘Pro life campaign’ e ‘Family and life’. Si occupano esclusivamente di questo e lo fanno attraverso volontari e ogni genere di attività. Noi facciamo non solo pro-life, copriamo tutta una serie di altri temi, quindi libertà religiosa, persecuzione dei cristiani, matrimonio, questioni etiche (eutanasia, suicidio assistito, maternità surrogata) e non facciamo attività di volontariato. Siamo un piccolo gruppo di studiosi: giornalisti, docenti universitari, ricercatori, quindi non siamo attivi sul campo, ma ci occupiamo di ricerca e presenza mediatica.

Il fondatore di Iona Institute in un articolo sul ‘Catholic Herald’ tradotto da ‘Tempi.it’ ha spiegato le ragioni per le quali dal suo punto di vista il mondo spinge per l’abrogazione dell’ottavo emendamento. Può esporci le accuse che rivolgete al fronte opposto?

Non è un segreto che quando ci furono i ‘sorosleaks’, nella documentazione relativa all’attività della loro fondazione, è stato scoperto tra le altre cose un riferimento all’Irlanda, in particolare a tre organizzazioni: Amnesty International, Abortion Rights Campaign, Irish Council for Civil Liberties. In Irlanda la legge vieta l’interferenza esterna su campagne politiche per cui non si possono ricevere più di 100 euro dall’estero. L’ente che regola e vigila queste questioni si chiama SIPO e ha chiesto a queste tre organizzazioni la provenienza e l’uso di questi fondi. Amnesty International e Irish CounciI for Civil Liberties hanno sostenuto che questi fondi non erano utilizzati per la campagna politica, ma per una sensibilizzazione sul tema e sono stati graziati dall’autorità. Abortion Rights Campaign ha, però, dovuto restituire una somma pari a 25.000 dollari. Questa è solo una conferma di quello che noi sappiamo e cioè che ci sono dei gruppi stranieri, in particolare dagli USA che finanziano queste campagne. La stessa cosa è successa per il referendum sulle unioni omosessuali nel senso che c’è un altro gruppo – ‘The Atlantic Philanthropies’ – che ha sostenuto la campagna. Tant’è che, quando qualche mese fa a marzo ‘Gay & Lesbian Equality Network’, la principale organizzazione che ha promosso i matrimoni omosessuali, non ha riavuto più finanziamenti da Atlantic Philantropies a causa di uno scandalo interno (alcuni membri del consiglio direttivo avevano usato i fondi per le proprie iniziative) GLEN è finito. Questo è un esempio che mostra chiaramente come senza l’aiuto dei gruppi americani e in particolare di Soros e Feeney queste iniziative non ci sarebbero.

In concreto quali interessi ci sono dietro, secondo voi?

Ci sono intanto interessi ideologici: se una persona ha una certa visione del mondo e della vita, tende a finanziare la stessa visione. Non è così strano. Poi ci sono anche interessi economici. Non dico direttamente di Soros o Feeney, ma ci sono altri gruppi che hanno interessi a introdurre l’aborto in Irlanda perché farebbero affari. E’ difficile da capire per noi, perché in Italia l’aborto viene effettuato negli ospedali pubblici, invece in America e nel Regno Unito la gran parte degli aborti avviene in strutture private, quindi è un business e il business tende ad espandersi. Dove c’è un mercato nuovo fanno un nuovo business. Ripeto, questo non è l’interesse della ‘Open Society Foundations di Soros, perché queste sono fondazioni filantropiche e quindi almeno ufficialmente promuovono l’aborto perché dal loro punto di vista è un diritto  e  si lega a necessità di salute, ma se mettiamo insieme aspetto ideologico e aspetto di interesse di mercato non c’è assolutamente alcun dubbio che ci siano interessi fortissimi e pressioni per l’introduzione di questa legge.

Qui la prima parte dell’intervista ad Angelo Bottone

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