lunedì, ottobre 23

Investire in Africa: c’è ancora spazio per gli USA? Come gli Stati Uniti dovrebbero agire in Africa per uscire dall’ombra della Cina: il report di Aubrey Hruby dell’Atlantic Council

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Nell’ultimo decennio, l’Africa è stata terreno di scontro tra Cina e Stati Uniti. L’economia cinese, impennata dagli anni ’80, ha subito compreso le potenzialità del grande continente e delle sue risorse naturali. E’ così che le sue relazioni commerciali con le Nazioni africane sono cresciute proporzionalmente alle prospettive di business sul continente. Il progetto della nuova ‘Via della Seta’ ne è certamente un esempio. Da parte loro, gli USA con l’avvento di Donald Trump si trovano in una posizione completamente diversa e sempre più lontana da quella desiderata. Il Governo americano si è trovato a far fronte all’ormai evidente svantaggio competitivo sul mercato africano. Ma, nonostante sia vero che la presenza cinese in Africa sia cresciuta prepotentemente dal 2001 a questa parte e le cifre relative ai rapporti commerciali parlino chiaro (si è passati dai 10 bilioni ai 220 bilioni di dollari in 14 anni di attività), non è altrettanto vero che la presenza della Cina debba significare la totale assenza di quella americana.

«La primazia della Cina nel mercato africano non preclude automaticamente un ruolo attivo degli Stati Uniti sul continente», afferma Aubrey Hruby, analista dell’Africa Center presso l’Atlantic Council nel suo report ‘Escaping China’s Shadow: Finding America’s Competitive Edge in Africa’. «Gli USA dovrebbero investire nei settori dove hanno un vantaggio competitivo».

Le compagnie americane necessitano di quel qualcosa in più che permetta loro di tornare ad essere competitive sul mercato africano. E come lo stratega militare cinese Sun Tzu osservava, «se conosci il nemico e conosci te stesso, non devi temere le sorti di cento battaglie; in guerra, la via per evitare ciò è forte, è abbattere ciò che è debole». Ma, quindi, da cosa dovrebbero partire gli USA per sconfiggere il loro ‘lato debole’? Dal loro lato forte.

Dovrebbero puntare ad entrare in gioco da una diversa angolazione, ovvero, nelle aree dove possono essere più competitivi e attivi. «Non è difficile da fare; gli interessi commerciali cinesi in Africa, per lungo tempo, si sono concentrati in una manciata di settori, quello delle infrastrutture, dell’industria manifatturiera ed estrattiva». In altre parole, se la Cina ormai gioca quelle stesse carte in quelle solite aree, sarebbe bene puntare altrove. E’ per questo che la giusta strategia politica dovrebbe dare priorità a progetti e collaborazioni che riguardano altro. Come sottolinea la Hruby, sarebbe necessario, ad esempio, supportare le piccole e medie imprese. Ma non solo.

Per anni gli americani hanno seguito la stessa scaletta: nei Paesi emergenti, prima hanno agito le imponenti multinazionali per verificare quale sia la domanda sul mercato, studiarlo e stringere delle relazioni commerciali, poi, una volta che le vendite raggiungono la massa, le stesse multinazionali hanno investito nella produzione locale e nelle catene di assemblaggio per ridurre i costi e guadagnarsi un ruolo sul mercato. Ma ora, il solito schema seguito dagli USA non funziona più. Invece di preoccuparsi dei progetti cinesi in Africa, gli americani dovrebbero concentrarsi su ciò che li rende meno interessanti su quello stesso mercato.

La studiosa sottolinea la necessità di «analizzare le aree di vantaggio e quelle di svantaggio per capire come competere con le controparti cinese, turca, russa ed europea». Da dove partire? Da dove gli USA potrebbero non avere rivali: sulla fornitura di servizi professionali e per le imprese, ad esempio. Le imprese americane sono state le prime ad operare in questo campo. Le compagnie africane stanno crescendo in termini di ricavo e di portata e l’ambiente di mercato in cui si trovano ad operare sta diventando sempre «più sofisticato»: è naturale che tutto ciò attragga gli investitori internazionali. Ed è qui che gli USA possono entrare in gioco, fornendo servizi professionali che supportino la crescita di queste imprese.

