sabato, luglio 21

Il vacuum horribilis della politica italiana Proprio nel momento in cui i temi dirompenti sono: la denuncia mondiale delle donne contro gli stupri,  l’aumento della povertà e lo stato di abbandono dei giovani

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Quanto deve essere profonda e pervasiva l’opposizione ai partiti tradizionali se, stando alle percezioni di voto, il movimento 5S rimane saldamente in testa alle preferenze nonostante la crisi nella quale versano i comuni più importanti – Roma e Torino – dal movimento amministrati.

Il tema non va tanto sulla atipicità di quel movimento, in verità molto tradizionale quando deve distribuire i compiti del potere e il modo di farlo e condurlo (e il modo di mantenerlo dei suoi rappresentanti i quali, una volta su qualche scranno, se ne fanno un baffo della loro regola “non più di due mandati” ); il tema  più complicato riguarda la sfiducia degli elettori verso i partiti tradizionali. Qui il malessere mostra come sia sempre più scollata la vita dei partiti dalla vita dei cittadini; qui vediamo come l’autoreferenzialità della politica, che insiste nel proteggere i propri privilegi, non riesca a intercettare la domanda di lealtà e correttezza espressa dalla cosiddetta società civile; qui, infine, si vede come sia anomalo andare alle elezioni per i partiti tradizionali, senza un vero leader per nessuno di essi. Neanche il centro destra, che pure è la coalizione che porterebbe in Parlamento l’esercito più consistente, ne ha davvero uno, visto che Berlusconi non potrà guidare Forza Italia alle urne. Per tacere del PD, il quale, per mano di Renzi,  riuscito a fare entrare il suo partito nella sindrome Tafazzi, che è proprio il colmo per il rottamatore e goliardico suo segretario, ora alle prese col dilemma Boschi: per difenderla, Renzi si era inventato quello sgangherato attacco alla Banca d’Italia, convinto di poter ancora avere un potere che glielo consentiva.

La politica, compresa quella dei grillini,  vive un vacuum horribilis proprio nel momento in cui tre temi sono dirompenti: la denuncia mondiale delle donne contro gli stupri (coraggiosamente aperta da Asia Argento e ignomignosamente attaccata pure da quella trasgender cognitiva di Luxuria);  l’aumento della povertà e lo stato di abbandono dei giovani (per tacere della redistribuzione della ricchezza , della giustizia e dell’equità sociale, tre aspetti che non abbiamo mai visto così squilibrati verso chi possiede mezzi come succede  dalla globalizzazione in poi, soprattutto quella della rete).

Il primo tema rappresenta la fine di un certo modo di concepire e vivere il comando per chi riveste ruoli importanti; il secondo vede l’aumento dei poveri anche per coloro che hanno un reddito, il terzo riguarda la cecità strategica sui giovani in vista del ruolo che, da adulti, ricopriranno.

I tre temi esprimono il ritardo della politica, proprio quando interpretarli sarebbe l’inizio di un nuovo cambiamento sociale, dalla famiglia ai costumi, dalla economia alla cultura. Eppure, i partiti che si contendono la vittoria nel 2018 non riescono a trasformare in programma nessuno di quei tre temi, compresi i cinque stelle.

Che nome dare a questo malessere della politica? Ci si può sbizzarrire e trovarne molti, ma non è un esercizio molto interessante. Quando Trump, per il fatto di ricoprire il ruolo più importante al mondo perché rappresenta il Paese più influente del mondo, elabora un fisco che premia le multinazionali e i più ricchi, quando Trump spara tutte quelle corbellerie su Twitter, diventato il palcoscenico ufficiale della politica, la politica non è più al centro delle decisioni mondiali.

Dobbiamo smettere di vedere nei rappresentanti dei ruoli politici la capacità di influenzare i processi mondiali. La politica è un rotocalco, dove la notizia, meglio se trash, rappresenta l’inizio e la fine del suo ruolo. Altrove le decisioni vengono prese e altrove i grandi disegni passano. I politici sono i notai delle decisioni, ma qualcosa fa pensare che anche questa ultima funzione stia per finire. Infatti, è stato presentato, in Australia,  il primo robot dotato di intelligenza artificiale per occupare la scena politica. Quella intelligenza,  anche negli scenari più raffinati che dicono trattarsi di intelligenza capace di compiere ragionamenti autonomi, deve pur avere avuto all’inizio un programma per attivare le proprie autonomie. E quello che ci metti dentro all’inizio del programma farà la differenza. Ora, siccome quel programma non l’ha costruito il politico ma un equipe di ricercatori ed esperti finanziati da qualche gruppo privato, quel robot farà gli interessi di chi?

Intuitivamente è a tutti chiaro di chi saranno quegli interessi,  ma noi dobbiamo chiederci: la violenza che le donne  hanno denunciato, i poveri che aumentano pur lavorando, i giovani che non sono al centro di nessun vero investimento, che fine faranno? Ma di più : il cittadino può davvero permettersi il lusso di non obbligare i partiti e i movimenti a non reagire contro questa deriva?  Può anche lui, il cittadino, abbracciare le ragioni del robot politico che saranno la ragione della sua fine, come cittadino e come uomo?

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