martedì, agosto 21

Il valore economico dell’accoglienza. Intolleranza e razzismo sono davvero un buon affare? Siamo proprio sicuri che la mancata integrazione dei tanti Sacko Soumali sia un vantaggio per il Paese?

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Sacko Soumali era originario del Mali, aveva 29 anni ed una figlia e lavorava come bracciante nei campi agricoli dalle parti di Rosarno. Aveva un regolare permesso di soggiorno ed è stato ucciso colpito da un proiettile alla testa mentre recuperava lamiere in una vecchia fabbrica abbandonata.

«A soli venti chilometri c’era un campo profughi che in diverse occasioni era stato oggetto di attacchi razzisti». La baraccopoli dove Sacko Soumali viveva, insieme ad altri duemila braccianti, si stende tra i comuni di San Ferdinando e Rosarno: senza servizi igienici, tra molti rifiuti, senza acqua potabile, in baracche fatiscenti che si alternano a pozzanghere fangose.

«Una notte qualcuno aveva eretto una croce di legno alla quale aveva poi appiccato fuoco. Altre volte, le finestre erano state colpite da pietre e graffiti con insulti chiaramente razzisti erano stati scritti sui muri». Tra il 7 e il 9 gennaio del 2010, dopo che l’ultimo attacco a sfondo razziale condotto da italiani si era concluso con il ferimento di due braccianti africani, a Rosarno, gli scontri tra forze dell’ordine, residenti e migranti si fanno violentissimi.

«La decisione di installare il campo profughi era stata oggetto di furiose proteste da parte degli abitanti dei dintorni. E le polemiche non si erano pacate col passare del tempo». Nel mese di ottobre dello scorso anno, i carabinieri di Gioia Tauro, su richiesta della procura di Palmi, hanno arrestato quattro ragazzi italiani, di cui tre minorenni, con l’accusa di aggressioni «con finalità di discriminazione e odio razziale». I quattro ragazzi italiani, al calar della sera, si armavano di bastoni e alla guida di una Fiat Punto andavano a caccia di neri. Senza mai fermarsi, rallentavano, si accostavano ad un bracciante che ritornava da lavoro in bicicletta e lo colpivano violentemente: quando andava male alle braccia o alle spalle, quando il colpo era ben assestato, alla testa.

I testi virgolettati sono tratti da un libro Henning Mankell, gli altri da cronache italiane di ordinario razzismo. Scritto nel 1991, il romanzo di Mankell è ambientato in Svezia, poco prima che si mettesse in moto il processo delle prime migrazioni seguite al crollo dei Paesi a sistema sovietico che portò il Paese scandinavo a ricevere, in poco più di un anno, più di centoventimila richieste di asilo e più della metà da cittadini della Bosnia Erzegovina. Era un fenomeno, di tali dimensioni, sconosciuto, per certi aspetti imprevisto che toccò non solo i Paesi scandinavi, ma anche la Gran Bretagna ed i Paesi europei confinanti con la ex Cortina di Ferro: la Svezia non chiese aiuto all’Europa per gestire il problema e non chiese all’Italia di accogliere quote di migranti, né aiuto fu chiesto dall’Austria dal cancelliere socialdemocratico Franz Vranitzky, né tantomeno lo fece la Germania che in quegli anni risolse da sola anche il problema dell’integrazione con la parte orientale. Lo fecero e basta.

Certo, potrebbe obiettare un elettore del nuovo governo pentaleghista: «si tratta di popolazioni di cultura e religioni più affini, facile integrare una ragazza lituana o un idraulico polacco». A parte il fatto che in Bosnia quasi la metà della popolazione è musulmana, qualche anno dopo, comunque, la Svezia ha gestito più o meno gli stessi flussi con diversa geografia di provenienza: 162.877 richieste di asilo ricevute nel solo 2015 e provenienti soprattutto da cittadini siriani ed afgani. Sempre il leghista pentastellato di prima potrebbe però obiettare che si tratta solo di richieste e non di reali asili concessi. E’ vero, ma qualche giorno fa l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha pubblicato anche i dati sul numero dei rifugiati nel mondo e nel 2016 erano 16 milioni e mezzo e quelli presenti in Europa poco più di due milioni: in Italia appena 131.000, mentre in Germania mezzo milione e nella piccola Svezia 186.000.

«Ma questi sono solo i numeri riferiti ai rifugiati politici, sono invece i poveri della terra che arrivano in Italia, gli africani sbarcano sulle coste italiane, non vanno certo in gommone nel Golfo di Botnia». Se analizziamo i dati messi a disposizione dalla Swedish Migration Agency , relativi ai permessi accordati (per lavoro ed asilo politico), i numeri rimangono incredibilmente alti e nel solo 2015 i permessi sfiorano i 110.000 e in un Paese con una popolazione di poco inferiore a quella della Lombardia. In Italia, nello stesso anno, i permessi accordati, secondo fonti del Ministero degli Interni, sono stati 230.000, ma distribuiti su una popolazione di 60 milioni di individui.