Il secondo settore su cui puntare è quello finanziario. Gli USA sono tra i dieci Paesi al centro della finanza globale. Nel 2012 il 68.6% del capitale globale di rischio era americano. La mancanza di capitale è uno dei problemi che affligge il mercato africano; la World Bank nel 2014 ha stimato che solo il 34% degli africani sotto il Sahara oltre l’età di 15 anni ha un conto in banca. Solo il 16% ha dei risparmi e solo il 6% ha accesso a prestiti. Negli ultimi anni, l’avvento della tecnologia ha aperto spazio per i trasferimenti di denaro mobile creando piattaforme per le assicurazioni ed il credito di consumo. Tutto ciò si traduce in significative possibilità di investimento per le aziende americane, possibilità di fornire servizi essenziali per il mondo della finanza ed aiutare gli africani a mantenere i loro dati e i loro risparmi al sicuro.

Altro ramo interessante è quello dell’industria dell’intrattenimento dove gli americani dominano da sempre il mercato globale. «Le industrie cinematografiche in India (‘Bollywood’) e in Nigeria (‘Nollywood’), sono in continua espansione e la musica americana si sente perfino nei villaggi africani più remoti», scrive la Hruby. La presenza americana è altrettanto forte nel settore dei media e dell’informazione. E’ così che gli americani «potrebbero giocare un ruolo nel portare le industrie creative africane al livello più alto in termini di sostenibilità e profitto».

L’analista evidenzia anche l’importanza del settore agricolo; gli Stati Uniti, infatti, nel ventesimo secolo, hanno sviluppato macchinari industriali e sono stati al centro del mondo delle produzioni agricole e dell’industria alimentare. Al contrario, l’agricoltura africana è quasi la più improduttiva al mondo. «Oltre il 70% di tutti gli africani dipendono dall’agricoltura per vivere», scrive la studiosa nel suo report; «molti sono piccoli produttori e producono molti meno prodotti rispetto alle loro controparti negli altri mercati emergenti». Alla luce del fatto che si prevede che nel 2050 il continente necessiterà di più del doppio del cibo di cui già necessita ora, è agevole comprendere come l’industria americana specializzata nell’agricoltura, nelle coltivazioni e nell’irrigazione abbia un enorme potenziale di successo in Africa.

Altro settore è quello dell’energia rinnovabile dove gli Stati Uniti rimangono in una posizione competitiva con i loro prodotti ingegneristici di alta qualità. Secondo il ‘2016 World Energy Outlook’, 600 milioni di africani vivono senza elettricità. L’African Development Bank ha stimato che nel 2030 il continente avrà bisogno di più di 250 giga watt che richiederanno un investimento superiore ai 40 bilioni annui. Anche qui le compagnie americane potrebbero investire e fornire soluzioni in grado di salvare milioni di africani dall’assenza di energia.

La partecipazione a stelle e strisce sul mercato africano sta ancora evolvendo e il rapido cambiamento richiede una continua evoluzione. Nel mercato africano del futuro c’è una crescita del 70% cui è probabile seguirà anche un aumento della competizione sia con la Cina che con gli altri attori interessati ad investire. «La strategia americana dovrebbe, quindi, focalizzarsi sull’esplorazione di aree di vantaggio competitivo per creare lavoro a livello interno e promuovere stabilità e sicurezza nel mercato africano attraverso uno sviluppo di tipo economico», scrive la Hruby. «Vincere nel mercato globale del futuro significherà cedere un po’ del terreno di battaglia a giocatori più adatti a focalizzarsi su parti dell’arena in cui il successo è probabile».

Dare priorità ai settori di successo e sviluppare le relazioni tra USA e Africa per massimizzare i risultati da una parte e dall’altra. Investire dove si ha vantaggio competitivo significa, ad esempio, «investire nei servizi alle imprese, nella finanza e nell’industria agro-alimentare. Inoltre, il Governo statunitense dovrebbe fare di più per incoraggiare le piccole e medie imprese ad investire in Africa, soprattutto attraverso la mobilitazione del Department of Commerce e della Small Business Administration, con maggiori investimenti in istituzioni quali la Export-Import Bank o la Overseas Private Investment Corporation e con seminari che trattino di investimenti Africa-USA anche al di là dalla zona di Washington».

Gli investimenti cospicui della Cina sul territorio africano hanno scoraggiato le compagnie americane a fare la propria mossa ma con i giusti strumenti non tutto è perduto. Concentrarsi sulla lotta per la primazia dell’influenza con la Cina non ha prodotto affatto buoni risultati, anzi. E’ ora di pensare ai propri punti di forza e ad usarli nelle aree dove lo spazio per gli USA è ancora significativo.

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