lunedì, gennaio 22

Iran: proteste, per la ‘Repubblica’, giunta l’ora della verità? Da giorni continuano le proteste. Quali le motivazioni? Quali gli obiettivi?

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I nemici dell’Iran «hanno rafforzato l’alleanza per colpire le istituzioni islamiche del Paese durante i recenti incidenti. Con i diversi strumenti come denaro, armi, politica e sistemi di sicurezza, i nemici hanno provato a minare il sistema». Con queste parole, la Guida suprema iraniana, l’ Ayatollah Ali Khamenei, ha commentato i disordini che da giorni riguardano l’ Iran.

Le proteste hanno avuto inizio giovedì scorso, a Mashad, città natale per Ebrahim Raisi, candidato conservatore, vicino alla Guida Suprema Khamenei, ma uscito sconfitto dall’ ultima tornata elettorale che ha visto Hassan Rohani riconfermato alla Presidenza. Ma Mashad è anche un luogo santo per gli sciiti: lì, infatti, sorge il Santuario dell’ ottavo Imam sciita Imam Reza. Questo rivela un’ altra componente delle manifestazioni, quella anti-Rohani, legata agli ambienti più conservatori.

I disordini giungono, però, in un momento di congiuntura politico-militare, a livello regionale, del tutto favorevole alla Repubblica Islamica: tra i vincitori del conflitto siriano, estende la sua influenza fino al Libano, minacciando l’ avversario di sempre, l’ Arabia Saudita, appoggiando i ribelli Houthi in Yemen, capaci perfino di puntare i loro missili, le cui componenti provengono dal regime di Teheran, contro il Palazzo Reale di Riad. Il successo in Siria ha portato le Guardie Rivoluzionarie guidate da Qassem Suleimani, seguite dagli Hezbollah, a pochi chilometri da Israele.

Le proteste si sono infervorate a partire dal malcontento dovuto all’ aumento del costo della vita: il governo di Teheran, non considerando l’ alto tasso di disoccupazione (quasi il 12%), soprattutto tra i millenials,  ha annunciato un mese fa le misure contenute nella legge di Bilancio 2018. Tra queste, era prevista una dilatazione del 70% del prezzo della benzina, che si sarebbe sommata all’ incremento del 40% delle bollette della luce e del gas, senza contare l’ abolizione dei sussidi per un quarto della popolazione iraniana e la triplicazione dell’imposta sui viaggi all’estero. Un vero e proprio ‘shock’ per l’ economia del Paese, colpita, nel giro di pochi giorni, da una bolla speculativa che ha causato il rincaro di tutti i generi di prima necessità.

Per la verità, secondo Misagh Parsa, sociologo e grande esperto dell’ Università di Darkmouth, autore di diversi studi sulla società iraniana, di cui l’ ultimo, in ordine temporale, intitolato ‘Democrazia in Iran: perché non ha funzionato e come potrebbe riuscire’, “l‘incidente a Mashhad è stata solo una coincidenza. Per mesi le persone che avevano perso i loro investimenti in un certo numero di banche e istituzioni finanziarie avevano protestato contro la corruzione. Le banche e le istituzioni finanziarie erano associate a membri della ricchezza dell’élite che offrivano rendimenti elevati, superiori al 30%, ma non potevano rimborsare. Funzionavano come uno schema di Ponzy. La bancarotta di queste istituzioni ha portato molte delle vittime nelle strade e i loro slogan sono diventati sempre più radicali. Il regime ha tollerato queste proteste e non ha represso le loro attività. Quelle proteste e l’incapacità di reprimerle giocarono un ruolo più importante nel preparare il terreno per i conflitti attuali”.

Protagonisti delle proteste, continua l’ esperto, “studenti e donne sono in prima linea nelle lotte. Gli studenti non possono trovare lavoro dopo la laurea e le donne soffrono di molteplici problemi, tra cui genere, economici, politici, sociali e culturali”.

Circa la situazione economica dell’ Iran, il cui PIL,  secondo il Fondo Monetario Internazionale, per l’ anno fiscale 2017-2018, dovrebbe registrare una crescita del 5,6%,Rouhani ha affermato che «è migliore rispetto al livello medio mondiale e la crescita economica del Paese si è attestata al 6 per cento nella prima metà dell’anno iraniano, ma ciò non significa che tutti i problemi siano stati risolti. Per far ciò ci vuole tempo» facendo notare che il suo esecutivo ha creato 700.000 posti di lavoro, nonostante i quali «accettiamo le critiche contro l’attuale alto tasso di disoccupazione».

