domenica, novembre 19

Il legame tra dollaro e petrolio su cui si regge la supremazia Usa

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Il 1971 è stato un anno cruciale per gli Stati Uniti. In quell’anno il presidente Richard Nixon e il suo fido Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger non solo incrinarono il sodalizio sino-sovietico aprendo le porte a Pechino, ma ripudiarono definitivamente il Dollar Exchange Standard e sostituirono l’oro con il petrolio come nuova base d’ancoraggio per il nuovo sistema monetario internazionale. Il 15 agosto del 1971, il presidente proclamò infatti, nel corso di una diretta televisiva divenuta celebre, il lancio del New Economic Policy (Nep), un nuovo piano di riforme economiche che prevedeva l’adozione di un pacchetto di stimoli atti a favorire la crescita e gli investimenti produttivi, il congelamento per i tre mesi successivi dei prezzi e dei salari in tutto il Paese, l’imposizione di un dazio doganale supplementare (pari al 10%) sulle importazioni e, soprattutto, la fine della convertibilità del dollaro in oro (per i non residenti) e del sistema dei cambi fissi tra valute.

Questa colpo di spugna che inaugurò un nuovo modello monetario fondato sulla fluttuazione dei tassi di cambio fu motivato dalla necessità statunitense di mitigare gli effetti della guerra del Vietnam – con la crescita parallela del debito pubblico e del deficit della bilancia dei pagamenti – e di limitare i rischi derivanti dall’affermazione europea in campo economico. Nel nuovo sistema venutosi a creare, il valore della valuta Usa, sostenuta dalla potenza poltico-economico-militare statunitense, sarebbe stato determinato dal meccanismo classico di domanda e offerta, cosa che rese il dollaro una moneta fiduciaria e consolidò il potere finanziario di Washington a scapito degli alleati. «Il dollaro è [diventato]al tempo stesso la nostra moneta e il vostro problema», commentò con inaudita arroganza l’allora segretario al Tesoro John Connally.

Grazie a questa inedita mossa strategica, gli Usa hanno non solo acquisito la possibilità di finanziare gli investimenti esteri in misura pressoché illimitata, limitandosi a stampare moneta che il resto del mondo avrebbe dovuto accettare come pagamento in quanto riserva valutaria internazionale. Hanno anche, di riflesso, favorito l’invasione del mercato statunitense da parte di una quantità di beni stranieri (prodotti soprattutto in Germania e in Giappone) tale da scavare un’autentica voragine (mai colmata) nella bilancia commerciale. L’imposizione della propria divisa su scala internazionale permise quindi agli Usa di iniziare a ‘comprare’ la produzione reale in tutto il mondo. 

Nell’immediato, però, la sospensione della convertibilità del dollaro in oro e la trasformazione del dollaro in moneta ‘fluttuante’ fecero in modo che il mercato internazionale piombasse nel caos più assoluto, spingendo i ministri del Tesoro e i governatori delle Banche Centrali delle nazioni del G-10 (Belgio, Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti, Svezia e Svizzera) a riunirsi presso la sede dello Smithsonian Institute nel dicembre del 1971, nel tentativo di salvare l’agonizzante Gold Exchange Standard attraverso la fissazione di nuovi rapporti di parità. La sproporzione tra dollari circolanti e oro detenuto dalla Fed era però tale da richiedere un aumento del prezzo dell’oro del 400%, cosa che, se attuata, avrebbe minato definitivamente la già vacillante fiducia internazionale nei confronti del dollaro.

Gli Stati Uniti, nient’affatto disposti ad accettare questa soluzione, fecero valere il proprio peso politico per far naufragare tutte le proposte avanzate dai rappresentanti stranieri presenti a quella riunione, i quali giunsero addirittura (con la pur rilevante eccezione di Charles De Gaulle) ad approvare una clausola che prevedeva il divieto di stabilire qualsiasi limite temporale alla decisione americana, che venne poi (1977) definitivamente ‘scolpita su pietra’ grazie al riconoscimento del principio di inconvertibilità assoluta del dollaro, valido e applicabile tanto nei confronti delle valute alternative quanto dei vari metalli preziosi. Fu la fine di Bretton Woods. Si riuscì solo a raggiungere un’intesa in base alla quale il dollaro si svalutò dell’8%, innescando automaticamente i meccanismi di rivalutazione di marco, yen e franco svizzero.

Nel 1972, la pubblicazione dei dati relativi ai deficit statunitensi indotta dall’estrema precarietà della situazione venutasi a creare mosse una poderosa ondata speculativa contro il dollaro (guidata proprio le grandi banche statunitensi) che, unitamente alle dinamiche di sganciamento dall’oro, provocò una svalutazione della divisa statunitense pari a circa il 40%. Dal momento che era proprio il dollaro a regolare il mercato petrolifero mondiale, il suo deprezzamento avrebbe giocoforza ridimensionato gli introiti dei Paesi produttori e del cartello petrolifero delle cosiddette ‘sette sorelle’, spingendo gli Stati esportatori a richiedere valute più stabili del dollaro per i pagamenti delle forniture di petrolio.

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