lunedì, ottobre 23

Il Kurdistan di Massoud Barzani: strategie e interessi in gioco Indipendenza del Kurdistan: cosa accadrà dopo il referendum?

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Ieri il 78% degli oltre 5 milioni di curdi aventi diritto si è recato alle urne per l’indipendenza del Kurdistan iracheno. Più di 10.000 i seggi sparsi nelle tre province autonome di Erbil, Sulaimaniyah e Dohuk, ma anche nella provincia contesa di Kirkuk. Secondo, infatti, quanto emerge dall’emittente televisiva curda Rudaw, circa il 93% dei curdi iracheni avrebbe votato per l’indipendenza. Si tratta ancora di un dato provvisorio ma le previsioni già ieri parlavano con certezza della vittoria del ‘Si’. Si presume che il risultato renderà ancora più traballante una regione già destabilizzata.

La fase che seguirà, però, sarà a dir poco complessa. Al referendum si sono opposti quasi tutte le potenze regionali, ad esclusione di Israele. Numerose le misure di sicurezza spiegate per evitare gli scontri. Una risposta decisa è subito arrivata dall’Iraq stesso che ha optato per schierare l’esercito federale nei territori controllati dalle milizie curde. La Turchia, che più volte si è mostrata contraria al referendum, ha rinforzato i controlli ai confini e Recep Tayyip Erdogan ha minacciato il blocco delle esportazioni di petrolio del Kurdistan. Il Presidente turco ha anche sentito telefonicamente Vladimir Putin per discutere sulle possibili ripercussioni del voto e per ribadire la necessità di un’unità territoriale della zona. Anche il Presidente dell’Iran, Hassan Rouhani si è più volte pronunciato in sfavore del voto definendolo «un pericolo per la stabilità dell’Iraq e per la sicurezza dell’intera regione». L’Iran prima dell’apertura delle urne aveva chiuso ieri il suo spazio aereo per i collegamenti con la regione autonoma così come tutte le frontiere con il Kurdistan iracheno. Turchia ed Iraq inizieranno oggi le esercitazioni militari congiunte nei territori di confine.

Il referendum è comunque di tipo consultivo, il che significa che, a prescindere dall’esito, non avrà conseguenze formali’. Il rischio temuto è quello di un conflitto regionale. Il dato certo già da ora è che i curdi restano la minoranza etnica più numerosa. 25-30 milioni di persone sparse tra Iran, Iraq, Siria, Turchia; circa il 20% della popolazione senza Stato del Medio Oriente, visto che l’indipendenza riguarderà solo, se mai dovesse essere raggiunta, poco più di 5 milioni di persone, ovvero i curdi iracheni.

Ma l’attenzione del dopo referendum secessionista punta tutta su Massud Barzani, l’uomo che lo ha così tanto voluto, leader del Partito Democratico del Kurdistan (KDP) e Presidente del Governo Regionale Curdo (KRG). Barzani è nato nel 1946 a Mahabad, in Iran, lì dove nello stesso anno fu annunciata la nascita della Repubblica di Mahabad, primo Stato curdo indipendente; sempre nel 1946 fu anche fondato il KDP, storicamente il principale partito-movimento dei curdi iracheni. Il comandante militare della Repubblica di Mahabad, oltre che padre-padrone del KDP dalla sua fondazione sino alla sua morte nel 1979, era proprio il padre di Massud.

«Certamente i curdi vogliono il loro Stato e meritano di averne uno», afferma in proposito Michael Rubin: ricercatore ed ex operatore del Pentagono. «Ma c’è una differenza tra il riconoscere quel diritto naturale e ‘romanticizzare’ la realtà del Kurdistan di oggi». Lo studioso sottolinea che i curdi iracheni costituirebbero comunque una minoranza nell’intero Kurdistan. Dire che ‘i curdi sono la popolazione più grande senza una Nazione’ senza alcuna consistenza logica, significherebbe consacrare come tale una parte della Turchia, casa di più della metà dei curdi. Sarebbe quindi ingiusto far «confluire tutte le regioni curde nella lotta del Kurdistan iracheno». Guardando il tutto da una prospettiva più ampia, «il leader Massoud Barzani è più un piccolo leader tribale e provinciale che che un leader nazionale», dice Rubin.

Secondo l’esperto, Barzani starebbe «cinicamente usando il nazionalismo per distrarre dai suoi stessi fallimenti economici e dalla sua illegittimità politica». L’indipendenza sarebbe certamente una grossa vittoria per il popolo ma «è disonesto citare i massacri curdi di Saddam Hussein senza notare che solo otto anni dopo Barzani invitò le forze di Saddam nella capitale curda, Erbil, per catturare ed uccidere i suoi rivali curdi». E non è tutto. Per più di due anni, infatti, le milizie del leader hanno fiancheggiato l’esercito turco e i sevizi di intelligence. La strategia di Barzani oggi è lo specchio delle sue azioni passate. Il suo motto? Non accettare rivali.