Gli sforzi richiesti alla popolazione sembrano essere dettati proprio dall’ esigenza di Teheran di sostenere i propri ‘successi’ sul campo, finanziando gli interventi in Iraq, Yemen, Libano, Siria, con l’ obiettivo di dare vita alla ‘mezzaluna sciita’. A detta di Staffan De Mistura, inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, l’Iran avrebbe speso nella guerra in Siria una cifra che che potrebbe toccare i 29 miliardi di euro l’anno.

Non solo gli impegni nei vari teatri regionali sono la fonte del dissesto economico della Repubblica degli Ayatollah. Come fa notare Misagh Parsa,” il finanziamento della guerra per procura è una piccola parte del problema nel contesto di conflitti più ampi. In alcuni dei loro slogan, la gente menziona la spesa di risorse all’estero e la condanna. Ma i problemi principali sono il continuo declino del tenore di vita, il peggioramento delle condizioni economiche per la maggioranza della popolazione, l’aumento delle disuguaglianze e della povertà, la concentrazione della ricchezza, la corruzione senza precedenti e la mancanza di libertà civili e libertà politica. La rivoluzione del 1979 fu lanciata per risolvere quei problemi e l’ayatollah Khomeini promise di affrontare tutte quelle questioni. Tuttavia, le sue politiche e il risultato della rivoluzione hanno tradito tutte quelle promesse e generato conflitti inconciliabili tra il popolo e il regime islamico”.

«L’Iran sta fallendo a tutti i livelli nonostante il terribile accordo fatto con l’amministrazione Obama. Il grande popolo iraniano è represso da molti anni. Sono affamati di cibo e di libertà. Insieme ai diritti umani, la ricchezza dell’Iran viene saccheggiata. Tempo di cambiare!» ha sostenuto in un tweet Donald Trump. Ma alla guida del governo, riconfermato nel maggio 2017, è Hassan Rouhani che ha risposto: «Il nostro progresso per loro era intollerabile, il nostro successo nel mondo della politica rispetto agli Stati Uniti e al regime sionista (Israele), era per loro intollerabile». Rouhani, inoltre, è il Presidente che è ha siglato a Vienna, ponendo fine alle pesantissime sanzioni, nel 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo sul nucleare iraniano, con i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ( Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti),  la Germania e l’Unione europea. Questo aveva ridato fiato al settore petrolifero iraniano che era toranto a produrre due milioni di barili giornalieri: a 3,8 milioni di barili si aggira la produzione attuale. All’ epoca, alla Casa Bianca, c’era Barack Obama, il Presidente che lo stesso Presidente che avrebbe poi messo a dura prova le alleanze americane mediorientali storiche, in particolare quella con Arabia Saudita e Israele e che aveva girato le spalle ai manifestanti iraniani del 2009, quelli dell’ Onda verde, che contestavano la rielezione di Mahmud Ahmadinejad.

Proprio le immagini di questi giorni,hanno ricordato quelle del 2009, quelle dell’ Onda Verde, movimento sostenitore di Houssein Mousavi, ex primo ministro, e Mehdi Karroubi, un importante religioso ed ex presidente del parlamento. Alla domanda se è possibile ravvisare delle somiglianze, Parsa risponde affermativamente, precisando che “alcuni degli slogan radicali contro i leader del clero e il regime sono gli stessi. Tuttavia, la maggior parte degli slogan sono più radicali e non si fa menzione di Mousavi e Karroubi”. A proposito di quel movimento di protesta, nel suo ultimo libro,  Parsa scrive che «ha scosso le fondamenta della Repubblica islamica come nessun altro evento nei trent’anni successivi alla rivoluzione. Il movimento si sviluppò così rapidamente da assomigliare rapidamente all’ultima fase della rivoluzione del 1979 ». Eppure,  continua il sociologo, ha fallito in parte perché i suoi leader, Mousavi e Karroubi, erano riformatori gradualisti, non gli agenti di un cambiamento radicale ricercato dalle folle. Al momento, dice l’ esperto,  “mentre studenti e donne sono stati attivi in ​​entrambe le proteste, la classe lavoratrice si è ora unita su larga scala. Sembrano essere molto più attivi rispetto alla classe media, che ha svolto un ruolo cruciale nel Movimento Verde. La classe lavoratrice è molto più radicale della classe media, almeno finora”.

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