Politica News

Libano

Il muro che è la sintesi delle debolezze libanesi

Eretti 200 metri di cemento attorno al campo profughi palestinese di Ain Al Hilweh

15322456_10207911928092251_520530057_o
Advertising

Non è politica, non è controllo, non è sicurezza e neanche psicologia, il muro che l’esercito libanese sta erigendo intorno al campo profughi palestinese di Ain Al Hilweh è la somma di tutti questi addendi. L’operazione è iniziata una decina di giorni fa, il primo step ha eretto 200 metri di cemento alternati a torrette nella parte Sud del campo palestinese più grande del Libano.

 

Due scatti dalle colline di Sidone, il nostro accompagnatore è un volontario di una Ong italiana: “Da quella costruzione blu alle serre intorno all’autostrada, Ain Al Hilweh raggiunge poco più di un chilometro quadrato di estensione, la popolazione all’interno varia secondo le stime tra le 90mila e le 120mila unità”. Entriamo dopo aver superato i vari checkpoint dell’esercito, “Qua siamo nella zona che fa riferimento agli uomini del Daesh, poco più avanti c’è Al Nusra”, le famose bandiere nere dell’Isis sventolano, segnando il confine e l’area di influenza. Ain Al Hilweh è una scatoletta di sardine suddivisa per gruppi di influenza. C’è l’Is, c’è Al Nusra, c’è Hamas, c’è Fatah e c’è Fatah Al Islam, nel chilometro quadrato di costruzioni e cavi elettrici scoperti, la quantità di movimenti politici e islamisti è enorme. Le frizioni e i contrasti sono inevitabili.

 

La questione muro è lo sfogo di un male endemico, cronico. Sidone non è Gerusalemme, Ain Al Hilweh non è Ramallah, il paragone con il muro eretto dagli israeliani si limita al contesto psicologico, nella capitale dei campi profughi palestinesi in Libano, 4 metri di cemento hanno un retropalco di analisi più ampia. In un contesto dove ogni cento metri cambia il clan di riferimento, ogni voce ha una sua tesi e ogni persona una verità, è la stessa struttura del campo a tenderci una mano per semplificare i rapporti di forza interni ed esterni. Dentro c una forza di sicurezza palestinese composta da vari gruppi e movimenti è adibita a cuscinetto tra la variopinta conformazione sociale interna e l’esercito libanese all’esterno del campo. Il lavoro di questo esercito irregolare è arginare le tensioni tra i movimenti islamisti, ma non solo, che compongono la società della “città stato” e i militari regolari libanesi. Un ago della bilancia che è sintesi di un precario rapporto di forza tra vettori opposti. “Hanno ragione a edificare il muro, è anche colpa nostra, non siamo stati abbastanza bravi nel nostro lavoro”, seduto su una sedia di plastica, il leader della Military Security Force interna al campo, Abu Mustafa, compie opera di autocritica nell’analizzare le ragioni della costruzione della barriera, “la nostra funzione di cuscinetto si è indebolita e la garanzia di una forza capace di arginare le tensioni è venuta meno”.

 

Ain Al Hilweh fa paura, il muro è quindi un segnale. Il campo profughi palestinesi di Sidone è una zona franca, una Svizzera in pieno territorio libanese, dentro tre generazioni di palestinesi marciscono nell’indifferenza sociale del resto del mondo. Camicia verde e Winchester blu, Abu Mustafa non si ferma però ad una sola analisi, ce le illustra tutte, “I libanesi in questo modo stanno cercando anche di delimitare in modo netto il campo, l’espansione demografica è accompagnata da una crescita edilizia”. Le case in costruzione si affacciano sull’opera dell’esercito. Il numero di abitanti di Ain Al Hilweh cresce, la guerra in Siria ha portato nuovi residenti e i prezzi delle abitazioni aumentano, facendo la fortuna di chi specula all’interno del campo. L’affitto di uno spazioso appartamento, prima della guerra in Siria, costava intorno ai 100 dollari al mese, ora con la crisi siriana il prezzo ha toccato quota 400/500 dollari, in linea con le valutazioni di Beirut: l’esigenza di espandersi è spazio vitale. “Sono successi numerosi casi di attacchi dai tetti del campo di Ain Al Hilweh ai convogli Unifil che percorrono l’autostrada che da Tiro va verso Beirut”, ancora Mustafa, mentre accende un’altra sigaretta, “il muro potrebbe avere ragion d’essere anche come opera di contenimento e controllo”. Nello spazio antistante alla barriera di cemento gli interlocutori aumentano, “Manca completamente la privacy, dalle torrette è possibile vedere all’interno delle abitazioni”, aggiunge un altro palestinese. La questione intimità personale cade nel vuoto, c’è vento di politica nel dibattito e i ricordi rimandano al caso di Nahr Al Bard, campo profughi palestinese a Tripoli completamente distrutto dall’esercito. “Ad ora i conflitti con i militari libanesi sono solo schermaglie, ma se ci fosse un aumento della pressione sui numerosi gruppi islamisti all’interno, allora potrebbe crearsi la coltura perfetta per un’operazione di sgombero in grande stile”, continua Abu Mustafa, “ogni clan fa riferimento a sponsor esteri, ogni gruppo risponde ad interessi diversi, ma non è da escludere un coordinamento che si tramuterebbe presto in scusa per l’esercito libanese per distruggere Ain Al Hilweh”. La tesi è forte, le rovine di Nahr Al Bard sono le testimoni recenti della probabilità che questa analisi non sia solo vapore. Le voci si accavallano, le analisi si contraddicono, “Questa possibilità è da escludere, Ain Al Hilweh non è Nahr Al Bard”, così il rappresentante di una Ong palestinese, “questo campo è tre volte più grande rispetto a quello distrutto dai militari a Nord, il vero problema è il razzismo della società libanese e i giochi di potere”. Altra persona, altra ipotesi, stando alle parole del rappresentante dell’ONU, i vertici del Governo libanese avrebbero giocato con la questione emergenza profughi, con i palestinesi prima, aggiudicandosi contributi da Onu e Ue, con i siriani poi. Ma la zuppa di Ain Al Hilweh non sarebbe completa se non tenesse conto anche della corruzione interna al Governo palestinese: un ente che si è dimostrato incapace di farsi voce di un popolo, ormai sempre più segmentato in fazioni e movimenti.

 

200 metri di cemento contengono la sintesi di un problema mai affrontato, anzi rimandato nel tempo. I 500mila profughi palestinesi in Libano, vivono senza diritti sociali e politici. 60 anni di esilio senza integrazione hanno creato zone franche al cui interno vigono altre regole e altre leggi. Ogni spinta indebolisce la già debole struttura libanese, ogni operazione è compiuta per “mettere una toppa” e protrarre nel tempo i problemi endemici. Il muro eretto intorno ad Ain Al Hilweh non è che la sintesi della questione libanese: un paese che si è fatto carico passivamente di due eredità pesanti, quella palestinese e quella più recente siriana. La bomba ha iniziato il suo countdown.

Native Advertising

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>