sabato, dicembre 16

Il dialogo regionale con l’Africa e la relazione Italia-Eritrea Intervista a Nicola Pedde, Direttore dell’ ‘Institute for Global Studies’ di Roma

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Il coinvolgimento di amministrazioni locali, regionali, e della società civile in una strategia plurima e congiunta tra Unione Europea e Paesi africani: è il tema di apertura degli incontri di Abidjan di questi giorni. Il dialogo è stato avviato ieri dal ‘Primo Forum dei Governi locali Africa-Europa su iniziativa pioniera dell’organizzazione panafricana ‘Cités et Gouvernements locaux Unis d’Afrique’ (CGLU), che promuove, in partenariato con altri attori europei e internazionali, la decentralizzazione delle politiche cooperative come via allo sviluppo delle collettività locali e allo scambio di esperienze in un’ottica unitaria.

Tra gli organizzatori del Forum, CGLU è affiancata dal ‘Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa’ (CCRE), nato nel lontano 1951, che costituisce in ‘federazione’ una rete di associazioni nazionali di enti locali e regionali pertinente a 42 Paesi europei, e dalla coalizione PLATFORMA. Istituita a fine 2008 in attuazione di una Comunicazione della Commissione europea, quest’ultima conta oltre 100 mila rappresentanze territoriali al fine di assicurare una più forte integrazione delle prospettive locali e regionali nei programmi europei di cooperazione allo sviluppo (c.d. ‘cooperazione decentrata’).

Mentre crescono fermento e aspettative, si organizzano convegni ‘paralleli‘ – come quello aperto domenica al Palazzo della ‘Borsa del Lavoro’ di Treichville, frazione distrettuale della capitale ivoriana, per definire meglio i temi da dibattere il 29 e 30 novembre. Tra i 600 partecipanti, Hélène Gnionsahe, Presidente della Convenzione per la Società Civile della Costa d’Avorio, ha affermato che, «malgrado il partenariato l’Africa non va avanti. C’è molto dibattito oggi e la società civile sta presentando alla classe politica il suo rendiconto». La sua posizione sulle ‘faglie’ dello sviluppo africano è trasparente: «Oggi la responsabilità per la crescita dei nostri Paesi spetta ai nostri Capi di Stato. Non dobbiamo arrivare a vedere i giovani che muoiono nel Mediterraneo per reagire a questo stallo».

Domani si aprirà la quinta edizione del Vertice Africa-UE – il primo a svolgersi in Africa subsahariana – titolato ‘Investire nei giovani per un futuro sostenibile’. L’evento vede la partecipazione dei Presidenti dei rispettivi organi unionali (Commissione UA e Unione Africana, Commissione e Consiglio Europei) oltreché dei Capi di Stato e di governo, riuniti nel quadro della Strategia comune definita a Lisbona nel 2007 su principi dell’interesse comune (interscambio commerciale, creazione di occupazione, infrastrutture, sviluppo di competenze e scambio di esperienze) e temi globali come la pace e la sicurezza, le migrazioni, la questione climatico-ambientale, la governance democratica e il rispetto dei  diritti umani. Questi i temi del dibattito, ponendo però al centro la questione delle giovani generazioni: una prospettiva cosciente – quantomeno, negli intenti – per guardare alle criticità di un continente giovane e in piena espansione demografica come quello africano, dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni.

Una concertazione strategica su temi globali risponde anche al tentativo di superare i vecchi termini del rapporto asimmetrico, di matrice coloniale, nei quali si è strutturato il dialogo Nord/Sud dall’avviamento delle politiche di aiuto allo sviluppo. La stessa scelta, per il Summit in questione, del contesto subsahariano-occidentale – in particolare, proprio quello ivoriano -, pone in luce i rapporti e gli interessi economici ivoriani con Paesi come il Marocco o la Francia. Nondimeno, forte di un piano di investimento estero complessivo stimato a 44 miliardi di euro, il discorso politico è qui connotato dall’urgenza di una riconfigurazione attiva del dialogo in senso paritario per uscire dalla stasi alla quale si riferisce esplicitamente  Gnionsahe.

Tuttavia, questo nuovo tipo di relazione non cancella il peso storico di vecchi legami e rapporti di forza risalenti ai periodi coloniale e post-coloniale, che portano tuttora a definire intere regioni del continente africano come ‘aree di influenza’ dei diversi Paesi d’Europa.

A un passo dall’evento, ci chiediamo in proposito quale sia la peculiarità italiana rispetto all’evoluzione dei rapporti diplomatici e cooperativi con l’area del Corno d’Africa. In particolare, pensiamo all’Eritrea, in ragione dello iato politico e diplomatico iniziato con il conflitto che ha colpito il Paese (1998-2000) e al progressivo deterioramento dei rapporti, avvenuto in tempi più recenti.  In merito alla visita ne dell’ex-Viceministro Lapo Pistelli nel 2014, Nicola Pedde, Direttore dell’Institute for Global Studiesdi Roma scriveva in merito all’opportunità di rivolgere «all’intero Corno d’Africa un progetto di intervento assai più coraggioso e consistente, assumendo la leadership del sostegno europeo e puntando senza indugio sulla ricostruzione istituzionale e il rilancio culturale del Paese». Secondo l’esperto, le risorse per un simile progetto avrebbero dovuto essere reperite «ridefinendo le priorità dell’intervento italiano in Africa e, più in generale, nel contesto internazionale». Con questa premessa, torniamo a chiedergli qual è stata – se c’è stata – l’evoluzione in questi ultimi anni.

