giovedì, maggio 24

Iran: venti di guerra nelle ossa del Mediterraneo, e l’Italia dov’è? Ricordando la primavera ‘98 della politica estera targata Dini-Vattani, quale ruolo può svolgere oggi l’Italia nel dialogo tra Iran e l’Occidente? Ne parliamo con Paolo Soave, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Bologna

0

I ‘venti di guerratra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra stanno soffiando sempre più prepotentemente.
Ieri la ‘Nbc’ ha rilanciato con notevole rilievo le considerazioni di tre funzionari americani: Israele sembra prepararsi a una guerra con l’Iran. Secondo i tre funzionari -hanno riferito le agenzie- Israele sembra prepararsi a un’azione militare e starebbe cercando l’aiuto e il sostegno degli Stati Uniti.
Ieri il Marocco ha deciso di rompere i rapporti diplomatici con l’Iran -perché sosterrebbe il Fronte Polisario, movimento in conflitto con la monarchia di Rabat che si batte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, con collegamenti con il movimento sciita libanese Hezbollah-, e oggi la Lega Araba ha comunicato di appoggiare la decisione. Algeri da parte sua -coinvolta dal Marocco nella diatriba sul Polisario tra Rabat e Teheran- ha dichiarato di avere allo studio misure da adottare nei confronti del Marocco, tra cui quella di «abbassare il livello della rappresentanza diplomatica» con Rabat. Come dire: se Israele e Iran dovessero passare dallo scontro verbale e diplomatico il Mediterraneo si infiammerebbe.
Nelle stesse ore, Teheran ha fatto sapere, prima attraverso Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema per gli affari internazionali, che «non resterà» nell’accordo sul nucleare del 2015 se gli Stati Uniti ne usciranno, poi è intervenuto direttamente il Ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, l’uomo che per l’Iran aveva trattato l’accordo, che in un videomessaggio pubblicato su You Tube dal titolo ‘A message from Iran‘, ha detto: «Fatemi chiarire una volta per tutte. Non rinegozieremo un’intesa che è stata concordata anni fa ed attuata». Tutto a pochi giorni dal fatidico 12 maggio data entro la quale il Presidente Usa, Donald Trump, dovrà decidere se restare nell’accordo  firmato a luglio 2015 con le potenze del gruppo ‘5+1’ (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania), e già da giorni si susseguono le dichiarazioni degli uomini più vicini al Presidente  secondo i quali la Casa Bianca non certificherà l’accordo.

I ‘venti di guerra soffiano, e si sentono in particolare nelle ossa dell’Europa, ma dall’Europa non si vedonosegnalidi Cancellerie al lavoro per provare a smorzare sul nascere fiamme che sarebbero devastanti, in primo luogo proprio per il Mediterraneo.
L’assenza che più stride è quella dell’Italia.

Esattamente 20 anni fa, nella primavera del 1998, con il I Governo a guida Romano Prodi, alla Farnesina Lamberto Dini, l’Italia si rendeva protagonista dello sdoganamento dell’Iran. Resterà storica la visita del Ministro Dini in Iran nel marzo di quell’anno per l’incontro con il nuovo Presidente iraniano Mohammad Khatami, il ‘moderato’, che attraverso Dini assicurerà l’Occidente sulla sua volontà di dialogo e di costruzione di cooperazione pacifica. Da quella visita non solo presero il via una serie di incontri istituzionali ai massimi livelli -nell’estate anche Prodi andò in visita a Teheran- ma soprattutto inizio la costruzione di una cooperazione economico, politica, culturale tra l’Europa e l’Iran e anche gli Stati Uniti da allora iniziarono guardare con occhi diversi il Paese.

Con Paolo Soave, docente di Relazioni Internazionali all’Università di Bologna, ripercorriamo quella che davvero fu una ‘fantastica primavera’ per la politica estera italiana.

1998: l’allora Ministro degli Affari Esteri Lamberto Dini sdogana l’Iran, è il primo Ministro degli Esteri della UE in visita ufficiale in Iran, in marzo, pochi mesi dopo lo seguirà il premier Romano Prodi. Come si arrivò a quello sdoganamento?

L’operazione relativa allo sdoganamento dell’Iran fu possibile grazie alle speranze di cambiamento legate all’avvento di Khatami, dal terrorismo alle politica interna, inducendo l”Occidente a un”apertura di credito politico. Dini, con pieno mandato dei partner europei, concretizzo’ il grande lavoro diplomatico condotto in particolare dal Segretario della Farnesina, Umberto Vattani. Fu uno dei molti casi in cui la politica inclusiva di dialogo e cooperazione regionale dell’Italia fu riconosciuta da partner e alleati, un’operazione tentata in molti altri casi e con successi alterni, si vedano i casi di Arafat e Gheddafi. Nel caso iraniano anche gli americani furono moderatamente favorevoli, con il Segretario di Stato Allbright, e l’operazione assunse anche importanti contenuti strategici e di equilibrio regionale, basti pensare al dialogo euro-mediorientale. Si riaprirono infine notevoli potenzialità economiche.

La UE come visse quell’evento e come lo sdoganamento da parte italiana entrò nella politica dell’Unione?

