lunedì, novembre 20

Intelligence privata: le aziende come parte degli interessi vitali nazionali in Italia

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L’intelligence privata italiana, intesa come ricerca informativa ai fini di supportare il processo decisionale del privato, rappresenta un settore particolare del mondo di intelligence. Il suo panorama di sviluppo rientra principalmente nell’etere aziendale. La maggior parte delle grandi aziende italiane, come ha affermato la nostra fonte anonima, C.P., hanno infatti sviluppato al loro interno un settore addetto alla ricerca informativa.

L’intelligence di natura istituzionale comprende varie mansioni e varie discipline, mentre quella privata sembra che al momento si occupi solo di analisi, ovvero di raccolta e analisi di informazioni. La figura dell’analista privato risulta, infatti, ricoprire un ruolo centrale, quasi il fulcro dell’attività di intelligence privata, come ci ha spiegato Gaetano Potenza, responsabile dell’unità di Security Analisi e Business Intelligence di una importante azienda di Oil&Gas.

Il limiti del settore privato in Italia sono dovuti a un quadro normativo antiquato, e una scarsa cultura di intelligence nel nostro Paese. Le iniziative per arginare gli ostacoli appena citati non sono mancate. Quella più efficiente e completa è stata portata avanti, per esempio, dall’attuale Ministro degli Interni, Marco Minniti, il quale ha programmato una ‘road map’ universitaria, recandosi negli atenei per parlare con i rettori, i professori, e soprattutto gli studenti, in modo da iniziare a gettare i semi per una crescita della cultura di intelligence nel nostro Paese.

Tornando all’intelligence privata, il settore in Italia, ad oggi, sembra che si trovi ad uno stadio ‘iniziale’ del suo percorso verso lo sviluppo, mentre in altri Paesi, come ad esempio gli USA o l’Inghilterra, l’intelligence privata è un settore decisamente più affermato.

In termini di interessi e obiettivi, l’intelligence nazionale italiana ha come obiettivo la tutela degli interessi vitali nazionale, mentre quella privata persegue esclusivamente gli interessi dell’azienda, e quindi del privato. Diviene a questo punto necessario analizzare in che modo le aziende si rapportano con gli interessi vitali nazionali. Abbiamo intervistato il Generale Luciano Piacentini, ex-Capo di Stato Maggiore della Brigata Paracadutisti ‘Folgore’, il quale ha prestato la sua opera negli Organismi di Informazione e Sicurezza con incarichi in diverse aree del continente asiatico, per analizzare gli interessi vitali nazionali e capire quale sia la relazione tra questi e l’intelligence nazionale e privata.

 

Ci può spiegare cosa si intende per ‘interessi vitali nazionali’?

Il termine ‘vitali’ è associato agli interessi nazionali per indicare che questi ultimi non negoziabili e possono essere così sintetizzati: integrità territoriale, sicurezza dei cittadini, sia in Italia che all’estero, benessere economico e sociale e infrastrutture critiche.

In particolare, le nostre aziende all’estero – statali, partecipate e private – producono economia e costituiscono uno degli interessi vitali nazionali, cioè il benessere economico. L’economia prodotta dalle grandi aziende italiane all’estero produce economia per il nostro Paese.

Quindi qual è il ruolo del privato in relazione agli interessi nazionali?

L’azienda privata – in particolare all’estero, ma anche in Italia – come abbiamo sopra accennato, comunque fa parte degli interessi vitali nazionali, i quali sono tutelati dall’intelligence nazionale. E gli interessi vitali nazionali sono la faccia di una medaglia, dove l’altra è la difesa nazionale. Voler affidare la difesa nazionale, in parte o completamente, ai privati significa voler privatizzare l’intelligence nazionale stessa, e questo non è possibile perché l’intelligence nazionale è una competenza esclusiva dello Stato. In definitiva, lo Stato è l’unico competente in merito agli interessi vitali nazionali, è il ‘direttore d’orchestra’ in quanto ha una visione olistica di quanto accade, grazie ai suoi rapporti, dentro e fuori il territorio nazionale, e al suo background.

Che differenza c’è con l’estero?

Per coglierne le differenze occorre fare un esempio. Il modus operandi anglosassone prevede l’affidamento di peculiari incarichi statali al settore privato. Prima della morte di Bin Laden, è avvenuto un attentato suicida in un compound statunitense in Afghanistan, nella provincia di Khost – Est dell’Afghanistan ai confini con il Pakistan – nella base operativa statunitense ‘Champan’ nel 2010. Tale attentato ha causato 7 vittime, di cui tre agenti della CIA e 4 contractors statunitensi -quindi privati, probabilmente ex-agenti dei Servizi – impiegati nel settore intelligence dalla CIA. Per altro, nel nostro Paese, non è previsto che i privati possano essere impiegati dall’ intelligence nazionale.

Come si può evitare che l’interesse vitale nazionale ricada nelle mani dei privati?

