lunedì, ottobre 23

Il monito di Mattarella: ‘La toga non è un abito di scena’ Il presidente e il potere dei magistrati. E intanto in carcere si continua a morire

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Il monito del Presidente. Dovrebbero essere occasione e oggetto di attenzione, riflessione e dibattito le parole che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha rivolto l’altro giorno ai magistrati ordinari in tirocinio nominati a febbraio. In particolare quel passaggio dove il Presidente sostiene che la toga dei magistrati non è un «abito di scena, ma il simbolo della garanzia di imparzialità». Il Presidente poi aggiunge che «non si tratta di un simbolo ridondante» ma rappresenta «il senso della funzione» e viene indossata per rivestire il magistrato «che deve dismettere i propri panni personali ed esprimere così appieno la garanzia di imparzialità che si realizza mediante l’esclusiva soggezione alla legge e quindi la conformità ad essa».

Meglio e con maggior chiarezza non si poteva dire. E si tratta di un richiamo importante e significativo non solo nella sostanza, ma anche nella forma: alla presenza del ministro della Giustizia, Andrea Orlando; del vice presidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini; del primo presidente della Corte Suprema di Cassazione Giovanni Canzio.

Per molti osservatori e commentatori il presidente ha così voluto rispondere ad uscite come quelle, recenti, del dottor Piercamillo Davigo, magistrato che possiamo prendere a prototipo e paradigma di tanti altri suoi colleghi: che come Davigo non dicono di non volersi mai gettare nel gorgo della politica attiva, ma non si può negare che attivamente la condizionino; e nel farlo saranno animati dalle migliori intenzioni, dai propositi più sacrosanti. Ciò non toglie che sarebbero preferibili magistrati più silenziosi, discreti; che a parlare siano le loro sentenze; ma questo riguarda, evidentemente, anche i mezzi di comunicazione: più che il censimento degli indagati d’inizio inchiesta, dovrebbero contare gli assolti e i condannati finiti i processi. Dovremmo un po’ tutti imparare a spersonalizzare le iniziative giudiziarie, omettendo i nomi dei magistrati e limitarci a dire: Procura di Roma o di Milano.

Si dovrebbe fare tesoro delle parole di Leonardo Sciascia: «I magistrati detengono un tale potere, quello di giudicare i propri simili, che non può e non deve essere vissuto come un potere. Per quanto possa apparire paradossale, la scelta della professione di giudicare dovrebbe aver radice nella ripugnanza a giudicare, nel precetto di non giudicare; dovrebbe consistere nell’accedere al giudicare come ad una dolorosa necessità, nell’assumere il giudicare come un continuo sacrificarsi all’inquietudine, al dubbio».

Aggiunge Sciascia: «L’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto».

Tubercolosi in carcere: circa 20.000 i detenuti stranieri presenti, rappresentano il 34,5 per cento di tutti i detenuti. Oltre il 50 per cento di questi risultano positivi al test alla Tubercolina che indica un pregresso contatto con il bacillo Tubercolare. Queste persone non presentano una malattia attiva, ma sono a rischio di svilupparla in caso di forti stress in grado di ridurre l’efficienza del proprio sistema immunitario.

Sono alcuni dei dati presentati a Roma al Congresso della Simspe, patrocinato dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali: oltre 200 specialisti riuniti in occasione della XVIII Edizione del Congresso Nazionale Simspe-Onlus Agorà Penitenziaria. Un confronto tra medici, specialisti, infettivologi, psichiatri, dermatologi, cardiologi, infermieri, organizzato insieme alla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali.

I dati sui detenuti in Italia risultati Tubercolino positivi, indicano un rischio che è 5,7 volte superiore per chi ha avuto precedenti detenzioni, 4,9 volte superiore per gli stranieri, 3,8 volte superiore per i detenuti di età superiore a 40 anni. La detenzione è un’occasione straordinaria per il controllo clinico, l’educazione sanitaria e le eventuali profilassi o terapie delle malattie infettive e segnatamente della Tubercolosi, eventualmente diagnosticate. In Italia sono presenti 38 case di reclusione, 161 Case Circondariali, 7 Istituti per le misure di sicurezza. I detenuti presenti, a maggio 2017, sono 56.863, con un esubero di quasi 7mila posti rispetto ai 50.069 regolamentati. Le donne sono 2.394 (4,2 per cento), gli stranieri 19.365 (38,67 per cento). Secondo le ultime stime disponibili (2012), il 32,8 per cento hanno dai 30 ai 39 anni; il 25,9 per cento dai 40 ai 49 anni; il 21,7 per cento dai 21 ai 29; il 18 per cento dai 50 in su; l’1,6 per cento dai 18 ai 20.

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