sabato, ottobre 21

Il processo di Elena

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Parte II – Tutti pazzi per Elena

Tempo era passato. Non tantissimo, ma nulla v’è di più soggettivo del tempo stesso. Si dice “Quest’anno è volato”. Si dice tutti gli anni, alla fine dell’anno. Ma come sono gli anni lenti, che non passano mai? Perché nessuno li ha mai davvero vissuti. E’ piccolo e prezioso, il tempo, quanto di più prezioso esista, ché quando è finito, tutto è finito. Forse.

Elena era ormai divenuta per l’Italia e l’Europa, ma della vicenda si cominciavano ad avere riscontri anche dalle Americhe, l’eroina che aveva schiaffeggiato con la visione del proprio seno ’offerto al nemico’ l’infame Filiberto Calfàro, Sovrintendente di Polizia. Che nella fatidica mattina del dieci luglio millenovecentododici aveva violentemente ripreso la governante che sulla spiaggia di Cervia allattava il proprio figlioletto. L’ ‘Arrestate piuttosto le mie’ di Elena, sinteticamente divenuto nel passaggio di bocca in bocca ‘Arrestate le mie’, era ormai assurto ad emblema di un’epoca. Una donna si era ribellata, in nome della libertà e dei diritti. Del diritto. E ‘liberale, libertina, libertaria’ la definivano le cronache, con enfasi che coglieva però il punto. Grazie a lei l’Italia intera era vista come tale. Pur ben poco, purtroppo, essendola.  

Ma ora si avvicinava il redde rationem. A metà Settembre, ché allora la Giustizia aveva quantomeno tempi accettabili, presso il Tribunale di Ravenna era fissato il Processo per il fatto. Meglio: per il Fatto.        

***

 

E fu il diciotto Settembre. Un mercoledì. Ravenna era radiosa di sole, mentre a Cesena, come informavano quanti ne provenivano, pioveva come tutti i mercoledì. Il Tribunale era da giorni circondato ed occupato da curiosi che attendevano l’avvenimento, ed in esso la visione, l’apparizione. Di Elena. Presidente della Corte era Fulgenzio Demagi, un napoletano ultrasettantenne ben noto per la propria misoginia. E, si diceva, la scelta non era stata affatto casuale. Nonostante la protezione regale assicuratele da Sua Maestà in persona, torbidi giochi si compivano attorno a quell’evento, giochi di potere e di morale, giochi di libidine e di solitudine. Che quando s’incontrano generano mostri, puntando a fare nella fattispecie dell’eroica donna vittima sacrificale. A latere stava Sacripante Cuordossi, trentino siciliano dall’incerta collocazione, almeno per gli autoctoni, appena trasferito in zona dal Tribunale di Montelusa. A comporre il collegio v’era infine Vincenzo Vitellone, un romano sessantenne assegnato a Rimini, dimostrazione vivente che non sempre il ‘nomen’ (in questo caso ‘cognomen’) è anche ‘omen’. Piccolo, grasso, spiritoso, traffichino ma con prudenza, era comunque un magistrato fondamentalmente equo. Ed anche allora per la Giustizia era rara, per quanto piacevole, eccezione. Cancelliere Temistocle Serventi, un omino piccolo, magro e perennemente affamato, quasi totalmente privo dei denti anteriori causa mancanza di denaro per rifarseli, visto che minuscolo e bruttarello com’era aveva comunque decisivamente contribuito a far scodellare quattordici ragazzini, che doveva pur mantenere. Nove dalla moglie (tra cui due gemelle), gli altri sei da cupide compaesane di Molfetta, che avevano sorvolato sul suo aspetto esteriore, apprezzandone assai le doti nascoste.

A questo plotone d’esecuzione Elena era pronta ad offrire il petto. Giusto per restare in tema. Ché era proprio voce comune che l’esito del Processo fosse scontato, la condanna per lei già scritta, così che la morale sua, e delle donne in generale, venisse ricostituita. Ma come si era permessa quella figlia di un discusso mercante di cavalli, nobilitatasi per matrimonio, di mettere in discussione le fondamenta dell’ordinato vivere sociale. Dell’Ordine stesso. E, Dio mio, se tale comportamento avesse preso piede…

