giovedì, maggio 25
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Insostenibile Europa, come esploderanno sistema bancario e debito pubblico

Il salvataggio delle banche italiane osteggiato dai regolamenti europei?
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La necessaria premessa di questa sintetica riflessione è il ricordo del sistema di collocazione dei titoli del debito pubblico in Prima Repubblica, fino al famigerato divorzio tra Tesoro e Banca D’Italia (1981), che era quasi perfetto, perlomeno sostenibile, certamente dava segno di funzionare e di riuscire fare fronte alle crisi: fino al 1975 la Banca d’Italia aveva la sola facoltà di acquistare titoli di Stato sul mercato primario. Con la convenzione stipulata tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia nel 1975, recepita in una delibera del CICR  del 21 marzo 1975, veniva imposto alla Banca d’Italia l’acquisto di tutti i BOT non collocati nel mercato, al tasso stabilito dal Ministero del Tesoro. L’asta dei BoT del luglio 1981 sancì il cosiddetto divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia, dando inizio a un nuovo regime di politica monetaria. L’attuale stock di debito pubblico si è formato prevalentemente negli anni ’80 del XX secolo in conseguenza della brillante idea del professor Beniamino Andreatta, che il 12 febbraio 1981 scrisse al Governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi una lettera con la quale sanciva il divorzio tra le due istituzioni, in conseguenza del quale lo Stato dovette collocare i titoli del debito pubblico sul mercato finanziario privato a tassi d’interesse sensibilmente più alti, provocando la tragedia dell’impennata della spesa per interessi passivi. In circa un decennio il rapporto debito/PIl passò dal 56,86% del 1980 al 94,65% del 1990, al 105,20% del 1992, fino al disastro odierno. E se come sostiene Joan Robinson «lo scopo di studiare economia non è quello di acquisire un insieme di risposte prestabilite ai quesiti economici, ma di imparare come evitare di essere raggirati dagli economisti» almeno uno dei due attori di questa brutta storia era laureato in lettere, il Governatore Ciampi.

Il divorzio, d’altra parte, fu una logica conseguenza di certi aspetti della Legge Bancaria del 1936, la quale non avendo attribuito alla Banca d’Italia, come non lo fecero le riforme in epoca repubblicana, un potere indipendente di regolazione della stabilità monetaria, non fece di essa il garante del quarto potere democratico dello Stato, quello monetario appunto, che oggi è in mano a un demiurgo oscuro e lontano dai bisogni delle persone, il mercato, finanziario in questo caso.

L’Unione bancaria, uno dei quattro capisaldi della politica finanziaria europea, insieme alle unioni fiscale, economica e politica, poggia a sua volta su tre fondamentali strumenti, la sostituzione della BCE alle banche centrali degli stati membri nella funzione di vigilanza sugli istituti di credito, la normativa BRRD, (Bank Recovery and Resolution Directive), sulla gestione delle crisi bancarie, contenente il famigerato bail-in, e la garanzia unica sui depositi, che in caso di default di una banca ne tutela i correntisti a livello di sistema bancario europeo. Il terzo strumento, in spregio al principio di solidarietà, è ancora bloccato in quanto alcuni paesi del nord Europa, Germania e Olanda in testa, non intendono accollarsi le conseguenze dei possibili fallimenti delle banche dei paesi considerati più fragili, come Italia, Grecia e Portogallo.

A proposito di questo ultimo punto questi paesisolidali’ hanno posto una condizione ostativa per l’attivazione della garanzia unica sui depositi bancari, una limitazione al possesso di titoli di Stato da parte degli istituti di credito, in vero un cavallo di battaglia del famigerato Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble. La pregiudiziale è stata riproposta con decisione nel giugno 2016 dal German Council of Economic Experts, il quale nell’affermare che nel caso di un’altra crisi finanziaria come quella del 2007 in Europa non ci dovranno essere salvataggi degli Stati deboli da parte di quelli forti, ma che a rimetterci dovrebbero essere i possessori del debito pubblico di quello Stato, banche, assicurazioni e privati. Il gruppo di lavoro guidato dal professor Lars Feld ha proposto di introdurre un nuovo tipo di titolo di Stato che contenga la clausola CPC, Creditor Participation Clause, che con una introduzione progressiva di responsabilità da parte dei creditori porterebbe in poco più di una decina di  anni a legare circa l’80% del debito italiano a questa clausola.

Ma venendo al vero cuore della questione occorre ricordare che le banche detengono circa il 30% dei titoli del debito pubblico italiano. Quindi, prima questione, si potrebbe verificare una fuga di massa dai titoli pubblici dello Stato italiano in caso di introduzione della clausola CPC?

Ma la vera bomba non è ancora questa, bensì la proposta di modifica del regolamento sui requisiti patrimoniali CRR, Capital Requirements Regulation, avanzata dalla Commissione Europea, che propone un emendamento all’articolo 507, che consenta all’Autorità bancaria europea di valutare l’impatto quantitativo della rimozione delle eccezioni relative alle grandi esposizioni. Che detto più chiaramente, anche per i non addetti ai lavori, significa che si corre il rischio che i titoli di Stato presenti nei bilanci delle banche non siano più valutati con rischio zero

L’introduzione di questo tipo di clausole, tecnicamente sofisticate, burocraticamente ineccepibili, teoricamente perfette, quanto da perfetti idioti, non solo esporrebbe gli Stati membri al fallimento immediato per l’impennata del debito per interessi (più noto al grande pubblico per un suo aspetto, lo spread), tanto desiderato dai grandi poteri finanziari internazionali, ma esporrebbe a un elevato rischio di fallimento del sistema bancario italiano nel suo complesso.

Oggi infatti le banche possono usare i titoli di Stato, particolarmente i Btp, valutati a rischio zero, per aumentare i propri requisiti patrimoniali, sulla base del requisito Common Equity Tier 1, se questo tipo di titoli non fosse più valutato a rischio zero, che tuttavia rimarrebbe solo per i titoli con rating A che l’Italia ha perso, le banche dovrebbero realizzare aumenti di capitale molto consistenti per rispettare i requisiti sul Cet1 che impone la vigilanza europea, attraverso gli stress test e lo SREP, Supervisory Review and Evaluation Process.

Le banche si troverebbero a dover vendere in breve termine temporale una enorme quantità di titoli del debito pubblico, che oltre a provocare l’aumento dello spread accennato sopra provocherebbe una diminuzione del prezzo dei titoli stessi, che da un punto di vista ‘meramente’ contabile comporterebbe la registrazione di un passivo di bilancio enorme per gli istituti.

Quindi, in sintesi, le banche salvate dallo Stato dai fallimenti generati da una gestione finanziaria che negli anni 90 del XX secolo si chiamava creativa, e che oggi possiamo riconoscere come folle e corsara, per una riforma di un articolo di un regolamento europeo si troverebbero nella condizione di rompere quel patto banche Governo che ha garantito una forma seppure modesta di calmieramento dello spread, rischiando esse stesse ulteriori eclatanti fallimenti bancari, nella migliore delle ipotesi un passaggio al nuovo sistema in una decina di anni.

In tutto questo gli interessi del mercato alla fine saranno garantiti attraverso meccanismi complicatissimi che sempre meno addetti ai lavori potranno comprendere e governare, ma gli interessi dei popoli che vivono in questo simulacro di federazione chiamato Unione Europea chi li tutelerà?

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