mercoledì, settembre 19

Il Myanmar, lo sviluppo lento e gli investitori stranieri titubanti Gli investitori stranieri temono nuove sanzioni economiche internazionali causate dalla persecuzione della minoranza Rohingya

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La questione Rohingya e la legislazione riguardante gli investimenti stranieri in territorio birmano vetusta e non ancora riformata rallentano i piani di investimento. Soprattutto il mancato raggiungimento degli standard produttivi occidentali, prima ancora che mondiali, lasciano i potenziali investitori stranieri alquanto titubanti.

Il Myanmar, dopo il suo ingresso ufficiale nel consesso libero e democratico riconosciuto a livello mondiale, è stato quasi immediatamente accettato come un Paese a forte spinta innovatrice in termini di crescita sociale ma soprattutto economica. A fronte del desiderio di crescita diffuso nel Paese e dopo la iniziale ondata di entusiasmo che ha portato tanta imprenditoria internazionale –soprattutto occidentale- a investire nel Paese asiatico, sul terreno però c’è da rilevare una risposta a tratti disillusoria, sebbene non manchino certo i successi economici recentemente conseguiti dal Myanmar.
Uno studio pubblicato pochi giorni fa riguardante lo stato delle cose nell’Economia birmana mostra un quadro chiaro e nitido circa i numerosi pesi che si incontrano e che si constatano lungo il cammino dello sviluppo della Nazione.

Marchi ancor oggi a conduzione familiare, una certa mancanza di trasparenza e reti economico-finanziarie caratterizzate da metodi alquanto oscuri collegati alle strutture derivanti dal vecchio regime militare che ha tenuto a lungo stretto in una morta l’intero Paese continuano –secondo lo studio- ancor oggi a dipingere il Myanmar come un territorio dove condurre attività imprenditoriali nella cornice di una “super sfida”. L’economia birmana permane tutt’ora sotto il dominio di strutture economiche e produttive derivanti dalla Giunta militare ed ancor oggi vige il comando delle leve del potere economico nelle mani di poche famiglie elitarie che seguono un capitalismo familistico di vecchio stampo, chiuso e retrivo. Tutto questo –afferma in sintesi lo studio reso noto recentemente, il 26 Marzo scorso- è retaggio chiaro dei 50 anni di regime militare che s’è concluso nel 2011.

Alcune imprese stanno però strenuamente tentando di riformare il pensiero economico e produttivo nazionale e cercano di avviare un processo di rinnovamento nella stessa cultura della produzione e del fare impresa in Myanmar, come illustrano i contenuti della ricerca intitolata “Pwint Thit Sa” (“Fioritura”). Non appena il Myanmar ha ri-aperto i propri confini al Mondo (dopo la fine delle sanzioni poste da una buona parte della Comunità internazionale, un discreto numero di imprese straniere si sono affacciate alla nuova frontiera del mercato globale, anche sull’onda di un evidente e vivido ottimismo ed alte aspettative. Aspettative che sono state spesso disilluse nel momento in cui il Myanmar non è stato capace di elevarsi agli standard produttivi internazionali producendo una legislazione ad hoc che recepisse i livelli qualitativi diventati ormai misure standard nel commercio internazionale, tutto questo ha creato ben più di qualche delusione, in special modo nelle imprese occidentali.

Lo studio analitico “Pwint Thit Sa” , ritenuto il più ambizioso nel suo genere, ha inserito in una lista sottoposta a studio e comparazione, ben 182 imprese-campione a carattere pubblico e privato, suddividendole per 74 differenti categorie e criteri di analisi: a tutte sono state poste le stesse liste di items, in particolar modo ci si è concentrati sulle pratiche etiche e sui metodi adottati, sia che si trattasse di imprese dotate già di un proprio sito web sia in assenza di questo elemento.
Gli stessi autori dello studio riconoscono che sono numerose le aziende leader globali che operano in territorio birmano ma –in ogni caso- si è ancor oggi parecchio lontani dagli standard di produzione raggiunti –ad esempio- nei Paesi competitor dell’area quali Thailandia, Malaysia o Singapore. Da una parte vi è il gap temporale: le imprese –sia occidentali sia di altri contesti planetari- che hanno investito recentemente propri capitali in Myanmar hanno potuto cominciare a farlo solo dopo la reintroduzione della Democrazia, le libere elezioni, la caduta delle sanzioni economiche internazionali, pesanti se non asfissianti e che hanno spinto a grandi passi la giunta militare birmana ad adattarsi ai desiderata mondiali e del Mondo libero. Accanto a questa considerazione di tipo “storico”, potremmo dire, c’è comunque da constatare un gap negli standard produttivi che risulta ancor oggi deludente agli occhi dell’imprenditoria e dell’Economia globale.

Tanto per fare un paragone, First Myanmar Investment del tycoon Serge Pun è oggi al primo posto nello studio comparativo “Pwint Thit Sa” con un 91 per cento mentre Htoo Group di Tay Za (che ha interessi tra altri settori nel campo dei servizi bancari, costruzioni e industrie aeronautiche) si attesta al solo 5 per cento. Nello studio si annota anche che «una certa reputazione per l’anacronismo e la corruzione persevera ancor oggi ad imperversare in Myanmar» con alcuni settori come l’estrazione di giada e l’industria mineraria messe in condizioni ben peggiori che in altri settori produttivi. «Il Governo attuale ha riportato in auge la pratica delle precedenti gestioni amministrative militari per le quali si incoraggiavano i tycoon a donare al Governo fondi per alcune cause come la “Pace» e più recentemente per lo Stato settentrionale del ‘Rakhine, si aggiunge nello stesso report. La crisi del Rakhine che ha visto circa 700.000 Rohingya di estrazione musulmana forzati a lasciare le proprie terre in quella che le stesse Nazioni Unite hanno definito pulizia etnica ha contribuito a creare l’immagine della Nazione birmana in Occidente sempre più potenzialmente meritevole di subire nuovamente pesanti sanzioni internazionali. E non si tratta di temi alieni rispetto alle valutazioni che le Nazioni fanno al momento di decidere se investire o meno in Myanmar, la questione della reputazione è di vitale importanza: il rischio di eventuali sanzioni internazionali potrebbe vanificare in un attimo anche grandi cifre investite in territorio birmano in rapido tempo.

Una nuova Legge Societaria che dovrebbe prendere avvio in Agosto potrebbe finalmente riavviare lo scenario imprenditoriale rimpiazzando l’Atto Birmano sulle Società del 1914 e consentire alle società straniere di acquisire fino al 35 per cento di quote azionarie all’interno di società birmane.

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