martedì, gennaio 16

Il keynesismo militare di Trump Il governo ricorre ai metodi più stravaganti pur di incrementare le vendite di armi all'estero

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Che gli Stati Uniti facciano della vendita di armi ai Paesi amici un punto cruciale della propria politica estera ed economica è un dato che pochi oseranno contestare. Sotto l’amministrazione Obama, che si è impegnato ad allentare i controlli sulle commesse militari all’estero, Lockheed Martin, Northrop Grumman, General Dynamcs, Raytheon e Boeing si sono aggiudicate contratti talmente appetitosi da permetter loro di triplicare il proprio valore azionario e di imporre gli Stati Uniti saldamente in cima alla classifica dei maggiori esportatori di armi al mondo.

Nel settembre 2016, ad esempio, Washington e Tel Aviv hanno firmato un memorandum d’intesa in base al quale gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire qualcosa come 38 miliardi di dollari di finanziamenti ad Israele entro la finestra temporale che va dal 2019 al 2029, vincolati all’acquisto di armamenti fabbricati dal complesso militar-industriale statunitense. Si tratta del più imponente pacchetto di aiuti di natura militare mai concesso dagli Usa ad un altro Paese, da considerare come il prezzo pagato da Washington per l’accordo sul nucleare iraniano. Lo ha ricordato il segretario alla Difesa Ashton Carter in occasione della visita in Israele del dicembre successivo, durante la quale è stata celebrata la consegna all’aeronautica militare dello Stato ebraico dei primi due caccia F-35. Nei suoi otto anni di mandato, Obama ha inoltre approvato la vendita di oltre 100 miliardi di dollari di armi a Qatar e Arabia Saudita. Quest’ultima è al centro anche della visione strategica dell’amministrazione Trump, che, oltre ad aver annunciato un notevole incremento delle spese militari statunitensi, ha concordato con i sauditi la fornitura di qualcosa come 110 miliardi di dollari di armi (missili, munizioni, fucili, aerei e attrezzature varie) nell’arco di qualche anno, da portare a circa 350 miliardi entro un decennio.

Visto il successo conseguito nelle trattative con l’Arabia Saudita, Trump ha deciso di far sì che la sua National Security Decision Directive contemplasse nel novero degli obiettivi da raggiungere quello di rilanciare le capacità di export di armi, anche a costo di trasformare le ambasciate statunitensi in una sorta di ‘musei delle armi’ made in Usa così da procurare al potentissimo complesso militar-industriale un maggior numero di acquirenti. Intenzione del governo è anche quella di integrare nei corpi diplomatici attaché militari e rappresentanti commerciali al servizio delle società statunitensi che si occupano di produrre missili, fucili mitragliatori, droni, ecc., così da promuovere i loro prodotti. Il che promette di arricchire ulteriormente l’industria bellica Usa, che già adesso sta macinando profitti da record: lo dimostra il fatto che, dall’insediamento della nuova amministrazione, il complesso militar-industriale ha concluso contratti per oltre 42 miliardi di dollari, a fronte dei 31 miliardi realizzati nell’anno precedente. A detta dei funzionari del Pentagono e del Dipartimento di Stato, quello militare è tuttavia un settore dotato di ampie possibilità di crescita, che se colto con il necessario tempismo può rivelarsi utile non solo a mitigare i colossali deficit commerciali Usa, ma anche a creare nuovi posti di lavoro all’interno dei confini nazionali e a porre Washington nelle condizioni di delegare compiti di natura militare e strategica ai beneficiari delle forniture di armi. «In questo modo, garantiremo ai nostri partner una maggior capacità di condividere gli oneri della sicurezza globale e potenzieremo la base industriale del settore della difesa assicurando l’assunzione di lavoratori statunitensi», ha dichiarato a ‘Reuters’ una fonte del Dipartimento di Stato.

Il problema è che vendendo armi con tanta disinvoltura e senza procedere ai relativi controlli potrebbe far sì che parte assai rilevante delle forniture finisca nelle mani di gruppi che gli stessi Stati Uniti considerano nemici o mantengono nella lista delle organizzazioni terroristiche. Esiste, ad esempio, il sospetto che una quota dell’enorme massa di armi fornita ai Paesi sunniti del Golfo Persico sia finita nelle mani dell’Isis, di al-Nusra e di altre bande armate jihadiste in lotta contro Bashar al-Assad. È tuttavia possibile che non si trattasse di un mero ‘imprevisto’, ma di un calcolo militare ben preciso per concorrere al rovesciamento di un regime sgradito e non allineato al ‘Washington consensus’. È inoltre assodato che le munizioni teleguidate vendute (per 7 miliardi di dollari) all’Arabia Saudita con il benestare di Trump sono state impiegate da Riad nell’ambito della sanguinosissima campagna militare in Yemen contro i ribelli Houthi: un conflitto che sta portando il Paese a un livello di povertà estrema suscitando lo sdegno di alcune organizzazioni che si occupano di promuovere la tutela i diritti umani. Non a caso, Rachel Stohl dello Stimson Center ha tuonato che «questa amministrazione ha dimostrato fin dall’inizio di anteporre le preoccupazioni economiche alla difesa dei diritti umani nelle sua  scala delle priorità. La scarsa lungimiranza di questa nuova politica dell’export di armi potrebbe produrre serie implicazioni di lungo periodo».

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