domenica, settembre 23

Il Papa e la Comunità cristiana ancor più sola in Myanmar e Bangladesh Dopo aver pronunciato la parola Rohingya ora i cristiani temono ritorsioni, soprattutto in Myanmar

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La visita di Papa Francesco in Myanmar e Bangladesh è nata in piena consapevolezza dei grandi problemi cui si andava incontro soprattutto sul tema della minoranza Rohingya, un tema spinoso in Myanmar dove quella etnia non è riconosciuta tra le altre 135 minoranze ufficiali del Paese ed in Bangladesh, stressato oltremodo poiché afferma di non essere in grado di ospitare una intera comunità in fuga dalla violenta repressione militare in atto.

Durante la permanenza in Myanmar, Papa Francesco, pur incontrando il Ministro degli Esteri e Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, durante i meeting ufficiali con il Presidente e l’intero vertice militare e politico dell’ex Birmania, ha mantenuto un linguaggio paludato e non ha mai usato parole che potessero offendere la particolare sensibilità birmana sul tema dei Rohingya che sono vissuti come un corpo estraneo al Paese. Dal Myanmar, oltretutto, erano partiti messaggi caustici da parte del mondo della diplomazia e dei vertici religiosi del Paese che avevano anzitempo messo in guardia la Diplomazia vaticana dall’intervenire sull’argomento, poiché – si era affermato – si tratta di una questione complessa e sul quale il Myanmar ha sempre accolto con ostilità i pareri delle organizzazioni non governative internazionali e persino dell’ONU, quando – a proposito dei Rohingya – si è fatto cenno ad una vera e propria emergenza umanitaria dettata da una ‘pulizia etnica’ in atto. Il Myanmar ha sempre rigettato tutte le accuse, ha chiarito che a proprio modo di vedere i Rohingya non hanno diritto alla cittadinanza perché sono vissuti come etnia estranea – tutt’al più pertinente il vicino Bangladesh – e che piuttosto è in atto una offensiva terroristica da parte di frange paramilitari Rohingya che hanno causato perdite nelle file dell’Esercito regolare birmano.

Sul terreno, al di là dei muri di parole, finora restano 104 miliziani morti, 12 militari uccisi, 4.00 sfollati e 3.000 Rohingya respinti dal Bangladesh. Sono le cifre di una ecatombe. Il Papa ha fatto riferimento chiaramente alla comunità Rohingya ed ai loro rifugiati usando la loro definizione per la prima volta nell’intero tour asiatico proprio dopo che l’Arcivescovato di Yangon lo aveva messo in guardia dall’usare per la prima volta quel termine in Myanmar perché avrebbe potuto infiammare le tensioni e mettere a rischio la Comunità cristiana in terra birmana. Anche questa scelta – ovvero quella di non pronunciare la definizione «Rohingya» ufficialmente in Myanmar – è stata fortemente criticata da parte degli attivisti e dei rifugiati che attendevano tali pronunciamenti già in terra birmana.

La Chiesa birmana, anch’essa fortemente minoritaria in una Nazione a stragrande maggioranza buddhista, ha espresso tutta la propria gioia per la visita del Santo Padre in Myanmar. Ma, dopo l’Angelus del giorno 27 agosto e soprattutto dopo il chiaro e manifesto appello di Papa Francesco pronunciandosi senza più paludamenti a favore dei Rohingya (parola usata in modo ufficiale ed espressa durante la parte della visita apostolica e diplomatica di Papa Francesco in Bangladesh), si è ritrovata isolata nella propria terra e soprattutto in una posizione di ancor maggiore complessità e pericolosità.

Oggi la comunità cristiana in Myanmar teme che vi possano essere ritorsioni di varia natura nei propri confronti da parte della maggioranza buddhista del Paese e persino dell’Esercito e delle Istituzioni governative nazionali.

Il punto di svolta lo si è avuto il Primo Dicembre, in Bangladesh quando il Papa ha incontrato la folta rappresentanza dei Rohingya nel corso di un incontro pieno di emozioni e tristezze condivise. E’ noto che Papa Francesco è da sempre il paladino delle minoranze ma soprattutto dei rifugiati: i Rohingya sono entrambe le cose. Come già pianificato, nel corso di una visita in ospedale nelle cure delle suore di Madre Teresa di Calcutta nella capitale Dhaka, il giorno finale della visita pastorale di Papa Francesco in Asia. In Bangladesh ha parlato di «fratelli e sorelle» Rohingya, in Myanmar si era limitato ad affermare circa la necessità di superare ogni «pregiudizio ed odio». Il Papa è apparso particolarmente scosso durante il racconto di una ragazzina Rohingya 12enne la quale ha raccontato come abbia perso l’intera famiglia durante un attacco militare dell’Esercito regolare birmano contro il villaggio dove viveva.

«La vostra tragedia è dura, molto grande, ma ha un posto nel nostro cuore». Ed ha anche aggiunto: «A nome di tutti coloro che vi hanno perseguitato e che vi hanno ferito, a fronte dell’indifferenza di tutto il Mondo, io vi chiedo il vostro perdono». Secondo gli analisti che hanno seguito l’intero viaggio papale in terra asiatica, la visita del Santo Padre e le sue espressioni a favore dei Rohingya hanno certamente destato l’interesse mondiale ravvivandolo ma allo stesso tempo, senza risolvere la situazione, ha messo anche in difficoltà ulteriore la comunità cristiana a cavallo dei due Paesi visitati.

Myanmar e Bangladesh, sulla questione dei Rohingya hanno firmato uno specifico accordo affinché si consenta un re-impatrio (se così si può dire visto che ai Rohingya non è riconosciuta cittadinanza alcuna in Myanmar) regolamentato e pacifico dei Rohingya sul suolo birmano ma gli attivisti che operano nel campo della difesa dei Diritti Umani affermano che vi è grande preoccupazione sul loro accoglimento nei campi profughi che sono parecchio distanti dalle case che hanno dovuto abbandonare, case che spesso sono state totalmente distrutte dalla violenza dei militari birmani.

«Mi fa piacere che il Papa abbia usato la parola Rohingya, ciò ci incoraggia», ha affermato Tun Khin, capo della Burmese Rohingya Association UK durante una intervista del ‘Telegraph‘, «ma è triste che il dibattito si riduca solo nel discutere su chi abbia pronunciato quella parola oppure no. Il vero punto della questione è che i Rohingya stanno affrontando un vero e proprio genocidio nella ex Birmania e la questione dovrebbe puntare su cosa la comunità internazionale possa fare per fermare tutto questo».

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