domenica, luglio 22

Iraq: buone notizie dal settore petrolifero La contesa con il Kurdistan e le prospettive di crescita future

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Sulla base dei dati forniti dalla compagnia petrolifera statale irachena SOMO (State Organization for marketing of Oil), a quasi 60 miliardi corrisponderebbe il valore delle esportazioni di petrolio di Baghdad nel 2017. Precisamente, l’Iraq ha esportato lo scorso anno 1.207.055.000 barili, di cui 1.201.823.000 barili provenienti dalla zona di Bassora, nel Sud del Paese, e 5,8 milioni di barili al mese provenienti dal Nord. Baghdad avrebbe esportato 100.629.000 barili in media al mese, 3.246 milioni di barili al giorno. Il ricavo dall’ esportazione del greggio per il 2017, venduto ad un prezzo medio di 49.217 dollari al barile e acquistato da 44 compagnie, si attesterebbe a 59,552 miliardi di dollari, pari 4.962 miliardi di dollari al mese.  Nel 2016, il valore delle esportazioni si era attestato a quasi 44 miliardi di dollari.

Solo nel mese di dicembre, con un prezzo al barile pari a 59,26 dollari, l’Iraq ha esportato oltre 109 milioni di barili di petrolio, mettendo a segno un aumento “record” degli introiti mensili che, secondo il portavoce del ministero del petrolio Assem Jihad, hanno raggiunto i 6.496.203 miliardi di dollari. Tale calcolo che non teneva conto delle esportazioni dei giacimenti della provincia di Kirkuk, registrava, però, un aumento di 3.535 milioni di barili rispetto a novembre, quando il valore delle esportazioni totali irachene ha sfiorato i 6,83 miliardi.

E’ stato inoltre annunciato l’inizio della produzione di petrolio da un giacimento petrolifero di al-Sabba nella provincia di Dhi Qar, a sud-est di Nassiriya, scoperto negli anni ’50, con importi giornalieri fissati a 20.000 barili al giorno. Le «strutture di superficie del giacimento petrolifero hanno una capacità produttiva che supera più di 100.000 barili al giorno».  Nelle previsioni di Baghdad, la produzione totale dai giacimenti nell’ area di Nassirya dovrebbe passare da 90.000 a 200.000 barili al giorno nei prossimi anni.

Per monitorare e proteggere le proprie condotte di esportazione e produzione petrolifere, già dal primo trimestre di quest’ anno, l‘ Iraq prevede di utilizzare i droni e sofisticati sistemi di telecamere. In ossequio a questo proposito, il Ministro del Petrolio dell’ Iraq ha chiesto al proprio ministero di mettersi alla ricerca di compagnie di sicurezza professionali che possano fornire gli strumenti richiesti. L’uso di droni per monitorare i gasdotti è un trend comune nei paesi avanzati produttori di energia, ma segna, sicuramente, un importante passo per questo Paese che, dal 2003, anno dell’ invasione statunitense, sembra non trovare pace.

Il 2017 si è concluso con l’ auspicio da parte del ministero del petrolio iracheno di portare la produzione di petrolio greggio a cinque milioni di barili al giorno prima della fine del 2017 e il ministro al-Luaibi, parlando a una cerimonia per la firma di un’ intesa da 3 miliardi di dollari con la cinese Zhenhua Oil per lo sviluppo del giacimento petrolifero dell’Iraq orientale a Baghdad, non aveva nascosto la sua enorme fiducia nell’ anno venturo.  «Sono ottimista, e il primo trimestre del prossimo anno sarà un grande equilibrio tra domanda e offerta, che rifletterà positivamente sul miglioramento dei prezzi globali» erano state le sue parole.

A suffragare le sue speranze, la consapevolezza che Baghdad avrebbe beneficiato delle produzioni petrolifere di Kirkuk, contese con il governo regionale del Kurdistan (KRG),  la cui economia è certamente dipendente dal suo settore energetico e per questo intransigente sul diritto a partecipare al ‘banchetto’. I giacimenti petroliferi di Kirkuk sono passati sotto il controllo iracheno quando le forze irachene hanno conquistato le aree contese, a metà ottobre, pochi giorni dopo il referendum, avversato in primis dal governo di Habadi, sull’indipendenza del Kurdistan. «Qualsiasi contratto stipulato non con il governo federale e con il ministero del Petrolio è illegale» aveva affermato il portavoce del dicastero del Petrolio iracheno, Assem Jihad che aveva poi aggiunto: « I ricavi dei giacimenti di Kirkuk torneranno nel bilancio federale» 

Tale approccio causò la richiesta turca di 4 miliardi di dollari  al governo kurdo a mo’ di compensazione per le mancate forniture. D’ altro canto il governo di Erbil, a partire dal 2014, aveva esportato petrolio verso i mercati mondiali tramite il gasdotto che termina nel porto mediterraneo di Ceyhan in Turchia: «La regione del Kurdistan controllava i due-terzi del petrolio a Kirkuk dopo l’ingresso dello Stato islamico» aveva sanzionato il Presidente Abadi. I guadagni erano serviti a pagare gli stupendi pubblici compresi quelli dei Peshmerga impegnati nella lotta contro l’ ISIS.

