mercoledì, luglio 18

Il ruolo della Cina nella minaccia nucleare della Corea del Nord Quali sono gli interessi di Pechino che, ancora oggi e nonostante tutto, le impediscono di prendere le distanze da Kim Jong Un

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Dopo più di dieci anni di sanzioni verso la Corea del Nord da parte delle Nazioni Unite, gli Usa si sono resi conto che il vero fulcro su cui puntare è il ruolo che può avere la Cina nella crisi nordcoreana. Donald Trump sta concentrando le proprie difese anti missilistiche negli avamposti americani del Pacifico, dal Giappone fino ai mari di Guam. Tuttavia, la battaglia più dura è quella che si combatte ai tavoli dei negoziati e degli incontri diplomatici, specialmente nel convincere la Cina ad intervenire con forza per fermare la follia di Kim Jong Un.

Se da un lato si potrebbe pensare ad una Cina ben disposta a bloccare una nascente forza nucleare, peraltro situata a pochi passi dai suoi confini nazionali, il percorso è invece molto più complicato, causa una serie di rapporti storici e diplomatici dei vari Paesi coinvolti, e, in particolar modo, gli interessi di tipo economico-commerciale.

In questo lungo stallo che va avanti dal 2006, anno delle prime sanzioni comminate a Pyongyang per il suo programma di armamento nucleare, la Cina ha tenuto un comportamento ambivalente, appoggiando pubblicamente i provvedimenti imposti, senza tuttavia mai compromettere veramente i suoi rapporti con la Corea. La Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1718 del 2006 è stato tuttavia il primo segno di un atteggiamento più duro della Cina verso i vicini alleati, e la ratifica delle sanzioni successive non ha fatto altro che confermare questo piccolo, ma significativo cambio di rotta.

Bisogna tuttavia specificare che, a conferma di un atteggiamento solitamente ambiguo, la Cina ha sì messo la sua firma su alcune delle risoluzioni imposte dalle Nazioni Unite, tuttavia ha spesso trovato degli escamotage per rendere le stesse sanzioni meno severe e, in qualche modo, andare incontro al suo alleato nordcoreano. La citata risoluzione 1718 è stata sottoscritta dalla Cina solo dopo alcune revisioni, ad esempio, quelle che rimuovevano i requisiti per l’attuazione delle sanzioni economiche dai beni non di lusso.

Il rapporto tra Cina e Corea del Nord è quello che diversi analisti hanno descritto come quello tra un fratello maggiore ed un fratello minore. Una relazione diplomatica iniziata con la suddivisione del Paese asiatico nel 1950 e con il sostegno al regime comunista instaurato nella parte nord del Paese. Storicamente, quindi, il gigante cinese è sempre stato più affine a Pyongyang piuttosto che a Washington, e la situazione odierna non ha fatto altro che mettere in forte imbarazzo la Cina sul panorama internazionale.

Questo ha portato Pechino, in diverse occasioni, a intervenire contro altre imposizioni delle Nazioni Unite verso la Corea. Come avvenne nel 2014 e 2015, anni in cui la Cina contestò un rapporto Onu sulle violazioni dei diritti umani che avvenivano in Nord Corea e cercò di bloccare una seduta del Consiglio di Sicurezza volta ad indagare sull’abuso di diritti umani nel Paese.

Una sorta di tutela, neanche troppo tacita, che la Cina ha sempre garantito ai vicini nordcoreani, salvo per alcune eccezioni in cui si puntava il dito sull’escalation nucleare, alla cui Cina non ha potuto sottrarsi. Ma non è certo un’affinità culturale e geografica che ha fatto perdurare i buoni rapporti fra le due Nazioni.

La Cina è strettamente legata a Pyongyang da un punto di vista economico, e ancor più vero è il contrario. La bilancia commerciale nordcoreana conta per il 90 per cento sugli scambi con la Cina, con un rapporto che ha visto decuplicare il proprio valore in appena quindici anni, dal 2000 al 2015. Nel 2014, il valore del commercio bilaterale fra i due Paesi ha raggiunto i 6.86 miliardi di dollari, con la Cina che provvede quasi nella totalità al fabbisogno energetico e alimentare nordcoreano, mentre importa minerali, pesce e indumenti. Ecco perché è la Cina che, oggi, rappresenta la vera leva in grado di influenzare le decisioni di Pyongyang, e, nel caso, chiudere i rubinetti dei rifornimenti. Ma non è questa l’intenzione che ha manifestato, nei fatti, la Cina.

In questo quadro economico-politico, infatti, in molti hanno evidenziato un evidente conflitto di interessi nel rapporto Cina – Corea del Nord. Benché l’inizio del programma nucleare in Corea si deve più all’influenza di altri Paesi, come Russia e Pakistan, che, negli anni successivi alla Guerra di Corea, portarono materiale e competenze in campo atomico nel Paese, è oggi il partner commerciale per eccellenza, la Cina, a rifornire Pyongyang di quello di cui ha bisogno. Come spiegava tempo fa Mark Hibbs, analista del C.E.I.P. – Carnegie Endowment for International Peace – ed esperto nello sviluppo di armamenti nucleari, la Cina rifornisce i suoi alleati nordcoreani con diversi tipi di materiale che, in primis, non vengono tracciati causa la mancanza di documentazione di questi scambi. Inoltre, si tratta di materiali multiuso, come soluzioni chimiche, metalli e prodotti finiti di natura ambivalente, che possono trovare degna sistemazione sia su una bicicletta, sia come parte di un armamento nucleare. Elementi, quindi, difficilmente attribuibili a destinazioni di tipo bellico e, perciò, difficili da vietare.

In una dichiarazione rilasciata a Global News, Andrea Berger, ricercatore al James Martin Center for Nonproliferation Studies, ha messo in luce il meccanismo attraverso cui la Corea del Nord si riesce a procurare materiale per i suoi scopi nucleari. Per la maggior parte dei casi, questo materiale viene da aziende cinesi, fondate da emissari del regime nordcoreano proprio per questo scopo. Queste aziende acquistano tecnologie e materiali da produttori occidentali, come Canada e Gran Bretagna, i quali non possono sapere chi si cela dietro queste compagnie, per poi trasportarlo in Corea del Nord.

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