 

Dottor Pedde, pensando all’impegno nel processo di pace tra Eritrea ed Etiopia e, in tempi più recenti, ai rapporti tra Italia ed Eritrea  – specie dopo l’embargo approvato dall’ ONU del 2009 – come sono cambiati, tenendo conto dei principali interessi italiani nell’area, i rapporti del nostro Paese con l’Eritrea?

Il discorso non può essere affrontato senza tenere presente la sua dimensione regionale del Corno d’Africa. Il nostro impegno in tale contesto è stato caratterizzato da un serie di alti e bassi notevoli negli ultimi sessanta anni: diciamo dalla fine dell’ultima Guerra mondiale e, in seguito, dalla ripresa delle nostre capacità diplomatiche nella regione.

Di fatto, abbiamo avuto una presenza molto attiva su alcuni fronti, sebbene con un profilo molto basso politicamente, che non ha mai permesso di spendere un’azione più concreta ed efficace nei confronti dei Paesi del Corno, in particolar modo la Somalia e l’Eritrea. Il problema è nato un po’ dalla narrativa post-bellica, quindi dalla narrativa che, nel nostro Paese, ha caratterizzato il dibattito soprattutto accademico dell’africanistica sulle ex-colonie. Alla fine, il dualismo politico  è riuscito a riverberarsi anche in quella parte del dibattito creando danni enormi rispetto alla capacità del Paese di essere più esplicito.

Qual è la natura di questo dualismo?

Detto più esplicitamente, una parte dell’africanistica, qualsiasi cosa si facesse, accusava il sistema politico di neo-colonialismo, mentre dall’altra parte ciò era visto sempre come un’assenza di capacità e di interesse verso quei Paesi, cosa non vera: l’interesse c’è stato ed è stato anche concreto. La linea politica dell’Italia ha risentito di questa ambiguità di fondo con l’effetto di non poter costruire, alla fine, quella visibilità che invece era richiesta anche dai Paesi della regione. L’Eritrea e la Somalia ci hanno più volte accusato di essere assenti o, comunque, di non essere efficaci nel modo in cui si aspettavano, ossia rispetto a una nostra azione politica di collaborazione economica.

Come interpreta questa accusa?

Per certi versi hanno avuto ragione, soprattutto in merito al non essere efficaci sotto il profilo della narrativa del messaggio che abbiamo trasmesso alle società e alla politica locali.  Poi si è inserita una ulteriore complicazione, che ha a che vedere con gli anni bui, inerente al consolidarsi dei regimi autoritari nella regione. La stagnazione economica ha favorito, soprattutto nel caso della Somalia di Siad Barre, una forte verticalizzazione del rapporto con alcune entità, che poi hanno provocato – con la corruzione e la dispersione dei fondi – un risultato disastroso.  Questo è un fenomeno che interessa più la Somalia dell’Eritrea, ma in certo modo ha riverberato i suoi effetti sulla capacità di gestione dell’intera regione. Si tratta di un problema enorme. Con l’Eritrea c’è stato un problema di valutazione iniziale, nel senso che il processo che ha portato il Paese all’indipendenza è stato, alla fine, gestito come una crisi militare che andava a concludersi senza, però, trovare una reale soluzione. L’Italia avrebbe dovuto essere molto più incisiva, soprattutto ingaggiando il Paese in modo molto più efficace e diretto negli anni immediatamente successivi all’indipendenza, cosa che, per certi versi, è mancata: è stata minima la capacità di penetrazione commerciale, un fatto che ha contribuito a generare quel senso di isolamento che, in seguito, avrebbe portato alla chiusura progressiva del sistema politico locale. Il Presidente Isaias Akewerfi, senza entrare nel merito di quella che è stata la sua personale concezione della politica nell’evoluzione del Paese, ha visto sempre nell’Italia un attore non presente, un attore che non aveva una sua linea politica chiara né una strategia sull’intero Corno d’Africa. Questa è una tra le cose che, purtroppo, non possiamo negare.

Come si è declinata la nostra ‘assenza’?

Il nostro Ministero degli Esteri ha per lungo tempo avuto una politica molto ambigua sul Corno. Anzitutto, c’è stata una mancanza di pianificazione, accompagnata poi dal timore di ingaggiare sistemi politici che andavano via via trasformandosi in autoritarismi. Tale carenza di potere d’ingaggio ha ulteriormente favorito il processo di crisi locale, consolidando una dimensione del rapporto che, alla fine, ha interessato le questioni di maggiore emergenza come quelle post-conflitto con l’Etiopia o la gestione della sicurezza nell’area di confine. Al di fuori di tali ambiti, non abbiamo saputo creare un programma di lungo periodo e anche oggi, se guardiamo il risultato sul terreno, è visibile quanto la nostra capacità di proiezione nei Paesi dell’area – Eritrea e Somalia in modo particolare – sia veramente ai minimi termini.

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