venerdì, settembre 22

Indipendenza della Catalogna, motivazioni e scenari futuri Ecco un quadro di cosa potrebbe succedere in caso di secessione catalana, che oggi è stata stoppata dalla Corte Costituzionale

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Con gli ultimi scontri fra Governo centrale di Madrid e rappresentanze politiche locali della Catalogna, è tornata agli onori della cronaca la questione dell’indipendenza della Regione spagnola. La consultazione referendaria a riguardo, riproposta per l’1 ottobre, questa mattina è stata stoppata dalla Corte Costituzionale spagnola che ha ammesso il ricorso del Governo di Madrid  contro la legge sulla scissione, approvata giovedì scorso dal Parlamento catalano. La legge forniva le basi per un nuovo ordinamento giuridico da adottare in caso di vittoria dei separatisti nel referendum sull’indipendenza, previsto per il 1 ottobre. La Corte costituzionale spagnola la scorsa settimana aveva già accolto il ricorso del Governo di Madrid contro il referendum, sospendendone la convocazione.
A seguito della decisione della Consulta, la Procura catalana, per evitare laconsumazione del reatoha ordinato alla Polizia catalana, alla Guardia Civil e alla Polizia nazionale di sequestrare le urne e tutto il materiale che potrebbe essere usato per lo svolgimento del referendum sull’indipendenza del 1 ottobre.
La Corte Costituzionale spagnola ha sospeso anche la legge catalana che definisce un quadro giuridico per uno Stato indipendente.
L’Alta Corte penale spagnola sta discutendo su possibili sanzioni pecuniarie, così come previsto dalla legge 92 sul funzionamento dell’organo, dai 3 ai 30 mila euro per le autorità pubbliche che ancora si muovono verso risoluzioni indipendentiste.

Nonostante queste misure, ancora non si tirano indietro i vari movimenti per l’autonomia catalani, che già nel 2014 erano riusciti a portare i residenti ad esprimersi sul referendum per fare della Catalogna uno Stato sovrano. Domenica in piazza a Barcellona sono scese oltre 1 milione di persone per la manifestazione indipendentista organizzata in occasione della festa nazionale catalana della Diada e in appoggio al referendum del 1° ottobre Nel 2014, così come sta accadendo oggi, la consultazione popolare si fece, ma non ebbe alcun valore giuridico, poiché dichiarata illegittima dal Tribunale costituzionale. L’affluenza fu del 35,9 %, con l’80 % dei votanti che si espressero a favore dell’indipendenza dalla Spagna.

Il nuovo corso sull’indipendenza catalana è tornato in voga per mano del Presidente della Regione spagnola Carles Puigdemont Casamajo, stufo della ‘lunga serie di no’ arrivati dal Governo centrale verso le proposte avanzate dall’Amministrazione catalana e da anni impegnato nel progetto di un’indipendenza catalana più de facto piuttosto che de iure. Già dal 2015, la risicata maggioranza degli indipendentisti nel Parlamento catalano ha aperto uno scontro diplomatico col Governo centrale, dichiarando la propria insubordinazione e promuovendo disegni di legge in visione di una nuova repubblica. Una situazione che ha portato, in conclusione, il Parlamento catalano a ritentare la strada del referendum, come annunciato a giugno di quest’anno da Puigdemont.

Oggi, a tre anni di distanza, tornano le stesse dinamiche che hanno impegnato per diverso tempo l’opinione pubblica spagnola. Nonostante la distanza di vedute che sussiste con Madrid, l’insistenza di parte del Parlamento catalano nel proporre l’indipendenza della Regione ha portato alcuni analisti del Barcelona Center for International Affairs a tracciare un quadro sulle possibilità future di una Catalogna separata dalla Spagna.

La Catalogna ha sempre avuto un forte carattere identitario all’interno della Nazione spagnola, espresso sia a livello culturale che a livello economico e giuridico. Oltre alle differenze linguistiche, è sicuramente l’aspetto economico che ha fatto da traino ai movimenti indipendentisti catalani. La Regione determina un afflusso fiscale allo Stato centrale pari al 19 per cento del totale, mentre beneficia di solo il 14 per cento della spesa pubblica. Come in molti casi europei, in cui interessi regionali spingono per l’autonomia, anche le motivazioni catalane si fondano su una struttura economica forte della propria Regione, che viene in qualche modo frenata dai vincoli che la legano allo Stato centrale.

In visione di una Catalogna autonoma, gli analisti hanno considerato come percorribili due scenari principali. Il primo, in cui la Catalogna si scinde dalla Spagna attraverso un accordo reciproco e condiviso. Il secondo, attraverso una decisione unilaterale. In entrambi i casi, sottolinea lo studio, la Catalogna ne trarrebbe un vantaggio economico, anche se i migliori risultati arriverebbero in caso di un accordo con il Governo centrale.

Questo perché, nonostante la conseguenza di accollarsi parte del debito pubblico spagnolo – circa il 20 per cento, calcolato in base al contributo sul Pil nazionale da parte della Catalogna – la Regione avrebbe un periodo di transizione molto più rapido e più garanzie in ambito di politica monetaria, rapporti con la Comunità Europea e credibilità sulle proprie politiche.

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