Il termine del mandato di Masoud Barzani, è spirato già due anni fa ma lui non si è fatto indietro. La sua presidenza non ha riguardato solo il boom del Kurdistan ma anche il suo periodo disastroso. 20 bilioni di dollari il debito accumulato, la democrazia è un ricordo lontano, i giovani sono soffocati dalla corruzione ed il patronato politico trionfa sulla meritocrazia. Nel Kurdistan iracheno indipendente è probabile che rimarranno, insomma, gli ostacoli economici, diplomatici e militari. «Nascerà pesantemente indebitato con confini contesi ed un esercito che manca sia di unità che di capacità fondamentali come la difesa aerea», afferma Rubin. Barzani ha detto che i risultati del referendum saranno vincolanti ma «sta dicendo cose differenti ad un pubblico diverso». Promette l’indipendenza senza definirne però i contorni. Barzani da un lato vuole continuare a rafforzare la posizione curda rispetto a Baghdad e, dall’altro mira a sfruttare l’esito referendario sul piano interno.

E’ opportuno ricordare che la situazione nel KRG è intasata e bloccata da tempo. «Le rivalità del KDP, partito dominante, con gli altri due principali partiti curdi, l’Unione Patriottica Curda (PUK) ed il Gorran (‘Cambiamento’) hanno causato una profonda faglia interna», ha scritto Giovanni Parigi dell’Università Statale di Milano. Dopo la prima estensione del mandato presidenziale di Barzani di due anni, nel 2015 la politica si focalizzò sull’eventualità di un’ulteriore proroga, mentre PUK, Gorran ed altri partiti minori continuarono ad opporsi. «Così il Paese si trovò con un Presidente dal mandato scaduto, un Governo di dubbia legittimità ed un parlamento sospeso ed esautorato; il tutto, mentre il Daesh premeva ai confini e nel paese giungevano decine di migliaia di sfollati». La situazione istituzionale del Kurdistan iracheno era tutt’altro che rosea; dopo due anni, ecco che Barzani convoca il parlamento lo scorso 15 settembre, e viene approvata l’indizione del referendum.

«La leadership curda ha ben presente il fatto che una secessione del KRG, oggi, non godrebbe dell’appoggio quasi di nessuno e porterebbe il Paese all’isolamento, oltre a innescare facilmente un conflitto con Baghdad; in altri termini, nessuno degli attori regionali, come Iran e Turchia, né degli alleati storici come gli USA, e neppure ONU e UE vedrebbero di buon occhio una dichiarazione d’indipendenza curda», scrive Parigi. Ma Barzani potrebbe non essere capace di controllare gli eventi che seguiranno.

Ma quali saranno le posizioni di Turchia e Stati Uniti?

L’Amministrazione di Trump da subito si è opposta al referendum giudicandola un grave errore potenzialmente destabilizzante. Per Barzani, gli USA, come altri Stati, non si sono occupati seriamente delle questioni curde. Secondo quanto scrive Zalmay Khalilzad, il Kurdistan sta ingannando se stesso credendo che Washington si voglia re-impegnare ancora nella regione. Uno dei timori potrebbe essere quello dell’unione tra sciiti e sunniti in una potenziale lotta contro i curdi qualora questi proclamassero l’indipendenza, soprattutto se questo dovesse avvenire a ridosso delle elezioni irachene. Visto l’aiuto dei curdi nella lotta al terrorismo islamico, l’intento degli americani è probabilmente quello di evitare frammentazioni sul fronte antiISIS. La regione, inoltre, è la base logistica delle principali operazioni militari internazionali della coalizione.

Ma il voto potrebbe avere un impatto notevole anche sul mercato del petrolio, visto che le zone interessate sono produttrici di 650.000 barili al giorno, di cui l’80% esportati verso il Mediterraneo attraverso la Turchia. Ecco che appare più chiara anche la posizione di quest’ultima. In tutto ciò, il rischio per Baghdad è quindi quello di scendere dalla suo secondo posto tra i membri dell’OPEC come Paese produttori, nel caso di vittoria dei secessionisti. Peraltro, l’area di Kirkuk, anch’essa chiamata al voto, non è riconosciuta come provincia autonoma curda dal governo dell’Iraq; Kirkuk estrae 400.000 barili di petrolio al giorno, un decimo dell’intera produzione nazionale. Le riserve petrolifere del Kurdistan iracheno ammontano a 45 miliardi di barili, un terzo di tutte quelle dell’Iraq. Se la Turchia attuasse la minaccia di chiusura dell’accesso al petrolio curdo, ci sarebbero 550.000 barili in meno ogni giorno.

Pare, però, che il Governo turco abbia fatto capire di non avere più intenzione di eseguire il blocco, almeno per ora. La Turchia probabilmente vuole continuare ad avere un ruolo fondamentale nell’area, vuole essere al centro del passaggio di petrolio e gas dall’Asia all’Europa. Erdogan parla sì di «disgrazia per aver spinto la nostra regione in una guerra etnica e confessionale», ma c’è altro sotto. In altre parole, nonostante Ankara si opponga ufficiosamente all’indipendenza curda, forse sente di poterla ‘tollerare’, almeno fin tanto che riuscirà a dominare la Nazione che ne uscirà. Interessi maggiori, si sa, richiedono pazienza.

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