lunedì, ottobre 23

Iran, accordo sul nucleare: le posizioni in campo Intervista alla professoressa Annalisa Perteghella, Ricercatrice presso l’Istituto degli Studi Politici Internazionali

0
1 2


Download PDF

La tensione sul destino dell’accordo sul nucleare iraniano è alle stelle. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump intende annunciare il prossimo 15 ottobre la sua intenzione di non certificare il rispetto dell’intesa da parte del regime di Teheran. Un’intesa che il Presidente aveva definito, in occasione del suo primo discorso all’Assemblea Generale dell’ONU, «un grave imbarazzo per gli Stati Uniti», un accordo potenzialmente in grado di «coprire la costruzione di un programma nucleare». Con la decisione del Presidente la palla passa al Congresso il quale avrà 60 giorni di tempo per decidere se ripristinare le sanzioni revocate prima dell’intesa. L’obiettivo finale di Trump sarebbe quello di creare pressione per rafforzare l’accordo, costringendo i partner europei e l’Iran a tornare al tavolo delle trattative.

Si tratta di una strategia rischiosa perché destinata a scontrarsi con l’inflessibilità di Teheran. Il Presidente iraniano Hassan Rouani ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi rinegoziazione dell’accordo, mentre il presidente dell’Agenzia atomica iraniana Ali Akbar Salehi ha avvertito che «se gli Usa lasciano l’accordo sul nucleare e gli altri fanno altrettanto, l’accordo sarà finito» pur precisando che «se lo faranno solo gli Usa, il nostro comitato di monitoraggio dell’accordo prenderà una decisione in proposito».

Anche nell’amministrazione americana non mancano le divergenze. Il Segretario della Difesa James Mattis, pur essendo ostile a Teheran, ha ammesso che l’Iran «ha sostanzialmente rispettato» l’intesa e che essa è «nell’interesse degli Usa», invitando il Presidente «a considerare di mantenerla». Revocare l’accordo aprirebbe una nuova crisi nucleare con Teheran, crisi che si aggiungerebbe a quella già in atto con la Corea del Nord.

Infine, la strategia di Trump aumenterebbe l’isolamento internazionale degli Stati Uniti. Gli Stati europei firmatari dell’accordo non intendono il rinegoziare l’intesa: l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini ha definito l’intesa con l’Iran «uno strumento strategico che funziona» e ha sottolineato come al momento «tutte le parti stanno attuando pienamente l’accordo sul nucleare iraniano come certificato dall’Aiea». Infine, anche Russia e Cina hanno manifestato la loro contrarietà all’abbandono dell’accordo, costruito con fatica anche grazie al loro contributo ed in grado di garantire una maggiore stabilità nell’area.

Sulle posizioni dei giocatori della delicata partita iraniana abbiamo intervistato la Professoressa Annalisa Perteghella, Ricercatrice presso l’ Istituto degli Studi Politici Internazionali (ISPI).

 

In questi giorni assistiamo ad una tensione piuttosto elevata fra Stati Uniti  e Iran, come si è arrivati a questo punto, tenendo conto che i rapporti fra i due Paesi sembravano essere migliorati durante la presidenza di Obama?

Quella di Obama è stata una parentesi perché la tensione fra stati Uniti e Iran c’è sempre stata fin dal 1979 quando con la rivoluzione iraniana e la creazione della repubblica islamica vi  è stato il divorzio fra Stati Uniti e Iran, fino a quel momento grande alleato americano nella regione insieme all’Arabia saudita. Dal 1979 a oggi i rapporti sono stati di fatto interrotti tanto che a Teheran, ad esempio, vi sono solo i muri dell’ambasciata americana ma senza il personale diplomatico al suo interno. La parentesi di Obama è stata positiva perché Obama è stato l’unico Presidente che ha provato a ripensare in maniera positiva i rapporti con l’Iran e a dare uno spazio alla diplomazia, e alla fine ha avuto successo perché grazie all’accordo del 2015 la questione del nucleare iraniano sembra non dico risolta, in quanto l’accordo è ancora  in corso, ma giunta comunque a un punto positivo. Con Trump invece abbiamo visto un riaccendersi della tensione in parte perché Trump è un Presidente abituato a dichiarazioni forti, in parte perché il nuovo Presidente sta tentando di rovesciare l’eredità di Obama  e dato che questo accordo è considerato uno dei più grandi achievement dell’ex inquilino della Casa Bianca, ora Trump sta facendo di tutto per minarlo.

Quali sono le ragioni che potrebbero spingere Trump a revocare l’accordo?