L’Ue legittimò l”azione italiana come un caposaldo dell’ampliamento, esteso anche al Mediterraneo, del raggio della propria azione di promozione di sviluppo politico ed economico. Erano anni in cui l’Occidente riteneva ancora di poter guidare la ricostituzione degli assetti internazionali post guerra fredda. Gli Stati Uniti erano la ‘Nazione indispensabile’ che aveva guidato processi di pace in Medio Oriente e nella ex Jugoslavia; l’Unione europea inseguiva la propria vocazione di ‘potenza civile’. Aggregare a queste visioni l’Iran, fino a poco prima nemico, sarebbe stato un successo storico.

Il lavoro impostato in quella primavera 1998 come proseguì negli anni e quale analisi si sente di fare degli esiti? sia di quelli economici che di quelli politici 

Si trattò di un capitolo della politica regionale seguita dall’Italia in Medio Oriente, un tratto distintivo della nostra politica estera del secondo dopoguerra, a parziale correzione, spesso velleitaria, delle fratture imposte alla regione dalla guerra fredda. Così dialogo, cooperazione e inclusività proseguirono ma sempre sotto l”influenza di fattori superiori. L’emergere del terrorismo internazionale, la questione irakena e le contraddizioni politiche interne all”Iran, fino alla questione nucleare, frustrarono molte aspettative.

Oggi abbiamo la capacità ancora di, davvero, ‘incidere’, ‘influenzare’ come diplomazia e come politica italiana in Iran? 

Agli inizi del 2018 Italia e Iran hanno sottoscritto un trattato di natura bancario-finanziaria per favorire le relazioni economiche e in particolare gli investimenti italiani in Iran. L’Italia si è in qualche modo resa garante della affidabilità dei soggetti economici iraniani, nella speranza di riportare il volume degli scambi commerciali agli anni precedenti la crisi nucleare, quando era attorno ai 5 miliardi di euro. Oggi siamo a circa 1,5, non molto, soprattutto non abbastanza per rischiare uno scontro con i nostri alleati. L’Italia può mediare, lo ha sempre fatto, per vocazione e per necessità, ma se non si farà chiarezza sulla questione del rispetto dei vincoli imposti dal trattato nucleare, sarà difficile prendere una posizione nazionale che possa tenere insieme il supremo interesse alla stabilità strategica regionale e i rapporti economici con Teheran.

Nella crisi Iran-Israele e sulla questione dell’accordo sul nucleare quale il ruolo che l’Italia potrà svolgere?

Il Presidente del Consiglio Gentilini ha detto che all’Italia preme il rispetto del trattato nucleare con l”Iran. In tal modo il Governo italiano vuol ribadire la priorità della pace e della stabilità strategica mediorientale, nel senso che Israele non deve sentirsi minacciata. Si vuol, forse implicitamente, richiamare anche gli alleati occidentali a non alimentare tensioni indesiderate con Teheran? Le prove fornite dagli israeliani rischiano di passare inosservate come quelle fornite in passato per i bombardamenti chimici in Siria: danno solo la sensazione che certe decisioni siano già state prese. Se sale la tensione aumenta il rischio sicurezza per l’Italia mentre si dissolve la sua capacità di incidere nella crisi. Ricordiamoci del precedente della prima guerra del Golfo: la diplomazia italiana fece un gran lavoro per evitare lo scontro, ma quando questo si impose il Governo perse non solo capacità di farsi ascoltare, ma anche rilevanza, finendo per fornire un contributo militare del tutto secondario.

La UE quanto fa affidamento sulla capacità italiana oggi di assumere un ruolo in queste crisi conclamate o potenziali? e quanto incide la situazione di crisi politico-istituzionale attuale?

Temo che oggi l’Ue faccia ben poco affidamento sulla capacità italiana di mediare in una fase in cui a Roma non si è ancora costituito un Governo espressione del voto. Inoltre al momento è soprattutto l’Ue come attore unitario e credibile che deve decidere se seguire gli Stati Uniti in questo ennesimo tentativo di destrutturare il Medio Oriente o preservare stabilità e dialogo. Su Russia e Siria l’Europa si è allineata agli Stati Uniti, adesso sembrerebbe esserci maggior distinguo dalle posizioni americane, ma se sale la tensione questo distinguo durerà”?

Chiudendo, torniamo a quella primavera-estate ’98. E’ corretto dire che fu quella una stagione d’oro per la politica estera italiana nel Medioriente? e che cosa di quella stagione è rimasta nel patrimonio politico-diplomatico italiano e nel nostro bagaglio di competenze, di ‘additional skills’ sia del corpo diplomatico che del personale politico? 

Quella fu, parafrasando il titolo di un libro del Professor Luca Riccardi, ‘l’ultima politica estera italiana’, poi mortificata dalla prima guerra del Golfo oltre che dalle vicende politiche nazionali. Per fortuna le competenze professionali e la sensibilità diplomatica non sono andate perse. Ad essere cambiato in peggio è tuttavia lo scenario globale nel quale l’Italia si muove. Una media potenza necessita di solide alleanze e fidati partner strategici. Se gli Stati Uniti non possono più svolgere il ruolo del passato, l’Ue non è ancora pronta. Si tratta di una condizione seria sulla quale varrebbe la pena riflettere anche in questa difficile fase politica, ancor più disattenta, sui temi di politica estera. Quali alleati per l’Italia? Quelli imposti dalla realtà internazionale, quelli storici in nome di una affinità di valori sempre più astratta o quelli, se ci sono, con i quali si registra maggiore convergenza di interessi? L’Iran rappresenta anche per questo un caso molto interessante.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore