lunedì, novembre 20

Il Dragone Rosso controlla l’Africa?

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La rivoluzione industriale promossa dalla Cina, unitamente al progetto della nuova via della seta, assicurerà al Dragone Rosso il controllo dell’Africa.
Già nel 2011 la Cina ha superato gli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti nel continente. Il volume d’affari tra Cina e Africa ha raggiunto i 126,9 miliardi di dollari, nel 2010. Entro il 2020 il commercio è stimato sui 380 miliardi di dollari. Le esportazioni dall’Africa sono concentrate sugli idrocarburi. Il 64% delle esportazioni africane di petrolio è diretto verso la Cina. Contrariamente ai luoghi comuni occidentali l’esportazione di minerali sui mercati cinesi rappresenta il 24% del totale delle esportazioni. La maggioranza dei minerali africani (compresi quelli di guerra, i così detti ‘minerali insanguinati‘) è accaparrata dall’Occidente. Anche l’esportazione di prodotti agricoli rimane di pertinenza occidentale e dell’Arabia Saudita. Le esportazioni agricole verso la Cina si stabilizzano su di un 5%. Le esportazioni di prodotti finiti dall’Africa è del 7%.

La Cina salva l’Africa? In parte. L’industria cinese necessita di materie prime, e queste sono concentrate nel continente. Come evitare un drastico calo delle importazioni di risorse naturali dall’Africa, causa il loro utilizzo per la rivoluzione industriale locale? Pechino ha cinicamente individuato alcuni Paesi africani che rimarranno legati alla economia coloniale. Paesi ricchi di risorse naturali ma deboli sul piano politico, tra i quali la Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan. In questi Paesi continuerà, anzi aumenterà, la rapina cinese di materie prime. Le coste dell’Africa Occidentale e della Somalia rimangono vittime di un intenso e illegale sfruttamento della pesca, attuato dai battelli cinesi. Uno sfruttamento che sta distruggendo la fauna marittima e causando ai Paesi africani direttamente coinvolti una perdita di profitti derivanti dalla pesca pari a 2 miliardi all’anno.

Il principale ostacolo per la rivoluzione industriale cinese in Africa è rappresentato dal deficit energetico, che in Africa è drammatico e rallenta ogni politica volta all’industrializzazione. A titolo di esempio l’Etiopia, con 94 milioni di abitanti, consuma un terzo di energia annua utilizzata nella capitale americana Washington DC, che conta 600.000 abitanti. In Paesi come il Congo, Liberia, Malawi e Sierra Leone solo il 10% della popolazione accede alla elettricità. Attualmente 45 milioni di persone in Africa sono prive di luce e sistemi di climatizzazione. La maggioranza delle centrali elettriche sono alimentate con carburanti fossili, diesel e carbone. Impianti antiquati e altamente inquinanti, il cui utilizzo crea un aumento dei costi dell’elettricità che si riflette sul costo delle merci e sulla competività industriale, anche nei Paesi africani produttori di petrolio (come la Nigeria) ancora orientati verso l’economia coloniale, che incanala la maggior parte della produzione petrolifera nell’esportazione verso l’Occidente e l’Asia (Cina compresa).
Pechino, al momento, sembra trascurare gli investimenti sul settore energetico in Africa lasciandoli all’Occidente. Stati Uniti e Unione Europea stanno investendo nelle energie pulite: solare, eolica, idrica, geotermica. L’Unione Europea ha stanziato un investimento di 205 milioni di euro per sviluppare il settore energetico della Tanzania tramite la realizzazione di centrali elettriche utilizzanti energie fossili e rinnovabili. Questo finanziamento si aggiungerà a quello in atto per il potenziamento elettrico delle regioni nord del Paese  -Kagera, Geita e Kigoma. Una spesa di 45 milioni di euro sostenuta dalla German Development Bank e dalla Agenzia Francese per lo Sviluppo.
La scarsa partecipazione cinese nello sviluppo del potenziale elettrico ed energetico africano è dovuta a una carenza di esperienza tecnica nel settore energie rinnovabili e alla presunzione che l’Occidente risolverà per conto della Cina il problema del deficit energetico nel continente. A medio termine la Cina sarà costretta investire miliardi di dollari nell’energia in Africa. Gli attuali investimenti occidentali possono diminuire drasticamente per boicottare l’industrializzazione cinese del continente.