Proprio per trasferire fino ad un milione di barili di greggio giornalieri verso il porto turco, il Ministero del Petrolio iracheno ha annunciato di aver accettato le offerte di potenziali costruttori di un nuovo oleodotto che parte da Kirkuk, dopo aver rinunciato a riabilitare la linea danneggiato dai militanti nel 2014. Il 25 per cento del progetto è in mano a compagnie irachene. Il portavoce del dicastero del Petrolio iracheno Jihad ha precisato che Kirkuk produce oggi 140 mila barili al giorno, destinati alle raffinerie e tre giorni fa, il portavoce del governo regionale curdo, Safin Dizayee, aveva contestato invece le cifre sulla produzione curda di petrolio comunicate dal premier Abadi.

Le previsioni di petrolio nelle zone dal KRG sono di circa 250.000 barili al giorno, in calo rispetto ai 550.000 di inizio ottobre. Il primo ministro del Kurdistan, Nechirvan Barzani, ha dichiarato che le entrate del KRG “sono state ridotte della metà” dalla fine dei giacimenti petroliferi di Kirkuk a metà ottobre.

Rimanendo alla contesa sul petrolio con Erbil, il cui Presidente Barzani Barzani ricorda che «insistiamo sulla nostra quota del 17 percento», ma che secondo il governo federale non dovrebbe superare  il 12,6 per cento del bilancio, il parlamento di Baghdad ha approvato la sospensione dei lavori di Kar Group, azienda petrolifera con sede nella capitale kurda, accusata dalle autorità centrali di contrabbando di greggio ed ha incaricato North Oil Company, azienda con sede a Kirkuk, di produrre e commercializzare petrolio attraverso la Somo. Allo stesso tempo è stata disposta la creazione di un comitato parlamentare di verifica sulle quantità di petrolio effettivamente esportate dalla regione curda. Alla Banca centrale irachena il compito di stilare una relazione dettagliata sui nomi delle persone e delle banche coinvolte nelle esportazioni petrolifere.

Passo in avanti? Forse. Sta di fatto che il premier iracheno, Haider al Abadi, poco più di una settimana fa, ha ordinato di predisporre i futuri negoziati circa il dossier petrolifero con la regione autonoma del Kurdistan iracheno, in preda, da giorni, a furiose manifestazioni di cittadini angustiati dalle difficoltà economiche.

Secondo il presidente Vladimir Putin, la crescita del settore petrolifero iracheno sarebbero,  anche frutto della presenza di Mosca, la sola a non pronunciarsi in occasione del referendum: «Le nostre compagnie vengono da Rosneft nel Kurdistan iracheno.Riteniamo che questo avvantaggi l’Iraq, il Kurdistan iracheno e l’economia russa», ha detto Putin. Numerosi erano stati i contatti tra Rosneft e Erbil.

Ma il petrolio iracheno potrebbe ben presto diventare il pomo della già conclamata discordia tra Riad, oramai guidata dal giovane Principe ereditario Mohammad Bin Salman, e Teheran, al momento alle prese con dissesti interni. Infatti, entro fine gennaio, l’ Iraq avvierà le esportazioni di greggio estratto dai campi di Kirkuk verso l’Iran: inizialmente non supereranno le  30 mila al giorno i barili, «ma questa quantità»- ha detto Al Luaibi il 10 dicembre scorso – «potrà essere aumentata quando realizzeremo un oleodotto», di greggio che raggiungeranno la raffineria iraniana di Kermansha, In base all’ accordo, l’ Iraq trasferirà il petrolio su autocisterne fino alla raffineria iraniana di Kermansha, attraversando la frontiera di Sulemaniyya; l’ Iran, di contro, trasferirà il petrolio raffinato e pronto per l’esportazione ai porti di Bassora, nel sud dell’Iraq.

E quasi per controbilanciare l’ espansione dell’ influenza iraniana, l’ Arabia Saudita, quasi contestualmente, ha sottoscritto 18 memorandum d’intesa nel settore energetico alla Conferenza del petrolio e del gas di Bassora, con cui  Baghdad e Riad rafforzano la loro cooperazione guardando alla futura ricostruzione del paese. Quale sarà il prossimo step? A chi farà più gola l’ oro nero di Baghdad? Aiuterà il Paese, ancora dipendente dalle vendite di petrolio per circa il 95 percento del suo reddito pubblico. a rialzarsi?

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