Entro la scadenza del 15 ottobre Trump dovrà decidere se certificare o meno l’accordo. E’ necessario considerare che la certificazione periodica dell’accordo non è prevista dall’intesa sul nucleare ma è richiesta da una legge interna americana, l’Inara (Iran Nuclear Agreement Review Act), approvata nel 2015 dal Congresso per avere voce in capitolo sull’implementazione dell’accordo. Tale certificazione si basa su quattro criteri: i primi tre sono unicamente oggettivi e consistono nel rispetto dell’accordo da parte dell’Iran, nella mancanza di attività nucleari segrete in corso di svolgimento, e nel consenso all’accesso degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) agli impianti iraniani. L’agenzia ha sul punto certificato ben otto volte dal 2015 la totale aderenza agli accordi da parte di Teheran quindi Trump non ha modo di dire che l’Iran sta violando l’accordo perché, al contrario, lo sta rispettando pienamente. Il criterio a cui il Presidente farà probabilmente appello è il quarto e ha natura soggettiva: esso consiste nella necessità che l’accordo rimanga nell’interesse nazionale degli Stati Uniti. La definizione di interesse nazionale contiene tutto ed il contrario di tutto, è molto ampia, proprio allo scopo di non legare le mani al Presidente. Quindi Trump, in considerazione del sostegno iraniano al terrorismo internazionale, dei recenti test missilistici, dell’intervento in Siria e del comportamento che Washington ritiene irresponsabile da parte di Teheran in Medioriente, potrebbe dire che l’intesa non è più nell’interesse nazionale degli Stati Uniti, ma sarebbe una valutazione puramente politica, dettata dall’intenzione di portare a casa un risultato importante in politica estera, a fronte della mancanza, sino ad ora, di risultati concreti. La decisione di cancellare l’accordo sarebbe un modo facile, ma allo stesso tempo con un prezzo molto alto, per raggiungere un successo in politica estera in linea con le promesse elettorali.

La decertificazione dell’accordo non potrebbe rivelarsi, alla fine, uno strumento per creare pressione al fine di convincere le parti in causa a negoziare l’intesa?

Trump non  vuole arrivare fino in fondo, o meglio le persone intorno a lui lo convinceranno a non andare fino in fondo. La decertificazione dell’intesa sarebbe parte di quella strategia che la Teoria dei Giochi definisce ‘il gioco del pazzo’ il quale consiste nello spingere con atti apparentemente irrazionali l’avversario per convincerlo a riaprire una determinata trattativa. Il problema con questo tipo di giochi è che bisogna controllarli bene e assicurarsi che tutti gli altri giocatori della partita si allineino alla strategia. Se Trump dovesse decertificare l’accordo allora la palla passerebbe al Congresso, ma il Congresso non dovrebbe a questo punto fare nulla perché se al contrario reintroducesse le sanzioni relative al nucleare allora si innescherebbe una violazione dell’accordo da parte statunitense, primo passo per il suo smantellamento.

A questo proposito quali sono le posizioni del Congresso in materia,  prevale l’intenzione di non reimporre le sanzioni o i ‘falchi‘ repubblicani potrebbero aprire davvero la strada alla revoca dell’accordo?

Il Congresso ha quattro strade di fronte a sé, strade che Trump non ci esplicita. La prima consiste nella reintroduzione di tutte le sanzioni che erano state revocate prima dell’intesa. Questo sarebbe il primo passo per la crisi dell’accordo: in seconda battuta dovrebbe intervenire la Joint Commission, un organo ad hoc creato dall’accordo al fine di intervenire in caso di controversie, la quale avrebbe 35 giorni di tempo per decidere se l’accordo è stato violato. A quel punto si pronuncerebbe il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, chiamato a decidere se le sanzioni sul nucleare sospese prima dell’accordo debbano invece riapplicarsi. La seconda strada consiste nella introduzione di nuove sanzioni non relative al nucleare e questo non costituirebbe violazione dell’accordo in quanto l’intesa del 2015 disciplina solo la questione atomica. II Congresso potrebbe invece modificare la legge Inara eliminando la necessità di certificazione trimestrale dell’accordo da parte del Presidente, togliendo in questo modo Trump dall’impaccio. L’ultima alternativa consiste nel non fare nulla: così Trump potrebbe affermare di aver tenuto fede all’impegno di comportarsi duramente con l’Iran, ma allo stesso tempo l’intesa sostanzialmente rimarrebbe in piedi.