Come già accennato, privatizzare gli interessi vitali nazionali equivale a privatizzare l’intelligence nazionale, e ciò non è possibile, perché gli interessi vitali nazionali, e quindi l’intelligence nazionale, sono una peculiarità dello Stato. Quanto affermato non esclude l’impiego del privato in termini di collaborazione con l’intelligence nazionale. Tale collaborazione viene espressa, per esempio, nel ‘comprehensive approach ‘– approccio integrato – tra pubblico e privato per quanto riguarda, in particolare, la cyber security. Nel merito, i recenti cyber attacchi accaduti a livello internazionale non hanno fatto una distinzione tra pubblico e privato, e da ciò si rende necessaria una sinergia tra i due settori, al fine di prevenire e contrastare i suddetti attacchi.

Le aziende italiane all’estero, oggi, chi le tutela?

Le varie aziende italiane, pur costituendo uno degli interessi vitali nazionali, non possono essere tutelate dallo Stato, il cui costo sarebbe davvero rilevante. Nel merito, occorrerebbe che ciascuna azienda provveda in proprio. A tale riguardo, le aziende non italiane impiegate all’estero si avvalgono di contractor, figura professionale non riconosciuta in Italia. L’unica azienda italiana all’estero che impiega contractor, in questo caso inglesi, è l’Eni. E ritengo che questo sia il motivo per cui l’Eni stessa sia ancora in Libia, mentre le nostre aziende già presenti in quel Paese, nel corso degli anni – dal 2011, cioè dall’uccisione di Gheddafi- sono andate via tutte. Per altro, gli interessi dell’Eni e quelli della compagnia di contractor impiegati da quest’ultima, non sono convergenti, anzi i due enti si possono ritenere competitor (concorrenti). E quello che io spero è che la figura del contractor venga riconosciuta in Italia, affinché i nostri connazionali possano essere impiegati quali contractor dalle nostre aziende all’estero. L’auspicato impiego di contractor italiani garantirebbe  prioritariamente una miglior tutela dei nostri interessi vitali nazionali e contestualmente comporterebbe l’impiego– subordinata ad un’appropriata formazione – di molti giovani attualmente disoccupati.

Ci sono collaborazioni tra l’intelligence nazionale e quella privata in Italia?

Se ci sia una collaborazione tra intelligence privata e intelligence di natura istituzionale ritengo di no, in quanto si tratta di due ‘enti’ con obiettivi diversi: l’intelligence nazionale tutela gli interessi vitali nazionali, mentre l’inteligence privata tutela i propri interessi.

Quali sono quindi i rispettivi obiettivi e le differenze tra l’intelligence pubblica e quella privata in Italia?

Il punto centrale intorno a cui ruota tutto il mondo dell’intelligence nazionale sono gli interessi vitali nazionali, mentre l’intelligence privata necessariamente persegue gli interessi dell’azienda.

Quali sono secondo lei i margini di miglioramento per trovare una sinergia e una collaborazione tra pubblico e privato?

Le aziende in patria e all’estero rientrano negli interessi vitali nazionali, in quanto concorrono ad ‘alimentare’ e consolidare l’economia del Paese. Questo vuol dire che, pubblico o privato che sia, anche loro rappresentano l’Italia. In merito alla sinergia tra i due, pubblico e privato, ritengo sia fattibile laddove gli interessi di un’azienda e dell’altra siano convergenti e la sinergia sicuramente è volta sia a migliorare l’economia, ma allo stesso concorre a perfezionarla e contestualmente a consolidarla. Tale sinergia in patria e all’estero è volta anche, e soprattutto, a contrastare i competitor, che comunque non mancano mai. In tale contesto, ritengo inoltre opportuno evitare e/o far rientrare in patria le delocalizzazioni delle aziende all’estero, attuate a suo tempo (per esempio, come recentemente ha fatto il Presidente Trump con una fabbrica di automobili in Messico). La delocalizzazione, inoltre, una volta rientrata in patria, creerebbe posti di lavoro agli italiani, vista la carenza di occupazione, e soprattutto non renderemo note il nostro ‘know how’, valore rilevante di quelle aziende che lo hanno poste in essere.

E cosa occorrerebbe fare, secondo lei, a tal proposito?

Quando ci si reca, in particolare, in teatri operativi a rischio, ritengo opportuno evitare che le aziende agiscano singolarmente. A tal riguardo, sembra opportuna la realizzazione di una rete nell’area ai fini della sicurezza anche, in termini di comunicazioni/collegamento – tra aziende pubbliche e private, nonchè tra istituzioni dello Stato ivi presenti (ambasciate, consolati, etc..), unità militari, oppure Organizzazioni non Governative – per raggiungere un’ appropriata integrazione, soprattutto sia in termini di difesa, volta prioritariamente alla sicurezza del personale, e di un’eventuale evacuazione. In conclusione, ritengo che un tale comprehensive approach concorra ad una miglior tutela degli interessi vitali nazionali in teatri a rischio.

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