La ressa generale era con difficoltà tenuta a bada dai Regi Carabinieri, tra cui per un attimo ad Elena parve di scorgere il caro volto di Antimo. Ma il Presidente Demagi riusciva con la propria esperienza ed  autorevolezza, ancor più con il timore che incuteva, a governarla. La Pubblica Accusa squadernava le sue pubbliche accuse, i Testimoni testimoniavano, le Parti parteggiavano, l’infame Calfàro schiumava rabbia e frustrazione, riversando la propria piccolezza su Elena. Il cui Avvocato era Andrea Falzetta, detto ‘mezza Falzetta’, un ex ‘mozzo da culo’ passato da mare a terra finendo al servizio del padre cavallaro d’Elena che ne aveva imposto la presenza. Un ridicolo trombone che ripeteva in maniera ossessiva “indubitabilmente”, “cordialmente”, “periclitantemente”, ed ogni parola che finisse in mente gli venisse in mente. Infilandola in qualunque frase ed argomentazione, in cui generalmente funzionava quanto un paté di aglio e cioccolata. Elena fremeva, ma signorilmente riusciva a trattenersi, bella e compunta in abito verde scuro accollato. Ma quando l’insopportabile Falzetta infilò l’ennesima castroneria suscitando l’ilarità del pubblico e la disapprovazione della Corte, resasi conto che la misura era colma, alzò educatamente le dita. Benché la procedura fosse insolita, le venne chiesto cosa volesse. “Testimoniare”. “Non ora” replicò il Presidente, “a tempio e luogo”. “Mi permetto di insistere, forse il tempo e luogo giusto è proprio questo”. Gli austeri magistrati la guardarono, si guardarono, si consultarono con gli occhi, la guardarono nuovamente. Infine, vinti, assentirono. “E’ totalmente inusuale, ma accogliamo la richiesta per questa volta, pur senza costituire precedente”..

E fu così che Frine stessa prese la parola perorando direttamente la propria causa dinnanzi alle bocche vogliose di giudici e astanti. “Grazie, Signori della Corte. E grazie a tutti voi che a diverso titolo vi trovate in questa sacra Aula di Giustizia. Vorrei che una persona, una persona sola, mi capisse. E desidererei che oggi quella persona fosse ciascuno di voi, preso ad uno ad uno Ché a ciascuno di voi, direttamente e personalmente, mi rivolgo. Sarò breve, ché la verità parla sola, nuda verità come si dice. Ed io mi sono denudata il petto per difendere una donna aggredita, e in lei chiunque, ed ovunque si trovi, sia sottoposto ad ingiustizia ed arroganza. Arroganza che è già massima punizione per i poveretti che ne sono afflitti, ma non per questo si può tollerare che si continui a farne uso ed abuso sugli altri. Liberale, libertina, libertaria mi hanno definito. Grazie, ma è troppo, troppo per una donna, e si spera ben presto madre, che ha voluto solo essere all’altezza della virtù. ‘Frine’, sono stata spregiativamente chiamata, l’appellativo con cui veniva comunemente ricordata Mnesarete, figlia di Epicle, anche lei sottoposta ad analogo processo. Ma mi permetto di ricordarvi che ‘Frine’ sta proprio per ‘colei che fa ricordare la virtù’. Ecco, nel mio piccolo ho voluto difendere e riaffermare la virtù. Se è colpa, di questa colpa, e di questa sola colpa, sono colpevole”.

Ciò detto aprì nuovamente con un sol colpo il corpetto, e si scatenò il delirio, tra gioia e risate. Lo sdentato cominciò ad applaudire entusiasta, prima ripreso poi imitato dai Giudici, mentre volavano cappelli e reggiseni, inaugurando una moda che si sarebbe trasferita nei concerti e negli stadi. I Giudici assolsero ipso facto, con procedura straordinaria “per palmare evidenza”. Dimostrando d’esser sì amici di Platone, ma ancor più di verità e giustizia. Non vi furono appelli, e così la vicenda giudiziaria per quel che riguardava Elena Bardotti Bugli era da ritenersi definitivamente conclusa. Non così per l’infame Calfàro, trasferito nella sarda Barbagia, che prima scomparve, poi, tre giorni dopo, venne ritrovato spanzato. E a Quartu Sant’Elena, semmai qualcuno avesse avuto bisogno di ulteriori spiegazioni. Spuntava dall’addome un’affilatissima resolza dal manico in corallo, evidentemente servita alla bisogna e lasciata piantata nelle viscere a far da cromaticamente seducente pendant.

La fama d’Elena, la fame d’Elena, da già grande che era divenne universale, ed ancor oggi esistono pure oggetti di uso comune a lei ispirati, come il ‘Divano ondulato’ e l’’Ariostera mantovana’. Balze dell’Appennino tosco-romagnolo vennero modellate a mo’ di suo seno, a colpi di piccone e brillar di esplosivo. Ma lei, schiva, non partecipò, e non insufflò, il delirio collettivo. Paga di essere tornata ad essere Elena. Soltanto Elena.

6 – Continua

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