La stessa Amministrazione Trump è spaccata sulla questione. Se da una parte Trump vuole revocare, dall’altra il Segretario della Difesa James Mattis  ritiene che l’intesa debba invece essere mantenuta. Qual è la ragione di questa divergenza?

La ragione è data dal fatto che mantenere l’accordo è la scelta più razionale che gli Stati Uniti possano fare. E’ un accordo che sta funzionando, come dimostrano gli otto rapporti dell’Aiea, l’Iran sta rispettando i propri obblighi e il rischio di un’escalation nucleare è stato scongiurato perché, nonostante l’implementazione dell’accordo sia ancora in corso, l’Iran sta dimostrando di tenere fede ai propri impegni. Se gli Stati Uniti reintroducessero le sanzioni nucleari sarebbe una decisione assolutamente suicida perché si farebbe deragliare una situazione che sta funzionando e ci si ritroverebbe nella situazione di dodici anni fa, quando iniziarono i negoziati, soltanto per un capriccio del Presidente. Gli altri membri dell’Amministrazione sono pertanto molto determinati a scongiurare questo errore, il segretario alla Difesa James Mattis ha addirittura testimoniato al Congresso affermando come l’accordo rimanga nell’interesse degli nazione statunitense.

Dietro questi ‘capricci‘ di Trump vi possono essere anche gli interessi di lobby militari favorevoli a un aumento delle tensioni con Teheran?

Gli interessi delle lobby militari vengono sempre chiamati in causa quando si parla di Stati Uniti e di guerre, soprattutto in Medioriente. Sicuramente anche in questo caso rivestono un ruolo come dimostra il vasto repertorio di guerre fallimentari condotte dagli Stati Uniti in Medioriente, da ultimo l’intervento in Iraq del 2003 le cui conseguenze continuano ancora oggi. Nella partita vi è certamente un ruolo dei grandi finanziatori di Trump: durante la campagna elettorale l’attuale Presidente ha  promesso che avrebbe stracciato l’accordo e ha ricevuto finanziamenti proprio da persone che volevano tale promessa e quindi in qualche modo adesso Trump deve adempiere. Si tratta di soggetti facenti parte di gruppi militari e industriali che gravitano intorno a Trump e alla sfera politica repubblicana.

Ma oltre agli interessi militari e forse anche più di essi ha contato la posizione di Stati esteri quali Israele. Israele ha avuto un’influenza determinante nella politica di Trump sulla questione perché il premier israeliano Benjamin Netanyahu  è sempre stato ostile nei confronti dell’Iran e nei confronti dell’accordo. Tale accordo è senza dubbio andato anche a favore di Israele perché ha ridotto la minaccia nucleare di Teheran, ma nello stesso tempo ha aperto tutta una serie di possibilità all’Iran, dalla diplomazia economica ai rapporti commerciali che abbiamo visto negli ultimi due anni, e chiaramente Israele non gradisce che Teheran torni ad essere protagonista nella regione. E non si può dimenticare l’Arabia Saudita, avversaria strategica del regime degli ayatollah, con la quale Trump ha dimostrato di voler parlare.

Qual è invece il ruolo dei neoconservatori americani? Ricordiamo che Trump ha rispolverato, nei confronti dell’Iran, la retorica degli Stati canaglia usata a suo tempo dall’ex presidente George W. Bush.

Le frange neoconservatrici della politica americana sicuramente hanno avuto voce in capitolo. Vi è in particolare il Senatore Tom Cotton, considerato un ‘falco’ in materia di Iran, il quale, parlando pochi giorni fa al Council on Foreign Relations, è stato molto duro nei confronti dell’Iran e ha ribadito che Trump dovrebbe decertificare l’accordo e introdurre nuove misure che inibiscano la capacità di Teheran di compiere nuovi test missilistici, di supportare di Assad in Siria e di espandersi in Medioriente. Vi è poi un’altra questione che i ‘falchi’ statunitensi hanno portato alla luce, vale a dire le cosiddette sunset clauses, clausole che introducono delle scadenze per alcune misure prese con l’accordo. L’argomento principale dei ‘falchi’ è il paventato rischio che al superamento delle scadenze il programma nucleare iraniano possa riprendere vigore. In realtà le clausole temporali sono una caratteristica essenziale di tutti gli accordi sugli armamenti perché in tal modo si consente alle parti di verificare, alla scadenza dei termini previsti, il rispetto degli impegni presi. Si pensi, durante la Guerra fredda, all’accordo sul disarmo nucleare denominato SALT I, che è stato successivamente seguito dal SALT II.

Commenti

Condividi.

Sull'autore