Nel prossimo decennio l’Occidente dovrà affrontare una sfida storica, e forse persa in partenza. Un blocco economico e politico sino-africano basato sul  Nuovo Ordine Mondiale proposto da Pechino, e sulla rabbia e voglia di rivincita contro ibianchi‘, sentimenti nutriti non solo dai governi africani, ma dalle loro popolazioni. «Stiamo aspettando i clandestini e i rifugiati europei». Questa è il ‘Joke’ di moda attualmente in Uganda. Uno scherzo popolare che potrebbe trasformarsi in realtà. Il blocco sino-africano attualmente può contare su una media di crescita economica annua pari al 6%. In Occidente la situazione è ben diversa e sta aumentando il declino economico che si riflette direttamente sulle conquiste sociali e i diritti civili.
Al momento non si intravvede la volontà dell’Occidente di partecipare alla rivoluzione industriale africana se non qualche timida apertura di stabilimenti di assemblaggio da parte di alcune case automobilistiche europee, quali Wolsksagen e Volvo. Europa e Stati Uniti sono più interessati agli investimenti sugli idrocarburi, settore che li vede competere bene con la Cina. La guerra del petrolio è ben visibile nell’Africa Orientale, dove è in corso una terrificante guerra civile in Sud Sudan per il controllo dei giacimenti petroliferi. Una guerra dove UE e Stati Uniti appoggiano i vari gruppi ribelli e la Cina il Governo del ex Presidente Salva Kiir, illegittimo dal settembre 2015 avendo annullato la scadenza elettorale per le presidenziali.
Tullow, ENI, SHELL e TOTAL tentano di difendere le loro quote di mercato petrolifero e di acquisirne delle nuove a scapito delle compagnie petrolifere cinesi. Questa guerra commerciale è combattuta a suon di bustarelle e corruzione, come dimostrano gli scandali ENI in Nigeria. Una guerra i cui esisti sono difficili da prevedere. L’Occidente vuole assicurare il normale flusso di greggio dall’Africa per sostenere la sua industria,  mentre la Cina intende utilizzare le risorse africane degli idrocarburi per la rivoluzione industriale autoctona e per l’importazione destinata all’industria cinese. Questa strategia commerciale sta ricevendo validi supporti dai governi africani. Lo scorso aprile il Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni ha bloccato un accordo commerciale tra Tullow e TOTAL teso ad assicurare alla compagnia francese il monopolio del petrolio in Uganda. Le quote di mercato della Tullow saranno ripartite tra TOTAL e la cinese CNOOC, impedendo così il monopolio occidentale.

La rivoluzione africana è inserita nel progetto del Mercato Unico Africano, ispirato al riscatto economico dell’Africa e alla Black Dignity dell’antica diaspora afro-americana. L’Unione Africana intende aumentare del 50% gli scambi commerciati tra Paesi membri entro il 2025. Per quella data gli scambi commerciali nel continente dovrebbero raggiungere il 64%. Una percentuale che occulta una realtà ben conosciuta dalle multinazionali europee e americane: la drastica diminuzione delle esportazioni di materie prime verso l’Occidente necessarie per lo sviluppo industriale africano e il miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. La Cina sta cercando di arginare il futuro deficit dell’importazione delle risorse naturali africane con la delocalizzazione di una consistente fetta del suo apparato industriale, come abbiamo visto. In misura minore anche l’India aspira a delocalizzare parte della sua industria in Africa.  Queste strategie evidenziano che Cina e India saranno i principali protagonisti della rivoluzione industriale africana.

Il principale settore industriale di Paesi occidentali, a partire dagli Stati Uniti, è l’industria bellica. L’industria bellica necessita di conflitti e della militarizzazione delle società civile. La recente legge sulla difesa personale in Italia, ad esempio, in ultima analisi è stata studiata a favore della industria bellica nazionale.  L’ultima grande potenza che basò la sua economia sull’industria bellica fu l’Unione Sovietica, con i risultati che conosciamo.  Per vincere la sfida lanciata da Pechino, l’Occidente deve trovare una seria alternativa -non può continuare a creare guerre di cui non riesce poi a controllare gli esiti, come dimostrano le avventure militari in Afganistan, Iraq, Libia e Siria; anche il supporto al terrorismo islamico volto a creare caos in Paesi mediorientali e africani ricchi di materie prime, sta dimostrando tutti i suoi limiti, con i jaidisti europei che hanno combattuto sui fronti  esteri e ora ritornano in Europa per uccidere gli europei, anche Daesh è sfuggito dal controllo occidentale.  Europa  e Stati Uniti devono puntare su nanotecnologie, robotica, intelligenza artificiale, tecniche di produzione print 3D, industria aereospaziale e colonie produttive su Luna e Marte. Arrivando per primi o mantenendo i primati al momento detenuti, l’Occidente potrebbe sfruttare il vantaggio della superiorità tecnologica. Questa alternativa, secondo gli analisti di anticipazione del futuro, dovrebbe essere messa in pratica subito, poiché anche Cina, Russia, India, Brasile e alcuni Paesi africani (tra i quali Rwanda e Sudafrica) ci stanno lavorando sopra. Purtroppo il budget che la maggioranza dei Paesi occidentali destina alla ricerca tecnologica e scientifica non è all’altezza del compito.

La problematica di fondo tra Occidente e Cina risiede, in ultima analisi, nel concetto di capitalismo. In Europa e Stati Uniti sono le multinazionali che dettano legge, influenzano e guidano la politica economica e la politica estera nazionale, sulla base dell’idea del ‘mercato selvaggio’. In Cina è esattamente il contrario. Tutto è sotto controllo del Partito Comunista. Investimenti, ricerca scientifica e unità produttive in Occidente sono lasciate ai profitti privati  e all’atavica ‘fame di soldi’ del capitalismo occidentale, mentre in Cina sono inseriti in complesse pianificazioni a lungo termine, a cui le multinazionali private devono sottostare. I cinesi oggi hanno un quadro preciso di quello che sarà il loro futuro in Africa tra dieci anni. L’Occidente no. Un vantaggio non trascurabile per il dragone.

 

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