«Facile parlare ed indicare situazioni eccezionali ed anni particolari», continuerebbe il pentastellato leghista: «bisogna invece analizzare le tendenze nel lungo periodo e solo così si potrà capire pienamente i termini dell’invasione in atto». Secondo i dati Eurostat aggiornati a gennaio 2017, in Italia vi sono 6 milioni di stranieri, sono 14 milioni in Germania, 12 nel Regno Unito, 9 milioni in Francia e poco più di 8 milioni in Spagna. «Si ma questi sono dati assoluti» riprenderebbe sempre più nervoso il nuovo homo italicus pentaleghista, «sono i dati relativi, invece , che fanno emergere le vere contraddizioni e la sempre più ingombrante presenza». Sempre secondo i dati Eurostat, i Paesi europei con la più alta percentuale di stranieri sono il Lussemburgo con il 46%, poi Cipro e l’Austria con circa il 20% e poi subito dopo la Svezia (di nuovo) con il 17%. L’Italia? La percentuale di stranieri sul totale della popolazione non supera il 10% e prima dell’Italia quasi tutti, escluso i Paesi dell’asse di Visegrad: Slovacchia, Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria ed ultimi Bulgaria e Romania. Gli italiani sono invece quelli più presenti all’estero, dopo i rumeni e i polacchi, tra i cittadini UE che risiedono in altri paesi comunitari, al terzo posto vi sono proprio gli italiani (e magari chi sa proprio in Svezia).

Quindi ricapitoliamo, i Paesi del nuovo asse cosiddetto di Visegrad si oppongono e non vogliono accogliere richiedenti asilo ed i Paesi in Europa con la più bassa percentuale di stranieri sono Bulgaria e Romania. Mentre Lussemburgo, Germania, Austria e Svezia sono quelli con la più alta percentuale di stranieri. A questo punto anche al leghista pentastellato comincia ad insinuarsi un dubbio, tra un balenare di scie chimiche e canti a squarciagola inneggiando al Vesuvio: “e se gli immigrati fossero una ricchezza per Paesi ad economia avanzata? E se la buona gestione dei flussi, una dignitosa l’accoglienza ed una efficiente integrazione riverberassero anche vantaggi?” Intanto, nonostante la gran caciara mediatica sulla presunta invasione ai confini italici e l’isolamento nel quale l’Europa avrebbe lasciato Roma, il lavoro di ricollocazione, senza il clamore dei media, sta andando avanti e secondo l’agenzia svedese che si occupa del fenomeno migratorio, 25 paesi hanno ricevuto un totale di 33.702 richiedenti asilo. E quali sono i Paesi che hanno accolto più richiedenti asilo? Germania, Francia e naturalmente Svezia, ma anche Irlanda, Portogallo e Romania hanno fatto la loro parte.

Siamo proprio sicuri quindi che la reazione anche economicamente più conveniente sia una chiusura miope ed una indistinta colpevolizzazione. Le migrazioni, fughe da guerre o ricerca di condizioni economiche dignitose poco importa, non saranno fermate né da governi penta leghisti, né da rigurgiti di fascismo e razzismo. E se l’atteggiamento più utile, oltre che più umano, fosse quello di Emergency che nei pressi di Rosarno ha istallato un poliambulatorio e cura proprio i braccianti colleghi ed amici di Sacko Soumali?

In questo momento, in Italia, non ci possono essere posizioni intermedie: o si è con Emergency e con Soumaly o si è dall’altra parte, dalla parte dei quattro ragazzi che andavano a caccia di neri e non importa se non si era con loro nella Fiat Punto, perché il loro gesto nasce da quello che gli altri non hanno detto ed invece hanno sentito, dalle parole scritte da politici impreparati e poco perspicaci, con una visione angusta e talvolta meschina.

Nel 1991 Henning Mankell scriveva: “L’ostilità verso i profughi aumentava. Spero veramente che … questo atteggiamento buonista e indolente che permette a chiunque, per qualsiasi motivo, di passare il confine svedese, cambierà”. Il governo svedese non ha cambiato atteggiamento, non lo ha fatto dopo la caduta del Muro di Berlino quando i richiedenti asilo furono 121.599 e non lo ha fatto nel 2015 quando i richiedenti asilo furono 162.877 e non lo ha fatto neanche nel 2017 quando ha accettato di accogliere 3.045 richiedenti ricollocati dall’Italia e dalla Grecia. In questo momento, su questo tema, non ci possono essere posizioni intermedie o si è con la Svezia o con l’Ungheria di Orban.

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